E’ difficile dire perché una stanza, le pietre di una strada, un angolo di giardino mai visto, un muro, un colore, uno spazio, una casa diventino improvvisamente familiari, nostri. Sentiamo che abbiamo abitato questi luoghi, una sintonia totale ci fa dimenticare che tutto questo esisteva e continuerà ad esistere al di là dei nostri sguardi.

Mettendoli in fila, uno dopo l’altro, questi luoghi formano una specie di sequenza strana fatta di pietre, chiese, gesti, luci, nebbie, rami coperti di brina, mari azzurri; diventano il nostro paesaggio impossibile, senza scala, senza un ordine geografico per orientarci; un groviglio di monumenti, luci, pensieri, oggetti, momenti, analogie formano il nostro paesaggio della mente che andiamo a cercare, anche inconsciamente, tutte le volte che guardiamo fuori da una finestra, nell’aperto del mondo esterno, come fossero i punti di un’immaginaria bussola che indica una direzione possibile.

Luigi Ghirri, Dattiloscritto, 1989.

Frasi, ancora una volta di Luigi Ghirri, sulla modalità di ‘incontrare’ con una sorta di ‘terzo occhio’, quello fotografico, il paesaggio. Il Dattiloscritto è tratto da quel libro straordinario Niente di antico sotto il sole (a cura di Paolo Costantini e Giovanni Chiaramonte) uscito per le edizioni SEI nel 1997. Raccoglieva tutti i testi di Ghirri sulla fotografia scritti fino alla morte, prematura, nel 1992.

Parole che  ci accompagneranno nel nuovo viaggio virtuale su questo sito, parole che presentano il secondo ciclo della rubrica da me curata, come sempre in libertà e in sintonia, con Oriana Rispoli. La struttura della rubrica rimarrà sostanzialmente invariata mantenendo la ‘formula’ della presentazione di un’immagine accompagnata dal racconto dell’autore in dialogo con le note di un musicista. Rimane quindi il rapporto tra immagini, parole e musica; rimane lo sforzo chiesto all’autore di presentare in prima persona il proprio lavoro, rimangono quelle che chiamiamo le ‘righe di presentazione’ all’immagine stessa : citazioni, versi, formule matematiche?…. perché no.

Permane anche il concetto di madeleine, una lettura della fotografia, percepita ancora una volta come sintesi soggettiva formidabile e folgorante rispetto alla realtà esterna.

Ciò che varierà sarà il contenuto ‘visivo’ delle fotografie proposte, che verrà circostanziato, senza rigidità: ci sposteremo, invitati dalle parole di Luigi, verso luoghi impossibili o mentali, “i nostri paesaggi della mente che andiamo a cercare’’, che sono tutt’altro che non luoghi. Il percorso partirà quindi, sempre, da un’immagine di paesaggio, liberamente inteso – anche una stanza, una pietra, un angolo di giardino – come scriveva Luigi Ghirri con anticipo quasi profetico (quale è stato tutto il suo lavoro) rispetto alle attuali strade che la fotografia contemporanea percorre, sperimenta. Una lettura che, come dicevo in sintonia con l’idea di madeleine, ci permetterà ancora di leggere l’immagine nella chiave del déjà vu, del passo indietro del gambero, del tuffo a ritroso nel passato, nella memoria, personale e/o collettiva.

L’idea di fotografie che sono come bussole, ci indicano una direzione possibile, pur non avendo scala o un ‘senso’ geografico, pur essendo grovigli di luci, pensieri, oggetti… ma sono i nostri paesaggi interiori, quelli che andiamo a ‘congelare’ nel fuoco fatuo dell’istante, nella speranza un giorno di orientarci.

Il brano di Luigi Ghirri, di cui ho riportato all’inizio la seconda parte, iniziava in realtà così: ‘’Giordano Bruno dice che le immagini sono ‘enigmi che si risolvono col cuore’. A chi mi chiede a volte cosa sia la fotografia rispondo con questa frase…(…)’’. Bene, se cercheremo quindi di proporre, col nuovo ciclo di madeleine, qualche suggerimento di direzione, fondamentalmente lasceremo intatta alle immagini la loro magia, il loro essere e restare appunto ‘enigmi che si risolvono col cuore’.

Il cuore ci è caro oggi in questo mondo delle cardiopatie, ci è prezioso come centro simbolico, figura retorica della nostra volontà di esistere cercando sempre, malgrado tutto, una comunione con gli altri, la comunione del cuore che, come diceva Jean Louis Barrault protagonista dell’ultima madeleine del primo ciclo, è superiore a quelle del sangue e dello spirito.

(…) E’ questa comunione, concludeva l’Angelo nero del teatro francese, che illumina i nostri viaggi internazionali e spoglia di valore la parola straniero. In questo cuore comune, che incontriamo dappertutto, risiede la nostra speranza.

Francesca Vitale

Il paesaggio impossibile di Mario Giacomelli »



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