Intervista di Oriana Rispoli

Elisabetta Stagi, unendo un solido percorso formativo ad un’ampia esperienza in diversi campi, svolge con passione un’attività forse non ancora largamente conosciuta come meriterebbe, quella di Pedagogista Clinico. Questa professione è stata ed è per Elisabetta il compendio di tutta la sua impostazione di vita e di formazione culturale; è stato lo sbocco naturale cui tendevano sia le fasi lavorative precedenti, sia i suoi interessi, incentrati sulla persona e sulle potenzialità creative che ciascuno possiede. L’insegnamento pluriennale nella scuola, la cono­scenza diretta delle problematiche giovanili osservate tanto dal punto di vista de­gli insegnanti quanto da quello dei genitori, la preparazione sociologica, lo studio della fi­losofia come scienza umana, gli studi classici sono stati un va­lido sostrato per una corretta e consapevole applicazione della pratica e delle tecniche pedagogico-cliniche.

Incontro Elisabetta nel suo studio lucchese di S. Concordio, in via Consani 80: appena entrata, percepisco nell’ambiente un’aura positiva, rafforzata dalla luce naturale diffusa e dalla serenità che trasmette la stessa Elisabetta, con la sua calma e la sua capacità d’ascolto.

In che modo l’arte aiuta i tuoi pazienti a ritrovare l’equilibrio complessivo e a guarire dagli scompensi che possono riguardare tanto gli adulti, quanto gli adolescenti e i bambini?

Mi fa piacere che tu mi abbia parlato in questa tua prima domanda di “pazienti”, così ho subito la possibilità di chiarire alcuni aspetti peculiari della pedagogia clinica. In quest’ambito non si parla mai di pazienti, ma di persone (o al limite “clienti”), in quanto la pedagogia clinica è una disciplina che non è indirizzata a manifestazioni patologiche, in un’ottica di malattia, ma intende dare risposte “adeguate” e prospettive di crescita e rinnovamento a momenti “critici” sia del singolo sia del gruppo, con un insieme di interventi di educazione e prevenzione. In sostanza le persone che vengono da me – individui unici ed irripetibili, conosciuti e considerati all’interno del loro contesto di vita – attraversano un momento in cui le loro potenzialità ed energie risultano bloccate da disequilibri ed instabilità. Il  mio compito, come pedagogista clinico, è proprio quello di stimolarle alla presa di coscienza ed alla libera espressione di tali potenzialità. A tale proposito l’utilizzo dell’arte, sia nel suo aspetto produttivo sia in quello fruitivo, estetico e contemplativo, risulta sicuramente fondamentale.  Il criterio olistico della pedagogia clinica mira a fare ritrovare con strumenti propri ogni spontaneità, favorire la curiosità, l’espressione dei desideri, il bisogno di affermazione. Inoltre la comunicazione corporea, sonora, segnica, verbale, musicale,… quella silenziosa insomma, ha un’importante parte nella dinamica relazionale ed espressiva.

Come interagiscono la parte interiore, mentale ed emotiva, e quella esteriore, sensoriale, di una persona stimolata dagli strumenti della pedagogia clinica?

L’immaginazione e l’intuizione sono d’importanza vitale per la comprensione dell’”essere” di ogni persona. L’espressività grafico-segnica offre, per esempio, all’individuo la possibilità di proiettare se stesso, la sua carica emotivo-affettiva attraverso forme di espressione che si esplicitano libere da ogni soffocamento proibitorio, e contemporaneamente facilita l’acquisizione di una maggiore abilità nell’attenzione, nell’autocontrollo, nella canalizzazione di certe tensioni emotive. Un percorso di questo tipo consente di ridurre l’instabilità e può fare giungere le persone a riorganizzare completamente sé stesse. Penso ad esempio alla tecnica pedagogico-clinica del Disegno Onirico. Il disegno onirico è un modo di ispirazione che nasce dal nostro mondo interiore in maniera automatica, involontaria, naturale; in esso compaiono i meccanismi tipici del sogno che vengono stimolati, e la produzione avviene in modo spontaneo dando così la possibilità ad importanti contenuti psichici di manifestarsi.

Anche la musica può favorire queste dinamiche creative e ri-creative?

Gli automatismi sono una semplice messa in atto dei riflessi proiettivi, fatti scattare da stimoli adeguati come ad esempio la musica. La musica ha un notevole valore induttivo e riesce a creare un’atmosfera distesa: è un’arte espressiva, suggestiva e magnetica. Del resto, secondo i miti di molti popoli la musica sarebbe di provenienza divina. Essa tocca il nucleo profondo, la radice dei ricordi personali ed ancestrali. Novalis la definisce “l’arte del dinamismo psichico”. Strumenti musicali sono tutti i corpi e gli oggetti capaci di produrre suoni, di realizzare idee e forme musicali. Prima di adoperare oggetti materiali l’uomo adoperò il suo corpo e la sua voce. Battè le mani i piedi; battè le mani sul torace, sulle cosce. Gli effetti fisiologici, affettivi e mentali che il suono produce contribuiscono a rendere più armoniosa l’unità psicofisica. Il dialogo che si instaura tra l’organismo e la musica fa entrare in relazione l’individuo con il suo corpo e favorisce l’armonizzazione con tutto il suo essere.

In arte, come si sa, non ci sono compartimenti isolati ed ogni forma di espressione può indurre o alimentarne un’altra. Un’immagine od un suono ci introducono in un regno simbolico e ci portano alla scoperta di ricchi universi, riflesso di una realtà profonda, latente e direi quasi metafisica. Posso testimoniare come l’arte nelle sue più disparate forme (musica, danza, pittura, espressione corporea, teatro, tonematica ecc.) sia proprio il veicolo fondamentale di messaggi positivi alla persona: di ripresa di contatto e fiducia in se stessa, nelle proprie possibilità e capacità di affrontare la vita con entusiasmo e vitalità. Penso a diversi casi di ritardo mentale o di ansia, demotivazione, insicurezza, disequilibrio emotivo ed altri ancora.

Quando lavori con i tuoi clienti, che tipo di empatia si crea con loro? Quanto è “esterno” il tuo ruolo rispetto al lavoro che loro devono svolgere?

Il pedagogista clinico deve mostrarsi così com’è nell’interazione con il cliente, deve essere autentico, deve sapersi ascoltare per poter ascoltare davvero l’altro ed entrare in empatia con lui. Deve sentire il mondo più intimo dei valori personali del cliente come se fosse il suo, ma senza mai confonderlo con il proprio e senza mai perdere la propria identità. Il suo stile comunicativo deve contribuire a rendere l’altro disponibile allo scambio, deve essere presente, attento e rispettoso, con una curiosità non invadente, una capacità di mantenersi neutrale e con una coscienza ed affermazione convinta del proprio stile educativo.

La dimensione relazionale, che consente di guardare alla persona come unica ed irripetibile, assume nel mio lavoro una fondamentale centralità ed è l’elemento cardine di un approccio “clinico”. Termine che, ribadisco, non vuole indicare un intervento rivolto a chi è malato, ma denota ogni osservazione ed ogni comprensione dell’altro fondata su un contatto diretto con lui. Il pedagogista clinico è colui che lavora in una relazione e sulla relazione. Soltanto, infatti, tramite la relazione si può davvero conoscere l’altro incontrandolo, e comprendere il significato che gli eventi della vita hanno per lui.

Quanto tempo ti è necessario, in media, per conoscere i tuoi clienti, capirli a fondo e individuare l’approccio più adatto alla risoluzione dei loro problemi?

Oggetto dell’attenzione professionale del mio lavoro sono: la storia personale, la vita quotidiana, le situazioni conflittuali e critiche della persona che ho davanti, nel tentativo di far venir fuori, grazie ad un lavoro educativo (ex-ducere), un soggetto diverso da quello che si è presentato a me la prima volta, con rappresentazioni di sé e della propria vita ricche di nuovo valore. Mi rivolgo, del resto, alle singolarità individuali e non a categorie di individui, ed il mio intento è quello di conoscerle nella loro autenticità.

Non si puo’ indicare un tempo medio standard necessario alla conoscenza di un cliente in quanto varia da persona a persona, da situazione a situazione, da problematica a problematica. La persona va osservata in tutte le sue manifestazioni, che possono andare dalla postura all’atteggiamento corporeo, dal tratto della scrittura all’uso dei colori, dal modo di parlare alla relazione corporea e verbale nel rapporto con l’altro, dalla manifestazione di alcuni sentimenti alla tonematica ecc.: particolari che in genere non vengono neppure notati potrebbero darci informazioni utili per la diagnosi e soprattutto per la predisposizione delle modalità d’intervento successive. Quello che è importante ricordare è che tutto il periodo di raccolta dei dati e dell’individuazione delle strategie più adatte, è un lavoro sulla persona che sarà utile alla risoluzione del problema presentato.

Il tuo lavoro si svolge attraverso un rapporto individuale con il cliente, oppure ti avvali del contributo di un’équipe?

Come ho già detto prima, il rapporto individuale con il cliente è fondamentale ed unico ed è proprio la qualità di tale incontro interpersonale l’elemento più significativo nel determinare l’efficacia e la riuscita del lavoro. Ciò non esclude, ma anzi auspica sicuramente la collaborazione con altre figure professionali che possono essere utili sia nel momento della raccolta dei dati anamnestici, sia per la focalizzazione di alcune caratteristiche che si evidenziano durante il lavoro: pensiamo, per esempio, alla figura del medico di famiglia, del pediatra per quanto riguarda i bambini, del neuropsichiatra, dello psicologo, ma anche dell’insegnante, dell’educatore e di tutte quelle figure professionali che possono rientrare nel rapporto con il soggetto in questione.

Che cos’è lo psicodramma olistico?
Le tecniche drammatiche sono un mezzo di espressione destinato ad indurre la manifestazione di se stessi. Lo psicodramma è stato creato e sistematizzato per compiere una funzione terapeutica, e coinvolge la persona nella sua totalità. Vi sono poi le psicodrammatizzazioni a livello simbolico che durano pochi minuti e possono servire ad esprimere sentimenti, oppure a sintetizzare un concetto della matematica, della biologia, a corporeizzare i suoni, le lettere, a fare assorbire a livello corporeo connettivi logici o spazio-temporali (sopra, sotto, con, infine, quindi…)

La persona lascia la sua identità per assumere quella da drammatizzare (personaggio, oggetto, animale, pianta, idea….) sia che abbia scelto lei il ruolo, sia che le sia stato assegnato. Nel gioco dei ruoli che avviene nel contesto drammatico la persona può entrare in situazioni che non capisce, che le fanno paura, che ama, che la stimolano… In studio, con le persone singole si usano più che altro le microdrammatizzazioni, mentre lo psicodramma si usa con il gruppo ed ha una durata rilevante e regole ben precise.

Mi piace a questo punto ricordare una frase di Pablo Neruda: “Il bambino che non gioca, non è un bambino, ma l’adulto che non gioca ha perso per sempre il bambino che era in lui del quale avrà sempre bisogno.”

Nel lavoro che svolgi, a tuo avviso che cosa pesa maggiormente? La lettura psicologica dei problemi del cliente, il rapporto umano, lo strumento terapeutico individuato, la disponibilità del soggetto a lavorare su se stesso o altro?

Sicuramente tutti gli aspetti elencati contribuiscono alla riuscita del lavoro. L’instaurarsi di una buona qualità di rapporto umano è senz’altro la conditio sine qua non, ma è anche vero che se non esiste una disponibilità perlomeno iniziale della persona, è impossibile ogni strategia. C’è da dire che in alcune situazioni al di fuori dello studio, per esempio in attività che si svolgono in un ambito scolastico o lavorativo dove sono presenti gruppi di persone, se tale disponibilità manca può essere creata od incoraggiata dallo stesso pedagogista clinico, grazie ad un’attenta osservazione ed all’utilizzo di approcci relazionali significativi.

Ci vuoi descrivere qualche caso o esemplificare delle situazioni che possono beneficiare dell’approccio del pedagogista clinico?

Durante la mia esperienza professionale ormai pluriennale mi si sono presentate persone con le situazioni di disagio personale più disparate, ed ho potuto verificare quanto l’approccio e le tecniche del pedagogista clinico siano state efficaci. Non voglio e non posso, per deontologia professionale e per rispetto nei confronti delle persone che si sono affidate a me, entrare nella descrizione di particolari situazioni, però mi piace ricordare in generale come sia possibile al pedagogista clinico, grazie alla qualità della relazione stabilita ed alle tecniche e strategie professionali, essere di aiuto in moltissimi casi di disagio. Cito ad esempio situazioni di difficoltà di apprendimento in ambito scolastico e non (ritardo mentale, balbuzie, dislessia, disgrafia, afasia ecc.), ADHD, problemi relazionali interni alla famiglia o alla coppia, situazioni di demotivazione personale di varia natura ed intensità che possono intervenire nelle diverse età, per esempio nel caso di una persona anziana che ha perso fiducia in se stessa ed entusiasmo nei confronti della vita. Devo riconoscere che mi è difficile esemplificare per categorie le situazioni di disagio affrontate, in quanto le varie persone che mi si sono presentate nella loro individualità e specificità non possono essere raggruppate in una categoria: come non esistono due persone uguali, così non esistono due disagi uguali.

Che cosa pensi dello “psicomago” Alejandro Jodorowsky?
Non conosco così approfonditamente l’attività di Alejandro Jodorowsky da potermi permettere di darne un giudizio. Dalle informazioni che ho, posso dire che il suo lavoro, pur avendo punti di contatto con quello del pedagogista clinico in quanto si basa sulla relazione e sulla necessità di sconvolgere circuiti ormai bloccati nella persona, è anche molto diverso. Il pedagogista clinico, infatti, utilizza strategie scientifiche, testate, proprie della sua professionalità e la pedagogia clinica ha fondamenti epistemologici molto certi.



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