Di Oriana Rispoli.

“Si intitola eloquentemente “Mattanza” lo spettacolo che la compagnia senese dei Motus ha presentato in prima assoluta al Teatro dei Rinnovati. Un lavoro interamente dedicato alle morti sul lavoro, che vuol denunciare le stragi che ogni giorno si compiono nei cantieri nostrani […]. Ottimo il cast di danzatori, che associa una straordinaria abilità tecnica a una notevole espressività. L’altezza dei cubi sembra annientata dalla loro capacità di saltarci sopra con estrema naturalezza. I movimenti sono sempre eloquenti ed espressivi; coreografie ben orchestrate cospargono la scena di continui richiami. Una buona scelta musicale crea ben equilibrate sequenze, dosando con garbo momenti più dolci e riflessivi con scene più rapide e ritmate”

Nelle parole (dicembre 2010) di Gherardo Vitali Rosati, critico teatrale e membro della giuria del Premio Ubu, si delineano chiaramente la natura e l’indirizzo di ricerca dei MOTUS, che nel 2011, celebrando i vent’anni della loro attività artistica con all’attivo un premio nazionale di coreografia, due premi internazionali della critica e due apprezzamenti ufficiali della Presidenza della Repubblica, rinnovano storiche collaborazioni tra danza, musica e teatro e si aprono a sempre nuovi indirizzi, incentrati in maniera del tutto originale sulle grandi tematiche sociali e geopolitiche.

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Incontriamo le sorelle Simona e Rosanna Cieri, fondatrici della compagnia, durante la preparazione dello spettacolo “Creazioni Resistenti” che debutterà il 24 agosto nella rassegna “La Città Aromatica” diretta da Mauro Pagani (vedi http://nuovowww.comune.siena.it/La-Citta/Cultura/La-Citta-Aromatica/24-08-Danza).

Quali e quante nuove dinamiche avete creato in questi vent’anni, prima con i “Duncaniando” (n.d.r. primo nome della compagnia, in omaggio a Isadora Duncan) e poi con i MOTUS e le produzioni incentrate sui grandi temi sociali?

Quando abbiamo iniziato quest’avventura nel 1991, l’abbiamo fatto per la necessità di comunicare, di raccontare qualcosa con gli strumenti che ci erano familiari. Ma non avevamo ancora piena coscienza di quanto fosse difficile fare questo lavoro. Ci sembrava che la nostra ansia di ricerca e di sperimentazione di gesti significanti fossero sufficienti. E invece si trattava di un complicato incastro di competenze e capacità (da quelle tecniche di illuminazione a quelle scenografiche, da quelle musicali a quelle organizzative) ma anche e soprattutto di un delicato equilibrio di teste e pensieri diversi. Questa coscienza è maturata nel tempo e ci ha visto crescere giorno dopo giorno insieme a coloro che hanno condiviso il progetto e gli obiettivi della compagnia. Abbiamo progressivamente modificato il metodo di lavorare, il processo di costruzione, la stessa modalità produttiva. Le forme della creazione, la coreografia, la scena, la drammaturgia, la regia, il lavoro dei ballerini, sono divenuti procedimenti necessari a ciò che volevamo narrare. E’ stata questa necessità a far precipitare poi i contenuti in forme utili, civilmente pregnanti, e a plasmare via via una forma sempre più definita e riconoscibile. Così è nato quello che oggi potremmo definire “lo stile MOTUS”.

Invece, un aspetto che avevamo sottovalutato e che ancora oggi non riusciamo ad accettare sono le trappole burocratiche, gli incastri legislativi, le troppe difficoltà economiche, gli impedimenti strutturali e il particolarismo diffuso che imbrigliano la vita di molti artisti nel nostro Paese.

Ha scritto di voi Silvia Poletti: la danza è un’arte “traumatica” che indaga e può interpretare anche problematiche forti e talvolta difficili, perché difficile è la vita. Come riuscite ad esprimere, attraverso la danza che è stata definita “poesia muta”, questo approccio concettuale?

Non condividiamo molto la definizione di “poesia muta”, ci piacerebbe modificarla in “poesia eloquente”. Corpi pulsanti, bocche parlanti, piedi che si muovono, mani che si intrecciano, pennelli che spargono colore, note e armonie che si diffondono, frastuoni assordanti, video e tecnologie varie, sono strumenti al servizio della creatività che non conosce confini e non costruisce muri.

Ma tutto questo, per noi, deve avere un senso più alto. Primo tra tutti, il bisogno di dire qualcosa che abbia a che fare col vivere oggi sulla terra. Andare in scena non solo per se stessi, ma perché si ha bisogno di dire e, in questo senso, divenire portatori di qualcosa che va oltre la propria esistenza.

Dacia Maraini dice che “Il teatro, anche quando si ripromette soltanto di “divertire” non può nascondere del tutto i suoi echi profondi: il suo interrogare, anche se ormai in sordina, gli dèi, il suo proporre solenni dialoghi con la coscienza sui difficili rapporti fra doveri e piaceri, fra individuo e collettività. I più bei testi del teatro di tutti i tempi sono prima di tutto una dolorosa investigazione sulle grandi questioni sociali.”

Un modo di intendere il teatro e la danza che condividiamo completamente.

Come sviluppate, voi due sorelle, il vostro lavoro, a partire dall’ideazione di un nuovo spettacolo fino alla coreografia, alla regia e alla performance?

Innanzitutto, ci sono aspetti del vivere contemporaneo che ci interessa sviscerare e sui quali costruiamo un progetto di lungo periodo. I nuovi spettacoli sono sguardi attenti e diversi puntati sul progetto. Ad esempio, negli ultimi anni ci siamo occupati dei diritti umani con un progetto che si chiamava AB/USI e su cui abbiamo costruito alcune produzioni principali. Ognuna di queste ha esaminato un aspetto particolare. Siamo così passati dagli aspetti legati alla religione come causa di conflitti in “In assenza di Dio”, a quelli dei diritti delle donne migranti in “Iris sotto il mare”;  dalla denuncia degli abusi della tortura e della pena di morte in “Della tua carne”, fino al diritto alla sicurezza nei luoghi di lavoro e alla piaga delle morti bianche in “Mattanza”.

Quando si affrontano argomenti del genere è molto importante essere in sintonia e non può esistere parcellizzazione dei ruoli, pur nel rispetto delle competenze specifiche. La coreografia e la drammaturgia dello spettacolo sono l’una funzione dell’altra. La ricerca coreografica sul movimento è finalizzata ad esprimere in modo artistico un concetto, che, per arrivare allo spettatore, non può permettersi di avere una regia fiacca o superficiale. Questo rende il processo creativo particolarmente difficile.

Forse il fatto di essere sorelle aiuta, ma serve molto di più la condivisione che deve necessariamente estendersi a tutti i componenti della compagnia. Per questo, da anni, lavoriamo con un gruppo stabile di danzatori, che partecipano con noi anche alle fasi di studio e di approfondimento.

Che cosa state programmando per la stagione estiva in Italia?

L’estate è sempre un periodo molto impegnativo per la compagnia. Ci sono festival e rassegne in Italia e all’estero. In Italia, oltre che in Toscana, saremo in Campania, in Umbria, e per terminare il tour, nel Lazio.

Ma non ci sono solo le repliche degli spettacoli. Siamo anche impegnati nella realizzazione dei nuovi lavori. Come vedi, stiamo allestendo lo spettacolo “Creazioni resistenti” che debutta in agosto, ma stiamo anche mettendo a punto le produzioni destinate al circuito internazionale.

Quali sono le vostre ultime produzioni per il circuito internazionale?

Una delle produzioni per il circuito internazionale è “Ratatouille”, creata per celebrare il ventennale della compagnia, miscelando ad arte alcune delle migliori coreografie realizzate negli ultimi anni, che porteremo nei paesi della ex-Jugoslavia.

Infatti, alla fine di luglio, come accade regolarmente da circa dieci anni, saremo impegnati in Bosnia Erzegovina per il progetto “Moving to Peace”, che ci permette di conciliare impegno sociale e attività artistica, contribuendo a costruire una cultura di pace nei paesi coinvolti dalla guerra dei Balcani. Quest’anno il progetto si svolge nelle città di Sarajevo, con la partecipazione al festival “Baščaršiske Noči”, e nella città di Tuzla, dove presenteremo “Ratatouille” nell’ambito del festival “Kaleidoskop”, e terremo laboratori e workshop per giovani e adolescenti, grazie anche alla residenza presso il Teatro Nazionale.

Un’altra produzione è “Rendez-vous”, spettacolo che si occupa della incomunicabilità nell’era della comunicazione di massa e della dipendenza ciber-relazionale derivante dall’uso di Internet.

Tutte le produzioni per il circuito internazionale devono avere caratteristiche tecniche semplici, sia per facilitare gli organizzatori locali nel montaggio, sia per permettere alla compagnia di spostarsi agilmente da un Paese all’altro.

Qual è per voi il futuro della danza?

Se per futuro della danza si intende quello della creazione artistica, crediamo che esistano in Europa tanti talenti anche tra i giovani. Ed è chiaro che è da loro che nascono nuove idee e i nuovi stili. Nel corso delle nostre tournée all’estero ne abbiamo conosciuti alcuni con i quali sono nati rapporti di collaborazione, come con il coreografo sloveno Branko Potocan o la danzatrice russa Tanya Kabharova. Anche in Italia esiste un panorama ricco e diversificato di coreografi-danzatori molto promettenti, solo che, in assenza di un adeguato sistema produttivo e distributivo, questi rischiano di finire nel dimenticatoio, sopraffatti da economie al limite della sopravvivenza. Di solito i teatri italiani programmano pochissima danza e il sostegno alla produzione è pressoché nullo. Tutto questo, mentre il mercato e il pubblico si riducono, grazie alla scarsa educazione alla cultura.

Chi scegliere di rimanere in Italia lo fa sapendo che le prospettive sono poche e che, per cambiare le cose, è necessario, come un tempo, creare un movimento di resistenza alla barbarie.

Altrimenti non ci sarà scelta. Dovremo emigrare all’estero, dove le persone vanno a teatro come vanno a mangiare la pizza, perché esite un’abitudine culturale.

In fondo, in Italia questa è la regola. Anche i giovani ricercatori sono costretti a fuggire. Ma certo questo non può essere un vanto per il nostro Paese.

Volete raccontarci le vostre principali collaborazioni con musicisti?

Da sempre collaboriamo con altri artisti e in particolare con musicisti che hanno composto per noi le musiche di alcuni spettacoli. In questo siamo stati favoriti dalla localizzazione geografica. Siena è una città ricca di importanti istituzioni musicali che vanno dalla musica classica al jazz. Con molti dei musicisti con i quali abbiamo collaborato sono nati rapporti di amicizia e stima reciproca, oltre che professionali. Tra tanti, in particolare, Francesco Petreni (batterista di fama internazionale che lavora con Enrico Rava, Paolo Fresu, Maurizio Giammarco, Marc Johnson, Jonny Griffin, Mal Waldron, Eddie Henderson, Claudio Roditi, Cameron Brown, Rita Marcotulli, Alain Jeanmarie, Barbara Casini, Enrico Pieranunzi) ha composto per noi nel 2000 le musiche originali dello spettacolo “Se è femmina, uccidetela” e, nel 2001, quelle dello spettacolo “Il dono del tempo”. Quest’anno, per celebrare i venti anni di attività della compagnia, ci siamo ritrovati e con Francesco abbiamo creato un nuovo spettacolo di danza e musica dal vivo dal titolo “Ancora a tempo” che ha visto anche la partecipazione della cantante Maria Laura Bigliazzi.

Che attività svolge il Centro Internazionale d’Arte da voi fondato a Siena?

Il Centro Internazionale d’Arte è sede della compagnia e centro didattico. E’ stato fondato nel 2000 per creare un luogo di eccellenza per l’insegnamento della metodica Simona Cieri, metodo originale per lo studio della danza, che cura particolarmente la postura, evitando accuratamente le rigidità imposte dalle tecniche tradizionali.

Oltre a Simona Cieri, che è anche direttrice artistica, il corpo docente del Centro è costituito dai danzatori della compagnia, tutti in possesso di diploma europeo per l’insegnamento della danza.

Il Centro ospita corsi dal livello propedeutico a quello avanzato, ma anche e soprattutto corsi di alta formazione e perfezionamento per danzatori professionisti e corsi per l’insegnamento della danza.

Il Centro ha stipulato una convenzione con l’Università di Siena anche per la formazione di altri tipi di professionalità, quali quelle di organizzatori e gestori di associazioni culturali, promozione di eventi, ecc..



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