Intervista di Oriana Rispoli

Le tue esperienze durante il periodo della formazione sono state numerose e varie. Che impressioni ti sono derivate dal confronto tra Italia e Stati Uniti?

Personalmente sono stata molto fortunata ad iniziare lo studio dell’arpa con la Prof.ssa Anna Maria Palombini presso il Conservatorio G. Rossini di Pesaro. Confrontando i conservatori italiani e le scuole di musica statunitensi, per la mia esperienza posso dire che per l’organizzazione e le opportunità di suonare in pubblico gli statunitensi risultano i vincitori. Presso l’Indiana University, per esempio, oltre ai concerti con le diverse orchestre e i recitals, tutte le settimane si hanno master classes in cui si suona di fronte alla classe in modo da poter eseguire nuovi brani prima di concerti o esami importanti. In Italia si dà molta rilevanza agli Studi (anni di conservatorio dedicati in prevalenza a questi ultimi), mentre negli Stati Uniti dopo quelli veramente necessari per impostare la tecnica strumentale si passa subito allo studio del repertorio solistico e non solo. Bisogna però dire che, per quello che ho potuto constatare, dal punto di vista della musicalità e capacità interpretativa i musicisti italiani hanno ben poco da imparare. Quello che mi ha stupito all’inizio della mia esperienza estera e mi continua a stupire, è la capacità organizzativa e la considerazione dei musicisti che si ha negli Stati Uniti.

Che ricordi hai dell’Accademia Chigiana di Siena?

Ricordi bellissimi! Ho frequentato i corsi di arpa tenuti da Susanna Mildonian per tre anni, anche se non consecutivi. All’Accademia Musicale Chigiana si respira un’aria diversa rispetto al Conservatorio dove, almeno per la mia esperienza, non si hanno molti contatti e legami con le altre classi di strumento. Alla Chigiana si può assistere ad altre lezioni e non frequentare solo quelle del proprio strumento; mi piaceva molto andare alle lezioni della classe di direzione d’orchestra. Si è pienamente immersi nella musica e si conoscono tanti altri musicisti di diverse nazionalità. Inoltre per i corridoi della Chigiana capita spesso di incontrare musicisti di fama internazionale con i quali non penseresti mai di poter scambiare un saluto…

Il tuo repertorio spazia dalla classica alla musica contemporanea: quali sono i tuoi rapporti con i compositori, e in particolare con Aurelio Samorì e Andrea Mati?

Suonare musica contemporanea la considero quasi una sfida con me stessa, perché spesso si deve affrontare lo studio di brani al limite del possibile.

Con i compositori Samorì e Mati, dei quali ho eseguito anche brani in prima esecuzione assoluta, si è instaurato anche un rapporto di amicizia. Il M° Samorì era, e lo è tuttora, docente di composizione presso il Conservatorio G. Rossini di Pesaro quando io frequentavo il conservatorio e lo avevo sempre visto come persona esigentissima, riservatissima quasi inavvicinabile. Adesso ci diamo del tu e ha composto per me la cadenza per il Concerto in Sib maggiore op. 4, n.6 di Händel per arpa e orchestra (pubblicato da Rugginenti).

Che cosa ti riserva la Carnegie Hall nel 2012?

Un concerto da solista. Spero nella possibilità di essere ascoltata ed apprezzata da un pubblico abituato a grandi interpreti e da persone del settore permettendomi di compiere passi avanti nella mia carriera. Quello in cui confido veramente è di poter fare un’esperienza che lasci il segno.

Come è nato il trio che hai formato con Daniele Ruggieri e Mario Paladin?

E’ nato quasi per caso, da un progetto discografico ancora in fieri. Il repertorio per il trio flauto, viola e arpa è affascinante ed include soprattutto composizioni del Novecento. Daniele e Mario sono due musicisti di incredibile bravura ed è un vero piacere suonare con loro.

aprile 2011



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