Colloquio con Giorgio Ceccarelli Paxton

di Oriana Rispoli

Giorgio Ceccarelli Paxton, laureato in Filosofia, si dedica a varie attività di studio collegate alla musica. Ha collaborato alla stesura del libro di Heinrich Neuhaus “Riflessioni, memorie, diari” (Sellerio 2002), ha collaborato con la “Nuova Rivista musicale italiana” (ERI) per alcune schede bibliografiche, ha curato per conto dell’Associazione musicale “Anton Rubinstein” un ciclo di conferenze-concerto su “L’immagine e il suono”, “Poesia e musica tra Impressionismo e Simbolismo”, “Beethoven tra filosofia e letteratura”. Ha curato e condotto, per conto della Radio Vaticana, trasmissioni su Beethoven, Debussy, cicli dedicati a “Musica e malinconia”, “La musica dei luoghi immaginari” e si è rivolto in particolar modo a Bob Dylan (altro soggetto fondamentale nei suoi interessi musical-collezionistici). E’ inoltre uno dei massimi appassionati, collezionisti e studiosi dell’arte del pianista Sviatoslav Richter. Infine, è uno dei soci fondatori della nostra Associazione, Nuove Tendenze.

Lo abbiamo intervistato in vista della sua conferenza dal titolo “L’ultimo Dylan. L’età della disillusione”, prevista per il 16 marzo a Lucca (Cantiere Giovani).

1) Come è nata in te la passione per Bob Dylan?

Più che sul come o quando preferisco rispondere sul perché. Infatti il “come/quando” ineriscono maggiormente la mia soggettività, che credo non importi molto a chi leggerà queste note, mentre il “perché” può avere un valore più oggettivo e riferito all’arte di Dylan medesimo. Dylan ha impersonificato per buona parte degli anni Sessanta (almeno per il primo quinquennio) non solo l’emblema di una generazione, ma una sorta di controcultura alternativa al potere, alle guerre, al razzismo, alle ingiustizie sociali. Nelle sue canzoni si trovava descritto con un alto spessore poetico quello che moltissimi giovani (senza dubbio la maggioranza) in tutto il mondo percepivano come una necessità di cambiamento. Cambiamento da una politica che aveva portato a due guerre mondiali devastanti; da una ideologia fondata sul profitto; da una espressione musicale (mi riferisco alla cosiddetta “musica leggera” – termine quanto mai improprio, ma tanto per delinearne i contorni – ) fondata su melassa caramellosa senza alcun impegno sociale e che stancamente ripeteva se stessa. Naturalmente non fu solo Dylan a ribellarsi a tutto ciò. Cito alla rinfusa, per limitarmi al campo musicale, quelli che si possono chiamare i rivoluzionari (nella musica e nel costume) pre-dylaniani come Elvis Presley, Bill Haley, Chuck Berry, Juliette Greco e così via, ma Dylan fu il primo a proporre queste tematiche con un altissimo tasso poetico, soprattutto considerando la sua giovanissima età. Il discorso andrebbe integrato con considerazioni relative alle specifiche dinamiche della società americana, alle influenze dylaniane ecc. ma ci porterebbe troppo lontano.

Un altro “perché” è implicito nell’aspetto anagrafico: essendo quasi coetaneo di Dylan, ho respirato e vissuto le stesse situazioni, le stesse contraddizioni che erano presenti nella società dell’epoca, ed era del tutto naturale introiettarle e farle mie.

[Il “come”: in un momento di tenera affettuosità con una compagna dell’epoca, poi persa di vista: l’età della disillusione].

2) Quali sono gli aspetti più studiati di questo grande artista americano?

Senz’altro il suo aspetto poetico, in relazione con l’aspetto musicale. Sono stati scritti centinaia di libri su di lui, purtroppo la maggior parte di non altissimo livello. Molti hanno sfruttato la sua immagine e la sua notorietà per scrivere qualche libello contenente gratuite considerazioni personali, non suffragate da analisi e studi seri.

3) Oltre che esperto, sei anche collezionista di cimeli dylaniani: nell’era digitale, come è cambiato il tuo approccio di collezionista rispetto al passato?

Esperto di Dylan è una parola grossa, vista la sua camaleontica imprevedibilità. (Qualcuno disse che l’unica cosa certa di Dylan era, appunto, la sua imprevedibilità. E quindi, ovviamente, è un ossimoro). Direi che ho “esperienza” della sua poesia, della sua musica e anche (che è il terzo elemento dirimente quando si parla di Dylan) del suo aspetto “performante”. Cioè le “performance” di Dylan, e quindi soprattutto dal vivo, sono un elemento altrettanto importante degli altri due, perché dicono cose che non si captano dalle registrazioni in studio.

Per tornare alla domanda, non userei la parola cimeli. Non ho mai collezionato ciocche di capelli, o fazzoletti o cose del genere. Il mio raptus collezionistico si è manifestato nell’ottenere, o direttamente, o tramite scambi con altri collezionisti, le registrazioni dei suoi concerti live, in audio e/o video, oltre che alcune rarità discografiche al di fuori delle registrazioni ufficiali e commerciali. Tutto ciò, declinato nel corso di un quarantennio, mi ha portato ad avere praticamente tutti i suoi concerti dal 1962 ai primi anni del 2000, cioè migliaia di registrazioni. Inizialmente in audiocassetta, poi ovviamente in digitale. (Sto effettuando ora la conversione di tutte le audiocassette in cd, compito improbo che mi vedrà probabilmente soccombente). Perché dal 2000 mi sono fermato? Ho dovuto fare una scelta tra la rovina economica e il continuare a collezionare “tutto”. Ho quindi deciso di recuperare, per ogni annata, i concerti migliori, o un florilegio delle sue migliori esecuzioni. La cosa più importante non è tanto collezionare figurine che poi rimangono lì inusate, ma acquisire materiale che poi si ha il tempo di ascoltare. Altrimenti non serve a niente, specie se si parla di musica.

Ho naturalmente centinaia di libri, molti articoli, mentre invece le recensioni giornalistiche dei concerti le ho buttate. Si dividono in due: le agiografiche per principio e le negative per principio. E ambedue ripetono sempre le stesse cose.

Ho atteso a circa 200 concerti di Dylan, in tutto il mondo e nel corso del tempo. L’ultimo a Roma il 12 novembre dello scorso anno. Possono sembrare molti, ma ho degli amici che ne hanno visti almeno quattro volte di più. E poi Dylan è molto prolifico, ancora oggi tiene un centinaio di concerti l’anno.

4) Perché tanti giovani, oggi, fanno ancora riferimento con grande interesse alla figura di Dylan?

Perché l’arte è universale e travalica il tempo contingente, e Dylan è un artista di prim’ordine. Ma anche perché le tematiche cantate da Dylan e di cui ho fatto riferimento nella prima domanda, sono ancora lì: la società è ancora quella, pervasa dalle stesse problematiche, nonostante i computer, la digitalizzazione, l’ipod e i cellulari. E’ cambiata la tecnica, in parte la forma espressiva, ma le istanze che urgono al di sotto di alcune canzoni (o pièce teatrali, o film o altro) sono le stesse. Il muro di Berlino è caduto più di vent’anni fa, ma lo sfruttamento e la povertà nel mondo ci sono sempre. E’ cambiato il nostro approccio alla vita, ma nasciamo, cresciamo e moriamo come è sempre successo da centinaia di migliaia di anni e come sempre succederà. Ma certo il discorso si farebbe molto lungo. In sintesi: in Dylan si trova “tutto”; ognuno può trovarvi quello che cerca o che non sa di cercare. Questo è il suo segreto.

5) Il fatto che Dylan sia vivente, in che modo può interferire con l’immagine del Dylan “storico” cui guarda un collezionista?

In nessun modo. Dylan ha cambiato faccia e modalità espressive così tante volte, ma rimanendo sempre se stesso (questo è il suo pregio) che se ne possono esaminare i diversi periodi esistenziali e artistici senza timore di “destoricizzarlo”. E poi, il collezionista di un artista vivente, colleziona sì il passato, ma a maggior ragione, anche il presente. (In questo, ultimamente l’ho un po’ tradito).

Certo, a posteriori, sarà possibile averne uno sguardo più completo, fare su di lui degli studi più onnicomprensivi, ma mi auguro (e soprattutto gli auguro!) che questo a posteriori avvenga ovviamente il più tardi possibile.



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