Intervista di Elisa Coppedè.

Alessandro Giuliani è un fotografo lucchese già affermato, una personalità interessante che ho incontrato in occasione di una sua installazione al Mercato del Carmine, nel centro storico di Lucca. Una raffinata opera, la sua, dove l’emozione si fonde con la spontaneità e crea degli scenari di delicata evocazione intimista, proiettata al tempo stesso verso l’esterno, verso la comunicazione, la società. Alessandro è uno sperimentatore che gioca con elementi moderni (utilizzando per esempio l’installazione per presentare le proprie opere), recuperando però anche riferimenti alla tradizione.

Come è iniziata la tua carriera di fotografo? Raccontaci le esperienze che più ti hanno indirizzato verso questo tipo di arte.

La passione per l’arte mi ha spinto a immergermi sempre più in essa. Nei quattro anni 2003-2007 ho gestito lo spazio Bottega27-Lucca, laboratorio di creazione ed esposizione. Un luogo d’incontro di artisti di varia provenienza e di vario genere, fotografi, pittori, scultori e scrittori. In quel periodo, oltre a organizzare le esposizioni altrui, ho iniziato a lavorare in modo più continuo sui miei progetti e produzioni, fino a scegliere nel 2005 la fotografia come unica professione. La mia prima camera oscura risale agli inizi degli anni Novanta.


È bello vedere che ci sono ancora fotografi che hanno capacità tecniche tali da produrre in proprio le fotografie, variando nella sperimentazione. Anche perchè la foto non deriva solamente dall’avvicinare l’occhio all’obbiettivo, ma dietro a tale gesto semplice esiste tutto un lavoro che, nell’epoca del digitale, ha perso importanza ed è sostanzialmente scomparso. Ci puoi esporre quindi i procedimenti tecnici che utilizzi durante il tuo lavoro? (stampa, carta, formati, ecc…)

Certo, per me è importante gestire ogni fase della produzione: dallo sviluppo del negativo alla stampa in camera oscura, ed è sempre una ricerca impegnativa, fisica, con risultati mai scontati e molte volte casuali. Se per la prise de vue utilizzo sempre la solita pellicola, per la stampa lavoro su carte che ho a disposizione, senza rigidità di formato o marca. Capita anche che amici mi regalino stock inutilizzati, a volte molto vecchi… in questi casi ottengo risultati unici e irripetibili, molto significativi da un punto di vista artistico.

Per alcune serie produco artigianalmente la carta in camera oscura, emulsionando supporti destinati ad altri scopi. E’ questo il caso di Paura di Amare (interpretazione dell’opera di Michelangelo Buonarroti scultore), un lavoro costituito da 25 tavole, ciascuna opera unica, e in genere dei progetti destinati ai musei.

La tua è una fotografia segreta, confidenziale che potremmo riportare ad alcuni lavori di Alfred Stieglitz, un grande protagonista dell’epoca d’oro della fotografia con un’inguaribile passione per la fotografia intima. Oltre a questa caratteristica troviamo nelle tue foto una sorta di critica sociale e una volontà di eliminare l’accademismo e l’artificialità del mezzo fotografico, cercando di rendere una narrazione di immagini la più spontanea possibile. Ci puoi raccontare in poche parole cosa è la fotografia per te? Che cosa cerchi nella fotografia?

Ti rispondo semplicemente: la fotografia è per me uno strumento di relazione e di espressione delle mie emozioni, dei miei sentimenti. Uno strumento con cui cerco di raccontare, raccontarmi e, quando mi riesce, fare poesia, percorrendo le strade incerte dell’incoscienza. In questo senso, il mio modo di vedere e sentire è tanto cambiato dopo un incontro a Milano con la poetessa Merini nel 2009.

Di solito i tuoi lavori sono su commissione? A quale genere ti interessi di più? (ritratti, paesaggi…) A che pubblico ti rivolgi?

I miei lavori nascono spesso casualmente e si sviluppano liberamente, seguendo intuizioni e vie laterali, senza finalità di mercato o comunque predefinite. Ho comunque commissioni da parte di istituzioni culturali e musei (per quanto riguarda i progetti di interpretazione dell’opera d’arte), soggetti privati (ritratti in studio) o aziende (documentazione\installazione interna). L’uomo è il soggetto principale della mia fotografia, anche se ultimamente sto facendo ricerca sul paesaggio, soprattutto notturno, quando mi riesce più facile provare a penetrare le apparenze della forma.

A quale fotografo ti ispiri?

In questo momento mi piacciono i lavori e i gesti di Sarah Moon per la sua visione poetica, Anders Petersen e JimGoldberg per la capacità di raccontare storie marginali, Paolo Roversi e Nadar per il ritratto.

Un tratto che ti avvicina molto alla contemporaneità, oltre all’uso dell’installazione per presentare le tue opere, è sicuramente quella che io definirei la “poetica del fotogramma”. Tale poetica consiste nell’esprimere la realtà attraverso fotografie che hanno appunto funzione di fotogramma, quasi a voler alludere ad una produzione filmica: hai mai pensato di entrare nel mondo cinematografico?

No non ci ho pensato, ma tu, con questa domanda, mi fai riflettere sulla composizione del racconto. A parte l’installazione lineare di questa mattina, realizzata al Mercato del Carmine, prediligo la realizzazione di tavole di grande dimensione (5×2 metri) con sovrapposizione non logica e anche caotica delle fotografie a rappresentare la complessità della storia e permettere un’interazione positiva con lo spettatore. Mi piace sviluppare questa azione libera, fatta di ingredienti semplici: fotografie di vario formato, scotch, muro di uno spazio pubblico o privato e tempo definito (qualche ora).

Quali sono le prossime mostre a cui parteciperai?

Potrei dirti bla qua, bla là, in realtà non ho mostre in programma. Sto lavorando intensamente su progetti che lentamente modificano il mio sguardo e semplificano il mio modo di pensare l’idea di esposizione: un approccio più vicino alla mia poetica attuale, intimo, come dicevi tu all’inizio. Mi piace occupare spazi non convenzionali, luoghi quotidiani frequentati da gente comune per motivi non artistici, come stamani in questo mercato,  dove ci siamo incontrati.

E presto ripeterò queste azioni in altre città italiane e francesi.

maggio 2011



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