Di Giorgio Ceccarelli Paxton.

Sconvolgenti la vita e le vicende artistiche di uno dei pianisti più talentuosi e sfortunati della seconda metà del Novecento. Mi riferisco a Youri Egorov, nato a Kazan, nella ex-URSS, il 28 maggio 1954 e morto il 16 aprile 1988 ad Amsterdam. Nel 2008 è uscito per la EMI un cofanetto di 7 CD riportante la maggior parte delle sue incisioni per questa etichetta. Il cofanetto è ora reperibile a prezzo molto conveniente in varie catene online tra cui Amazon: basta armarsi di pazienza e confrontare i vari prezzi.

Vita

Una vita infelice, dicevo, anche se gli anni dell’adolescenza furono riempiti dagli studi pianistici, fino ai diciassette anni, presso il Conservatorio della città natale sotto la guida di Irina Dubinina, allieva di Jacov Zak (“l’uomo più mite sulla faccia della terra”) [Tutte le citazioni in corsivo e tra virgolette sono riprese da: J.Brokken – Nella casa del pianista (vedi oltre)].

Proprio a 17 anni Egorov conseguì il quarto posto al Concorso Marguerite Long–Jacques Thibaud di Parigi. Aveva proseguito poi gli studi al Conservatorio di Mosca proprio con Zak che “si era fatto carico del ragazzo come un padre”. Nel 1974 vinse la medaglia di bronzo al Concorso Ĉaikovskij di Mosca, e l’anno successivo il terzo premio al concorso internazionale Regina Elisabetta del Belgio.

Fu in occasione di questa esperienza che si convinse a fuggire dal paese natale. Sapeva che la propria omosessualità, pur tenuta nascosta anche se con difficoltà, sarebbe stata in Unione Sovietica un tremendo ostacolo non solo per la propria carriera artistica, ma anche per la sua stessa vita e quella della sua famiglia. Nel maggio 1976 in occasione di un concerto programmato a Brescia dove avrebbe dovuto sostituire Benedetti Michelangeli, chiese asilo politico in Italia e dopo un mese passato a Roma in condizioni disastrose, da non invidiare nulla ai contemporanei CPT, poté andare ad Amsterdam dove si stabilì definitivamente, incontrandovi in seguito quello che sarebbe diventato il suo compagno di vita.

Nel 1977 Egorov partecipò al Concorso Van Cliburn in Texas, ma alla vigilia della finale un giurato russo, Andrej Petrov, [Tale è citato nel libro di Brokken, in realtà potrebbe trattarsi di Nikolaj Petrov (1943-2011), che ottenne il secondo premio al Van Cliburn nel 1962.] gli disse che Zak era morto di infarto[Jakov Izrailevich Zak morì il 28 giugno 1976 di infarto. Nato nel 1913 aveva studiato al Conservatorio di Mosca con Heinrich Neuhaus.Vinse il primo premio al Concorso Internazionale Chopin del 1937. Dal 1947 insegnò a Mosca dove ebbe come allievi Nikolai Petrov, Evgeny Mogilevsky, Lubov Timofeyeva, Valery Afanassiev, Ludmila Knezkova-Hussey.] a causa del dolore causatogli dalla sua fuga in Occidente. Egorov, prostrato dalla notizia e dalla malignità con cui gli era stata porta, suonò malissimo e non venne ammesso alla finale. Allora si formò immediatamente un comitato di convinti assertori del suo talento, che raccolse l’ammontare del premio di 10.000 dollari per permettergli un concerto a New York, dove debuttò il 16 dicembre 1978 alla Carnegie Hall. Il concerto fu registrato ed è riportato nel cofanetto EMI.

La sua carriera pianistica sbocciò subito e conseguì consistenti successi per circa un decennio con frequentissimi concerti e incisioni in studio, ma parallelamente una vita sregolata, molto spesso condita da droghe e da un pasoliniano “cupio dissolvi” dal punto di vista sessuale, lo portò nelle braccia dell’AIDS. Ormai con il fisico in sfacelo e senza alcuna speranza Egorov optò per l’eutanasia  che pose fine alla sua vita il 16 aprile 1988 (data da lui scelta) all’età di 33 anni.

Alla stessa giovanissima età era morto nel 1950 anche Dinu Lipatti (a causa del linfoma di Hodgkin) e fu immediato, nella critica e nei media, il parallelismo con il pianista rumeno; parallelismo che ha un fondo di verità non tanto per la comune età del decesso (completamente diverse le cause e le situazioni), quanto per lo stile pianistico, commosso e partecipe, pulito e romantico, che accomuna i due artisti.

Youri Egorov proviene dalla scuola russa di Heinrich Neuhaus attraverso Yakov Zak (che fu anche il maestro della prima professoressa di Egorov), e questa appartenenza la si nota nella sua adesione agli stilemi della stessa, alla perfetta adesione allo spartito e allo spirito del compositore, e,  perché no, alla sua idolatria verso Sviatoslav Richter. La dicotomia tra la purezza angelica della sua arte e la demònica (in quanto auto-distruggente) condotta di vita si è manifestata già altre volte nella musica d’arte, da Charlie Parker a Chet Baker, da Janis Joplin a Jimi Hendrix, tanto per citare un “altro” tipo di musica: ma mentre non si può giudicare la sua vita in quanto fatto assolutamente privatistico, possiamo godere, e molto,  della sua arte in quanto fatto pubblico e fortunatamente a disposizione di tutti.

Il Cofanetto EMI

Purtroppo il lascito discografico di Youri Egorov non è vastissimo, sia perché il suo repertorio non fu straripante (anche a causa della vita molto breve) sia perché la EMI ad un certo punto non gli rinnovò più il contratto e le etichette per cui incise (Canal Grande, Globe ecc.) non ebbero una distribuzione adeguata.

Il cofanetto EMI contiene i seguenti brani:

Disco 1

DEBUSSY – PRELUDES – Livre 1

DEBUSSY – IMAGES – Livre 1 : Reflets dans l’eau

CHOPIN – FANTAISIE in Fa minore, Op. 49

CHOPIN – BALLATA nr.1 in Sol minore Op. 23

Disco 2

DEBUSSY – PRELUDES – Livre 2

DEBUSSY – ESTAMPES

Disco 3

SCHUMANN – CARNAVAL Op. 9

SCHUMANN – TOCCATA OP. 7

SCHUMANN – ARABESQUE OP. 18

SCHUMANN – BUNTE BLATTER OP. 99

Disco 4

SCHUMANN – KREISLERIANA OP. 16

SCHUMANN – NOVELLETTE OP. 21 NR. 1,8

SCHUMANN – PAPILLONS  Op. 2

Disco 5

CHOPIN – NOCTURNE in Fa diesis maggiore Op. 15/2

CHOPIN – NOCTURNE in Re bemolle maggiore Op. 27/2

CHOPIN – NOCTURNE in Mi minore Op. 72/1 op. posth.

CHOPIN – SCHERZO nr. 2 in Si bemolle minore op. 31

BEETHOVEN – Concerto per piano e orchestra nr. 5 in Mi bemolle maggiore – Orchestra Philarmonia dir. Wolfgang Sawallisch

Disco 6

MOZART – Concerto per piano e orchestra nr. 20 in Re minore K466 – Orchestra Philarmonia dir. Wolfgang Sawallisch

MOZART – Concerto per piano e orchestra nr. 17 in Sol maggiore K453 – Orchestra Philarmonia dir. Wolfgang Sawallisch

Disco 7

BACH – FANTASIA CROMATICA E FUGA in Re minore BWV 903

MOZART – FANTASIA in Do minore K475

CHOPIN – FANTASIA in Fa minore op.49

CHOPIN – STUDIO in Sol bemolle maggiore op. 10/5

CHOPIN – STUDIO in Mi maggiore op.10/3

Il settimo CD è costituito dal concerto di New York del 16.12.1978 alla Carnegie Hall.

Purtroppo nella raccolta non sono presenti i Momenti Musicali D 780 di Schubert, altro compositore molto affine a Egorov in quanto a spiritualità, né alcune Sonate per violino e pianoforte (Bartok, Brahms, Schubert) che ebbe occasione di incidere insieme alla brava violinista olandese Emmy Verhey (che credo sia tuttora in attività artistica), oltre a brani di compositori più recenti come Arno Babadjanian.

Il cofanetto EMI però riesce pienamente a delineare i tratti salienti dell’artista. Una raffinatezza di tocco che ha del miracoloso in Debussy (Egorov sentiva una grande affinità verso la magia musicale dello sfuggente compositore francese); un Bach dolce e umano; un tocco morbido ma costante, senza cedimenti sentimentali in Chopin; straordinario in Schumann, che sembra un autore particolarmente congeniale agli allievi di Zak (basti ricordare le prestigiose interpretazioni schumanniane di un’altra allieva di Zak, Elisso Wirssaladze). Personalmente preferisco Egorov nei movimenti lenti dei concerti con orchestra, come l’Adagio un poco mosso dell’Imperatore (o l’Andante del K453 mozartiano), piuttosto che in quelli veloci. Ma non è una questione di sicurezza tecnica – che Egorov possedesse una tecnica brillante lo si può notare nella Campanella di Liszt o negli Studi di Chopin – ma proprio di immedesimazione e sentimento artistici.

Un ultimo consiglio, per chi volesse prendersi la briga di cercare altri documenti sonori di questo pianista su internet: trovare il Momento Musicale di Schubert “Allegretto Moderato” eseguito il 27 novembre 1987 ad Amsterdam in quello che fu il suo ultimo concerto. Sono due minuti di pura malinconia e di premonizione della morte, che avrebbe accettato serenamente quattro mesi dopo.

Anche se non è mio specifico compito parlare di libri in questa sede, non posso esimermi, parlando di Egorov, dal citare un libro straordinario sulla sua vita, apparso quest’anno per l’editore Iperborea: si tratta di Nella casa del pianista di Jan Brokken, costo 18 euro, ma reperibile a prezzo scontato online.

E’ un “romanzo”, ma storico, nel senso che tutti gli avvenimenti in esso narrati sono reali e la narrazione è attendibilissima e fondata. Il libro si svolge su diversi piani: quello principale è la vita di Egorov e di quelli che lo frequentarono assiduamente negli anni Settanta e Ottanta. L’altro piano strutturale è quello delle difficoltà a vivere una vita normale nell’URSS dello stesso periodo – per non parlare del periodo staliniano – : non solo le difficoltà per gli omosessuali, ma anche per i non allineati, per le loro famiglie e amici, e la necessità di rinunce strazianti per conquistarsi altrove la propria vita. E’ il malinconico e tragico racconto della fine del sogno di uguaglianza e giustizia della Rivoluzione d’Ottobre trasformatosi in un clima di cupezza e terrore: i burocrati sovietici come gli zar.

L’autore ha avuto il buon senso di limitare la trattazione della propria vita al minimo; ogni accenno autobiografico è funzionale alla conoscenza della personalità e della vita del pianista. Lo stile è piacevole e scorrevole; le persone risultano vive  e reali. Il “montaggio” quasi cinematografico delle scene e dei capitoli lascia talvolta spaesati sulla datazione dei singoli avvenimenti, ma con un poco di attenzione risulta tutto chiaro. Vi sono anche citazioni dai Diari di Egorov, che speriamo vedano la luce, prima o poi.

E’ un libro consigliabile in assoluto, cioè anche senza l’ascolto delle registrazioni di Egorov, ma indubbiamente l’uno si integra perfettamente con le altre, dandoci alla fine un quadro straordinario e completo di un grande artista.

Prima di concludere …

Visto che ho suggerito un libro, mi lascio trascinare dall’entusiasmo e mi permetto di accennare anche ad altre due pubblicazioni recenti, sempre di argomento musicale, naturalmente.

La mia storia di Lang Lang (Feltrinelli 2009, 17 euro) è un libro strano. Se si vuole dar credito al racconto autobiografico del giovane pianista cinese, bisognerebbe denunciare il padre per maltrattamento di minori, considerare la Cina un paese impostato su una filosofia secondo cui solo coloro che fanno una luminosa carriera ( e magari solo i “numeri uno”) hanno diritto di nota mentre gli altri sono massa anonima. Forse è così ma il racconto delle imposizioni paterne al pianista, prima bambino, poi adolescente, infine giovane star di successo è da incubo.

D’altronde negli ultimi decenni, specialmente dai paesi orientali ci sono stati proposti diversi energumeni la cui “vis” interpretativa consiste nello sfornare tonnellate di note con assoluta consequenzialità logica, ma con pochissima partecipazione emotiva. Un virtuosismo tecnico spesso inversamente proporzionale all’approfondimento poetico del brano eseguito. Quasi da rimpiangere uno dei primi pianisti cinesi apparsi in Occidente, Fou T’song, sottostimato da molti (meno che da Sviatoslav Richter) che, pur aggrovigliato in sostanziose difficoltà dal punto di vista tecnico, almeno proponeva una virtù indispensabile per un artista: l’onestà verso la musica.

L’altro libro cui volevo accennare è Prima la musica, poi le parole, l’autobiografia di Riccardo Muti (Rizzoli 2010, 20 euro), molto interessante nel delineare le origini e poi il successo del grande direttore di origine napoletana, che con grande modestia racconta vari episodi della sua vita facendoci incontrare Nino Rota, Sviatoslav Richter, Sesto Bruscantini, Benjamin Britten e altre decine e decine di artisti. Una lettura piacevole, interessante ed istruttiva.



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