“Ma palese od oscuro che fosse, tutto quel che Marco mostrava    aveva il potere degli emblemi, che una volta visti  non si possono dimenticare né confondere.

Nella mente del Kan l’impero si rifletteva in un deserto di dati labili ed intercambiabili come grani di sabbia da cui emergevano per ogni città e provincia le figure evocate dai logogrifi del veneziano. (….)

Forse l’impero, pensò Kubilai, non è altro che uno zodiaco di fantasmi della mente.”

Italo Calvino, Le città invisibili

Per me il paesaggio è inscindibilmente legato all’idea del viaggio.

Nel tempo ho scoperto perché tutto sommato viaggio così poco.

Quello che preferisco e che pratico meglio è forse piuttosto il turismo dell’anima.

Quando vado in giro per Roma con la mia moleskina e la digitale nella borsa pensando ad un nuovo lavoro è come se materializzassi il mio desiderio di raccogliere i pezzi del tessuto di una città viva ma apparentemente invisibile, che è anche a volte ovviamente, estremamente sottile.

Parte del lavoro che faccio è fissare questi pezzi attraverso un segno e poi farli decantare, per lasciarli manifestare o rivelare un significato,  insieme agli altri segni che verranno a descrivere meglio, a volte a sovrapporsi.

E’, insieme alle fotografie, lo storyboard che costruisco nella fase progettuale e nella ricerca che fa parte del mio lavoro di scultore.

Non so se sono in errore, se mi lascio fuorviare dal fascino che subisco durante questa fase di accumulazione.

La città che io osservo, percorro ed abito in quel momento è un luogo scelto ed amato.

E’ una città  che deriva da questo accumularsi e filtrare di emozioni vissute e di dialoghi della psiche, di tracciati e tessuti, anche grafici.

E’ un disegno che è estremamente mobile e dinamico, e significante ed attuale, mappa fluida anche nei suoi luoghi di esuberanza monumentale, quelli che sembrano sempre contenere un coefficiente di tranquilla e tranquillizzante stabilità estetica ed anche di coerenza emotiva, sia che facciano parte del passato, che del moderno.

Mi accade sempre più raramente con i luoghi del contemporaneo.

Tra tutti questi luoghi visitati, osservati, percorsi e ritrovati che sono, a viverli con lo sguardo dell’attenzione emotiva, i frame di possibilità via via retoriche, sconvolgentemente nuove, o didascaliche, o sorprendenti, o fuorvianti e potenti, ne esistono sicuramente un paio che sono fondamentali, per me almeno.

Il primo è il luogo della sublime ruffianeria semantica Barocca ed è quindi topos in senso astratto, è un luogo senza localizzazione precisa, ma è un luogo con un potere seduttivo,  un gradiente  emotivo enorme.

E’ il “Centro” esistente ma imprecisato, il luogo della funzione interiore nascosta nella finzione esteriore, dell’illusione semantica, ma soprattutto della passione. E’ sparso in meraviglia e sorpresa nelle chiese e nei palazzi, nei segni di marmo intonaco  e stucco che affrontano ancora oggi con successo la loro sfida dialettica con il contesto ed il paesaggio urbano.

Il secondo luogo è, per me, luogo in senso più stretto  ed è un archetipo.

Nello skyline della città mi ha sempre attratto, con il suo aspetto di gabbia metallica che può sia imprigionare sia proteggere.

Un filtro osmotico.

Via via nel tempo più ho osservato il Gazometro di via del Commercio, anzi i Gazometri, più mi sono apparsi sempre più convincentemente, come il luogo in cui realizzare una possibilità di sintesi tra interno ed esterno, il teatro di un importante intervento scultoreo in cui manifestare insieme meraviglia ed estrema significanza.

Possibilità che confina strettamente con la libertà nel misurarsi costruendo qualcosa di talmente sacro da incarnare  il senso stesso della rappresentazione, anche ovviamente emotiva, del genius loci che per me risiede nei luoghi della presenza.

Che non sono certo quelli in cui  ci si assembra per partecipare e rispondere presente all’adunata della retorica e della demagogia, come spesso accade ancora oggi, dove si accorre in massa per essere assenti nei luoghi del significato, della sensibilità, della conoscenza, del sentire profondo e vero e del guardare, per osservare consapevolmente.

Inizialmente l’idea del mio paesaggio impossibile era una sorta di cut up, una scenografia un pochino metafisica che riproducesse e mettesse in scena tutti i personaggi e le ambientazioni di un mazzo di carte di fine ottocento, le sibille.

Un sorta di teatrino molto psicologico ma abbastanza inattuale, che probabilmente sarebbe piaciuto molto a Cesare Musatti e forse più ancora a Jodorowsky, un fondale scenografico articolato e ricco di angoli caratteristici e personaggi, di azioni e reazioni, che nella vicinanza trovavano connessioni inaspettate, ed ovviamente esoteriche.

Mentre discorrevo con Francesca Vitale di questo paesaggio, che già nel suo disegno di bozzetto si definiva, pensavo e parlavo delle motivazioni profonde, e di molto altro.

Probabilmente nel discorso sono filtrate queste suggestioni di sensibilità, tanto è vero che ho finito per cambiare bersaglio, era successo anche nella Madeleine:  il processo di decantazione lascia in affioramento le parti nobili, evidentemente, ed è molto bello che ci sia chi ha la fiducia di fidarsi della mira altrui.

Tutto sommato poi  è inutile e prolisso usare un intero mazzo quando una sola carta basta a leggersi e a raccontarsi.

Per me era il  Gazometro il luogo in cui perpetrare la sintesi e la sfida del paesaggio al paesaggio.

Non essere semplicemente sfondo alle emozioni, ma essere emozione viva.

La somma di tutti i segni ed emblemi era a sua volta, segno ed emblema, nella sua significanza, ed era inutile operare per accumulazione semantica, quando il lavoro era sicuramente più semplice formalmente, supericonico, sebbene parecchio più ambizioso nella sua parte realizzativa.

Era quindi il paesaggio impossibile che si materializzava.

Un progetto di grosso impatto, che ad alcuni appare forse sicuramente folle, che inseguo già da un po’.

Tra chi mi vuole bene e mi stima c’è chi pensa e dice che non sono matto, sono matto fino in fondo.

E’ un intervento, un lavoro che sto iniziando, realizzando, dopo averlo per un po’ di tempo solo immaginato e pensato, raccontato, disegnato, fotografato.

Un intervento di scultura sulla città, da realizzare in un’epoca che lascia questo compito ai soli architetti.

Un’opera d’amore e d’intelletto installata sul luogo dell’estrema significanza, della dialettica, e della meraviglia.

Una cupola barocca che si slancia dal gazometro a proteggere e a custodire il valore ed il senso che sfuggono alla sensitività ed agli zodiaci, il nucleo di significanza.

La sensibilità, alcuni direbbero il cuore.

Può apparire trasparente, o immateriale, ma è vivo, è pulsante, è rosso.

Nemmeno una griglia di putrelle riesce ad occultarlo, affiora prepotente perfino sotto la X di molte incognite.

Cercare di fissarlo e raccontarlo è un poco come cercare di catturare il movimento fluido di un passo di danza, il nome di un colore o un riflesso ondeggiante sull’acqua o,  pensando a Calvino,  è disegnare, descrivere con meraviglia, con ostinazione e con la consapevolezza che non esiste linguaggio senza inganno.

Ma alcuni linguaggi ed alcuni messaggi possono anche significare senza ingannare altro che l’occhio e quindi ingannano, ma non tradiscono mai il profondo.

Cristiano Gabrielli



Condividi
Copyright ©  2011-2017  Nuove Tendenze
Codice Fiscale 97361110584 - P.IVA 09009871006

Logo realizzato da Franco Avitabile