Di Anna Laura Longo.

Apparati  di suoni metodicamente cruciali, brusche alleanze o magnifici mondi filanti nella musica intrepida di Helmut Lachenmann che assurge a protagonista egregio nel 20° Festival di Milano Musica.

Si profila un ciclo di dieci concerti per portare il nuovo in affiancamento proficuo con il più lontano o vicino passato: una toccante coesistenza che racconta di variegate evoluzioni in musica e di interessanti volumetrie interne.

Sono questi gli addendi che felicemente sfociano già nel concerto inaugurale, con la Filarmonica della Scala diretta da Roberto Abbado.

Un suono nuovo, accecante nel suo essere grandemente immaginativo, è presente in Schreiben (del 2003-05) : il compositore tedesco ci conduce alle soglie di un metodo.

Molta diversificazione è data ai singoli settori, alle singole parti e giammai c’è tregua o parvenza di stabilizzazione per l’orecchio “acceso” – e semmai sospeso – all’interno di una sorta di piattaforma inclinata, riccamente viva e (s)balzante.

Quasi avessero voci interne di contestazione queste pagine tessono segmenti di  pronta energia in virtù di una capillare ed iper-innovativa  agilità (di realizzazione e di impianto).

E’ vigoroso il trattamento degli strumenti classici che non contempla l’indugio e si presenta a volte con connotati e forme di grido. Una foggia che richiede certo buona tempra ed artigianalità strumentale inedita, a tratti “rapace” (ad esempio negli archi) per un succedersi di dettagli e incastri che fungono da dispositivo e ausilio per un valido  AVANZAMENTO MENTALE dell’ascoltatore.

Con molto garbo si formano invece  suoni-punteggiature in Requies di Luciano Berio.

Una fascia o una scia, quasi una nevicata per atmosfere di flebile e velata intensità. E’ flessibile, in taluni momenti, l’allargamento di spessore che non porta mai peso, ma mantiene tracce di costante sublimazione.

La matrice tedesca è accertata-  nuovamente-  nella Sinfonia n. 4 in re min. di Robert Schumann, dove un senso di scattante galoppo viene intercalato a slanci di gentilezza.

Buone le sferzate di assertività per questa musica che “ si dispone”  nella sua spaziosa bellezza  e si incarica di riconsegnare segni nuovi  di vita.

Tra magie benefiche e climi estremi la riflessione verterà dunque sulle mobili gradazioni e sfaccettate possibilità di abbandono mediante l’ascolto.

Abbandono che può esplicarsi in forma di ancoraggio o appoggio, dentro un tempo andato, ma  brillantemente pregno di consegne da rinsaldare,  o abbandono  “elettrico” dentro aree vive, connotate da  intensi sviluppi e nette emergenze. Con o senza collanti (con o senza confini), ma   in ogni caso con vistosi  segni di lavorazione interna.



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