Intervista di Elisa Coppedè.

Guido Degl’Innocenti è un giovane lucchese laureando in Discipline dello spettacolo e della comunicazione all’Università di Pisa, che ho deciso di intervistare perché mi hanno incuriosita alcune sue scelte controcorrente.

Il suo è un vero e proprio amore per la fotografia che lo ha affascinato fin da piccolo, tanto da indurlo presto a sperimentare varie tecniche e modalità fotografiche. Ho rapidamente scoperto quanto sia versatile il suo approccio allo strumento fotografico, e quanto Guido cerchi di sperimentare sempre nuove possibilità.

La fotografia è un mezzo importante nella realtà di oggi sia per la sua valenza scientifica sia soprattutto per le sue possibilità prettamente artistiche, tanto da essere posta ormai a pieno titolo sullo stesso piano della pittura e delle arti visive tradizionali. In edicola si moltiplicano le riviste dedicate all’arte fotografica e sul web, sono assai numerosi i fotografi che espongono le loro gallerie virtuali. Ho ripercorso dunque il cammino artistico compiuto da Guido per cogliere in che modo, attraverso la sua ricerca, sia riuscito a distinguersi.

Come è nato in te l’interesse per la fotografia?Ci sono state delle esperienze particolari che ti hanno suggerito questa strada, hai seguito corsi specifici che ti hanno “illuminato”….?

L’interesse verso questa forma espressiva risale alla mia infanzia… ricordo ancora la curiosità con cui osservavo mio padre che “smanettava” con i comandi di quello strano aggeggio, quando, magari in occasione di qualche scampagnata, i miei genitori si portavano dietro la macchina fotografica.

Dagli anni delle scuole medie, poi, per me questa divenne compagna pressoché inseparabile in gite, viaggi, uscite varie… Certo, non si trattava di un moderno apparecchio “auto-tutto” (figurarsi: una vecchia compatta meccanica Agfa degli anni ’60, senza nemmeno l’esposimetro), ma per me era un gioiello pieno di magia! Mi rendevo sempre più conto scattare le foto con tutto quello “smacchinare” mi affascinava, ed oggi, guardando al passato, non posso non riconoscere che disporre di un apparecchio tanto spartano ha costituito una fortuna davvero notevole per apprendere certi concetti base e per “fare l’occhio”, come si dice in gergo, alle condizioni di luce che si hanno a disposizione.

Negli anni successivi sono approdato alle fotocamere reflex e, scattando molto di più per conoscere meglio le macchine, l’approdo a corsi di fotografia è pressoché inevitabile. Ne ho frequentati diversi, fra cui uno mirato alla fotografia in bianco e nero tenuto da Roberto Evangelisti, utilissimo per farmi scoprire quella che poi è la tecnica che uso più spesso, e alcuni mirati sia ad approfondimenti tecnici e allo studio fotografico, sia allo still-life e al ritratto-glamour. Molto utile è poi stato un workshop tenuto nell’ambito del Lucca Digital Photo Fest 2006 dal fotoreporter Ivo Saglietti, nel corso del quale ritengo siano state offerte preziose indicazioni, oltre che sull’approccio al “raccontare per immagini” (argomento immenso non certo esauribile nei due-tre giorni di un workshop), sul delicato rapporto che si viene a creare fra fotografo e soggetto ripreso, questione che va ben oltre l’aspetto puramente “legale” inerente alla privacy e relative norme.

Raccontaci la tua esperienza di fotografo.

Mah, penso che gli inizi siano più o meno uguali per ogni appassionato… si prende la macchina in mano e si fotografa di tutto, ma proprio di tutto. Poi, inevitabilmente, viene il momento in cui si inizia a ragionare per delineare quali siano i campi di azione più congeniali. Una sorta di “amore a prima vista”, per me, è stata la fotografia di paesaggio, sia a colori sia (poi) in bianco e nero, diurna e notturna, sia con pellicole negative sia diapositive (eccezionali quanto a luminosità, ariosità e tridimensionalità delle immagini). Parimenti, dato che l’altra mia grande passione è rappresentata dalla musica, classica e leggera, ho iniziato a fotografare eventi musicali, a cominciare dai complessi di miei amici che si esibivano in vari locali della lucchesia e non soltanto. A tutt’oggi, quando possibile, non esito a “intrufolarmi” in un concerto in compagnia della fotocamera. Non sono mancate e non mancano tuttora le occasioni di realizzare fotografie a fini di documentazione, soprattutto con il Ce.I.S. di Lucca (ovvero il Gruppo “Giovani e Comunità”, associazione di volontariato) durante i vari eventi che organizza. Poi, ovviamente, con la frequentazione di corsi fotografici, circoli, ritrovi fra amici appassionati le occasioni di scatto si moltiplicano, non solo per quantità ma anche per qualità. Tutto ciò finisce per comportare anche un’evoluzione nella modalità di rapporto con i soggetti-persone, aumentando la capacità di approccio, dialogo, comprensione, importantissime per chi fotografa, forse anche più della semplice abilità tecnica.

Che cos’è la fotografia per te?

Anni fa, nell’ambito del corso di fotografia in bianco-nero, dovendo formulare una riflessione sulla fotografia, scrissi “la fotografia è un reportage illustrato della mia interiorità, raccontato attraverso ciò che è fuori di me”.

Riguardando le mie immagini, ripensando alla scelta delle situazioni, dei soggetti, dell’illuminazione, penso che davvero poche siano quelle che “si sottraggono” a questa regola…

Con quali tecniche ti senti più a tuo agio? A quale corrente fotografica ti senti più affine?

La quasi totalità dei miei lavori nasce dalla pellicola, come ho già detto sia in bianco-nero sia a colori (in quest’ultimo caso mi affido quasi sempre alla diapositiva). Molteplici le motivazioni di tale scelta, un po’ per questioni di gusto personale (non riesco a farmi piacere la qualità delle immagini generate da un sensore digitale, soprattutto quando stampate), un po’ da questioni puramente tecniche (per molte situazioni che intenzionalmente cerco, tipo i controluce estremi, il digitale mi porrebbe enormi problemi). Non mancano ovviamente le eccezioni: nell’ambito del Lucca Comics & Games, ad esempio, mi sono mosso in digitale, principalmente per ragioni di omogeneità con il lavoro degli altri fotografi del circolo. Più spesso ricorro al bianco-nero, dato che questa tecnica dona alle immagini un’atmosfera tutta particolare, permettendo di concentrare l’attenzione su determinati particolari, quali espressioni di volti, giochi di luci ed ombre, effetti insoliti (situazioni che amo ricercare). Senza contare che, essendo in contatto con uno stampatore professionista in bianco-nero, il controllo sui lavori è praticamente totale, molto più approfondito di quanto non sia possibile con i laboratori.

Come strumentazione utilizzo quasi sempre fotocamere reflex a messa a fuoco manuale, con un corredo di tre-quattro ottiche a focale fissa (grandangolare, standard e teleobbiettivo medio), che preferisco agli zoom sia per resa ottica sia per abitudine ormai consolidata. In certi contesti in cui la presenza di un fotografo deve essere più discreta possibile, ricorro ad una fotocamera a telemetro con autofocus, molto silenziosa e veloce nell’uso; soprattutto nella foto notturna utilizzo una macchina medio formato biottica, che mi offre, oltre alla totale indipendenza dalle batterie, all’assenza di vibrazioni e ad una qualità di immagine molto elevata grazie al negativo di grandi dimensioni, il vantaggio di poter controllare continuamente l’immagine anche durante lo scatto.

 

A quale fotografo ti ispiri?(se ce n’è uno in particolare)

Domanda difficile! Sarei fortemente tentato di rispondere “a tutti”… nel senso che ritengo che ci sia sempre e comunque qualcosa (leggasi molto) da imparare osservando ed analizzando le fotografie degli altri, siano essi grandi nomi o meno. A tal proposito, ritengo importantissimo visitare mostre e leggere libri di fotografia, così come frequentare circoli fotografici. Ogni occasione di incontro con le immagini, siano esse organizzate in lavori completi o semplicemente scatti singoli, è una preziosa fonte, non certo per copiare in maniera più o meno pedissequa quanto realizzato da altri, bensì per esercitarsi a cogliere e capire il ragionamento che sta alla base sia di un racconto illustrato, sia del semplice singolo scatto. Poi, perché escludere la possibilità che il messaggio di un’immagine, o magari anche un semplice aspetto di una fotografia, non faccia germogliare qualche idea?

Per fare qualche nome tra i fotografi che amo, citerei Trent Parke dell’Agenzia Magnum, di cui ammiro il lavoro “Dream-Life”, ospitato in una passata edizione del Lucca Digital Photo Fest; mi piacciono molto certi lavori del compianto Robert Mapplethorpe; poi non posso non citare il grandissimo Helmut Newton, di cui è veramente dir poco che ammiro l’approccio alla femminilità. Sul versante del reportage/fotogiornalismo trovo sensazionali molti scatti dell’iraniano Abbas, che non a torto è stato definito “l’uomo giusto al momento giusto”; ma l’elenco potrebbe continuare a lungo…

Fra gli italiani ammiro moltissimo Ferdinando Scianna, di cui Lucca ha ospitato una grande mostra alcuni anni orsono, ma anche Gianni Berengo Gardin, alcuni lavori di Franco Fontana, di Riccardo Moncalvo, non posso non menzionare Enzo Cei, autore di un grandissimo lavoro sui trapianti di organi.

I soggetti preferiti? Fai fotografie in studio? O preferisci all’aria aperta?

In linea di massima, i soggetti che prediligo, come ho già accennato, sono la paesaggistica, foto di manifestazioni in costume, di eventi musicali, non disdegno fotografare i manichini e fare esperimenti di still-life e genericamente di composizione, mentre “mi vedo” meno con la fotografia di strada, con lo scatto “rubato” in situazioni di quotidianità. Non mi si fraintenda, stiamo parlando di un genere che ha visto nascere molte fotografie forse fra le più grandi in assoluto, ma non ho mai provato grande attrazione verso di esso. Ciò non toglie, comunque, che se mi imbatto in una situazione che mi intriga…zac. E’ il caso, ad esempio, di un artista di strada “immerso” nella sua opera.

Quanto al fatto se preferisca lo scatto in studio o meno, direi che si tratta di due situazioni molto diverse. In studio si possono predisporre l’illuminazione, il fondale, gli accessori, mettere in posa il soggetto come si vuole, pianificare tempi, spazi… controllo ed interazione col soggetto totali. Comodo, certo, ma almeno per me rischia di diventare noioso, a meno di non voler elaborare un progetto ben preciso. Tant’è che, negli ultimi di una serie di workshop con modella, mi muovevo in sala di posa più con l’occhio di un reporter che con quello di un fotografo di studio, finendo per scattare magari mentre la modella si sistemava il trucco o un accessorio.

Fuori dello studio è tutta un’altra cosa, ci si deve adattare all’ambiente che si ha a disposizione, alla luce, anche l’eventuale interazione col soggetto cambia notevolmente, e questo vale sia nel caso in cui si operi all’aperto, sia nel caso degli ambienti chiusi.

In generale, potrei dire che un’interazione coi soggetti-persone c’è quasi sempre, anche se sostanzialmente limitata al presentarmi e al fare accettare la mia presenza (le più elementari norme di correttezza); per il resto, molto difficilmente mi si vedrà mettere in posa un soggetto, o dirgli cosa fare (“Io non ci sono”, “Dimenticatevi di me” sono le mie battute in tal senso), ammesso che ciò proprio non dipenda da specifiche esigenze del lavoro che devo affrontare.

 

 

Di solito a quale genere di pubblico ti rivolgi?

Direi ad un pubblico più ampio possibile; indipendentemente dal fatto che espongo di solito in caffetterie, mostre in locali ad ingresso libero e in ambienti parecchio frequentati, chiunque oggi può entrare in contatto con un’immagine fotografica, per cui non si può non tenere conto che il messaggio deve essere il più possibile alla portata di tutti, anche se ciò mette pericolosamente “dietro l’angolo” il rischio dello scatto scontato…

Parlaci delle mostre a cui hai partecipato.

Ho all’attivo partecipazioni sia a collettive sia ad alcune che potremmo definire personali: nel 2007 alla mostra “L’immagine consueta – fotografie di momenti di affezione”, a chiusura del corso di Educazione all’immagine (foto in bianco-nero) in Palazzo Vitelli a Pisa, sede del Rettorato dell’Università: una occasione che vide una mia foto come copertina della mostra; sempre nel 2007, due miei scatti nella collettiva del circolo Photolife di Lucca “Artigianato fra arte, storia e cultura”, nella casermetta del Baluardo San Martino sulle mura urbane; inoltre, partecipai al concorso/mostra fotografica sulla festa della Madonnina dei Cavatori di Gorfigliano, ed esposi un piccolo lavoro in bianco e nero sul Carnevale di Venezia intitolato “Venezia 2007-Un sogno in maschera”, in un bar del centro storico di Lucca, collaborando ad un’iniziativa del mio amico architetto e fotografo Marco Del Monte, che presentò un lavoro su Atene.

Dal 2007 espongo presso la Caffetteria “La Colonna” in piazza della Colonna Mozza a Lucca, in occasione del “Photocaffè”, un’iniziativa organizzata annualmente dal circolo Photolife, che vede una serie di tante piccole personali dei vari soci in alcuni bar e caffetterie del centro storico: in quell’anno presentai “Lucca by Night”, una serie di notturne in bianco-nero scattate in Lucca centro. Nell’edizione 2008, esposi un piccolo lavoro in bianco e nero sulla band lucchese “The Machine”, realizzato nell’ambito del ciclo di concerti “Arena della Musica”. Nel 2009-2010 abbiamo realizzato con Photolife una versione collettiva del Photocaffè, a tema Cosplay, esponendo scatti di vari membri dispersi nei diversi locali, non più facendo “mini-personali”.

Nel 2010, con un gruppo di amici fotografi, abbiamo realizzato due mostre fotografiche sull’attività del Gruppo Volontari Accoglienza Immigrati (G.V.A.I.) di Lucca, in occasione del suo ventennale, tenute ad agosto sotto il loggiato di Palazzo Pretorio-Piazza S. Michele e a dicembre 2010-gennaio 2011 nella chiesa di San Cristoforo.

Quali saranno i tuoi prossimi impegni?

In pentola bollono diverse iniziative: a breve dovrebbe partire la nuova edizione della mostra collettiva su Lucca Comics & Games con Photolife; inoltre, è in corso di realizzazione un lavoro sull’attività di un laboratorio teatrale tenuto dal Ce.I.S. di Lucca.

Poi, immancabilmente, ci sono un sacco di iniziative nel cassetto (tra cui terminare il lavoro sui The Machine, fare sperimentazioni varie come lavori di paesaggio usando magari la pellicola a infrarossi in bianco-nero, foto in notturna che esulino dalla semplice paesaggistica…) che speriamo si concretizzino, anche se richiederebbero giornate di 48 ore!



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