Di Elisa Coppedè.

Il 25 maggio è scomparsa a novantaquattro anni l’ultima grande esponente del gruppo surrealista, l’inglese Leonora Carrington, in un ospedale di Città del Messico.
Grande vita la sua, caratterizzata da un’innata ribellione nei confronti delle convenzioni, che la portò a scappare dalla casa paterna (era nata nel Lancashire il 6 Aprile 1917) per inseguire a Parigi il suo grande amore Max Ernst, di ventotto anni più grande di lei. Un’insofferenza verso le regole che la fece poi fuggire da quel mondo parigino ormai macchiato dal regime nazista che aveva imprigionato il suo compagno. La conseguenza ultima di queste situazioni fu il suo internamento, per un periodo, in un ospedale psichiatrico a Santader, in Spagna.
La sua vita, i suoi desideri, le sue aspirazioni… ritroviamo tutto lì; nella sua arte.
Leonora è un’artista poliedrica: non soltanto pittrice e scultrice ma anche scrittrice; nonostante l’età, ha lavorato ininterrottamente sino ad anni molto recenti (l’ultima opera d’arte, realizzata a Città del Messico, è del 2003).
La sua non è solo un’arte “surrealista”, ma qualcosa di più: è un vero flusso di pensiero, una sorta di autoanalisi, uno sfogo dall’ordinaria realtà così incasellata in insipide regolamentazioni.
I suoi lavori, in cui Leonora crea universi onirici popolati da personaggi enigmatici, animali e vegetali (da ricordare soprattutto il cavallo, da intendersi come simbolo di libertà) sono ispirati alle fiabe, alle tradizioni e alla mitologia, sia quella celtica, che le ricorda le sue origini irlandesi (la nonna materna l’aveva affascinata fin da bambina con favole celtiche), sia quella del paese che l’ha accolta ed in cui ha vissuto fino alla fine della sua lunga vita: il Messico.
I suoi quadri molto spesso possono essere letti come criptici autoritratti, legati alla sua storia e al suo vissuto caratterizzato dalle severe imposizioni del mondo borghese nel quale è cresciuta, dall’internamento nell’ospedale psichiatrico di Santander, da un matrimonio combinato per scappare dalla Spagna, fino ad arrivare in Sud America.
In Messico l’artista ha finalmente trovato il posto per vivere e lavorare, stringendo forti amicizie con artisti e intellettuali; da ricordare, è soprattutto il grande legame con l’artista spagnola naturalizzata messicana Remedios Varo. Le due si dilettarono nelle pratiche alchemiche ed esoteriche, tanto che sono state talora ricordate come due ‘streghe’ che fecero tremare il mondo.
Messicano è anche il libro più famoso di Carrington: Il cornetto acustico, caratterizzato da uno humour malinconico.
Leonora è stata un’artista completa ed eclettica, musa per i membri del gruppo surrealista (in particolar modo, come già detto, di Max Ernst) e punto di riferimento per la successiva generazione di donne artiste, che hanno imparato da lei a lottare per affermarsi nel mondo dell’arte.
Sono una vecchia signora che ha vissuto molto e sono cambiata – se la mia vita vale qualcosa io sono il risultato del tempo […] non sarò mai pietrificata in una «giovinezza» che non esiste più. [...]se i giovani mi dicono ora che ho lo spirito giovane mi offendo – ho lo spirito vecchio [1].

Da ricordare oltre al libro Il cornetto acustico, anche Down Below dove la “pintora” descrive la sua permanenza nell’ospedale psichiatrico e La debuttante, che grazie al suo humour spiazzante venne inserita nell’Antologia dell’Humour nero di Breton.
I suoi quadri più famosi sono certamente il primo autoritratto (Alla taverna del Dawn Horse) dove il simbolo si fonde con la componente autobiografica e El mundo magico de los Mayas, realizzato nel 1963 per il Museo di Antropologia e Storia di Città del Messico.

[1] M. Warner, Interview with Leonora Carrington, in M. Corgnati , Artiste. Dall’impressionismo al nuovo millennio, Torino, Bruno Mondadori, 2004, p. 143.

Alla locanda del Dawn Horse – Autoritratto, 1938.



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