Intervista di Oriana Rispoli.

Dedita a concerti di musica antica e vivamente apprezzata in programmi dedicati ai compositori del Novecento e contemporanei, Giulia Peri ha intrapreso la sua formazione musicale studiando canto e violino alla Scuola di musica di Fiesole ed ha acquisito fin da giovanissima una vasta esperienza, che spazia dalla musica da camera all’orchestra, dal canto corale al ruolo di solista. Sarebbe impossibile ripercorrere tutto il suo curriculum, ma vogliamo ricordare che per sette anni è stata violinista del Trio Aurora, preparato dai Maestri Antonello e Piero Farulli e vincitore di vari premi nazionali, e che ha suonato come spalla dell’Orchestra Galilei in occasione dei corsi di direzione del M° Carlo Maria Giulini. Tra le prime esperienze teatrali, si è esibita come voce bianca nel 1988 al Festival di Spoleto nell’opera Hänsel und Gretel di Humperdinck, ed ha ricoperto il ruolo del piccolo Van Gogh nella prima esecuzione assoluta dell’opera Vincent di M. Reverdy (1991, Laboratorio lirico di Alessandria). Ha cantato come voce solista con alcuni direttori d’orchestra tra i più stimati al mondo: Zubin Mehta, Daniel Oren, Myung-Whun Chung, Roberto Abbado. Giulia Peri ci racconta nel modo più spontaneo e amichevole della sua attività artistica, dei suoi prossimi concerti e dell’universo musicale fiorentino.

Vieni da una famiglia di musicisti?
No, i miei non sono musicisti, se si astrae da un antico tentativo paterno di suonare il trombone, stroncato sul nascere dai familiari assordati, e un più recente, pure effimero tentativo di imparare il violoncello. Comunque i miei genitori amano la musica e penso che siano dei buoni ascoltatori. Sono stati loro a indirizzarmi agli studi musicali portandomi alla Scuola di musica di Fiesole.

Che ricordi hai della tua esperienza formativa a Fiesole?
La Scuola di Fiesole è un ambiente vivacissimo, dove fin da piccoli si riceve un’educazione musicale molto dinamica. Per certi aspetti è anche, come tutte le scuole di eccellenza, un ambiente un po’ duro, dove si conosce precocemente il sapore della competizione, del successo e dell’insuccesso. Ma la qualità delle esperienze che si fanno è sempre molto alta, e questo vale sia per gli eventi d’eccezione (mi è successo di cantare come voce bianca solista sotto la direzione di Mehta, Chung, Oren, di suonare come spalla dell’Orchestra Galilei in occasione dei corsi di direzione d’orchestra tenuti da Carlo Maria Giulini), sia per il regolare percorso di studi. Fra le opportunità più preziose che la scuola di Fiesole offre ai suoi allievi e mi ha offerto c’è senza dubbio quella di sperimentare fin da giovanissima che cosa significhi lavorare in modo cameristico. A Fiesole, alle lezioni di Piero e di Antonello Farulli, la pratica della musica da camera, e specialmente del quartetto, era vissuta con una forma di idealismo, a volte forse di mitizzazione, come percorso di elevazione anche umana e sociale. Considero comunque impagabile il senso entusiastico, il piacere di condividere con altri una materia così bella, la deontologia musicale assimilati a Fiesole. Devo dire che ora che mi dedico prevalentemente al canto, provo una certa nostalgia per il quartetto d’archi.

Come hai scelto di dedicarti al canto?
Il canto è stata la mia prima esperienza musicale, è venuto prima dello strumento. Ho incominciato a studiare il violino a sei anni, ma a cinque già cantavo nel coro dei più piccoli alla scuola di Fiesole, iniziando un percorso come voce bianca, in coro e solista, che è durato a lungo. Sono ancora molto legata a Joan Yakkey, che dirige i cori giovanili di Fiesole da ormai trent’anni. Il canto è stato per moltissimo tempo un’attività per me lontana da qualunque tipo di pressione, un gioco, un grande piacere. Soltanto ad un certo momento ho deciso di provare a farne la mia professione. Il mio primo maestro è stato il controtenore Stephen Woodbury: oltre che una bellissima voce e molta sensibilità del fraseggio, Stephen ha un grande talento didattico, accompagnato oltre tutto da un’attitudine positiva e rasserenante, che mi è stata spesso preziosa.

Su quale repertorio vocale ti stai maggiormente concentrando?
Adesso mi dedico alla musica antica (Medioevo, Rinascimento, Barocco), alla musica da camera (particolarmente in duo con pianoforte, ma anche in ensemble), al repertorio solistico oratoriale, alla musica del Novecento, anche molto recente. Approfondisco i vari rami del repertorio con diversi maestri (Jill Feldman per il barocco, Leonardo De Lisi per la liederistica), ma Stephen Woodbury continua ad essere un riferimento per la preparazione vocale e la messa a punto dei brani. In tutti gli ambiti del repertorio tendo a prediligere la dimensione cameristica del lavoro. Questo vale naturalmente per il duo con pianoforte (canto da alcuni anni con il pianista Gregorio Nardi, con il quale ho fra l’altro preparato un repertorio di autori ebrei del Novecento; da alcuno mesi lavoro anche con Marta Poggesi, con la quale presenterò in primavera presso il Conservatorio di Firenze un progetto monografico su Mario Pilati, da lei ideato), ma anche per la musica antica, cui amo dedicarmi in formazioni stabili (Musica ricercata diretto da Michael Stüve; Ensemble San Felice diretto da Federico Bardazzi; L’Homme armé diretto da Fabio Lombardo). Trovo fruttuosa e appagante la continuità e la regolarità della collaborazione fra musicisti, il perseguimento comune di obiettivi a lungo termine.

Recentemente hai presentato in varie città un progetto musicale di straordinario valore: un concerto in memoria di Primo Levi. Come è nata questa idea?

Il concerto in memoria di Primo Levi mi è particolarmente caro per più motivi. Amo molto Levi e all’origine di questo progetto sta una motivazione profondamente sentita. È il primo programma musicale nato da un’idea esclusivamente mia. Ho avuto la fortuna di avvalermi del sostegno e dell’aiuto di persone di alto livello: la musicologa Aloma Bardi e il pianista Gregorio Nardi, con cui ho eseguito il programma in diverse occasioni (prossime esecuzioni sono previste, in occasione della Giornata della memoria 2009, il 26 gennaio al Lyceum di Firenze e il 28 gennaio a S. Lazzaro di Savena). Al tempo stesso, però, mi sono assunta la completa responsabilità del progetto, sia intellettuale che di concreta realizzazione, e ho imparato molto dall’esperienza di mettere a punto un programma originale, compiere un lavoro di ricerca su autori poco noti, promuovere il progetto, stabilendo fra l’altro contatti diretti con figli e nipoti di compositori colpiti dalla Shoah.

In che modo ti arricchisce l’esperienza della musica contemporanea?
Quello della musica contemporanea è un ambito cui mi dedico molto volentieri. Fra le esperienze che mi hanno arricchito di più c’è senz’altro la conoscenza, fatta in questi anni collaborando con ICAMus, di alcuni autori americani del Novecento, particolarmente George Crumb ed Elliott Carter. Facilmente soggetta all’accusa (non sempre infondata) di pretestuosità, la musica contemporanea è spesso difficile da penetrare e da ascoltare. Ma, quando non pecca di disonestà, apre un universo interessantissimo in termini di ricerca stilistica, di rapporto con le altre arti, di relazione con linguaggi e forme del passato e con il mondo contemporaneo. Recentemente ho avuto un incontro molto bello e inatteso con il compositore György Kurtág, a Firenze con la moglie per tenere una master class di musica da camera alla Scuola di Fiesole. Ho avuto la fortuna di assistere a una sua lezione, di puntigliosa cura del fraseggio, ma soprattutto, grazie alla mediazione di Gregorio Nardi, che intende dedicare a Kurtág un festival a Firenze nell’estate 2009, ho avuto l’opportunità di farmi brevemente ascoltare dal Maestro e di ricevere i suoi consigli su un brano che ho eseguito per lui (La musique di Elliott Carter). Spero tanto che la collaborazione avviata con il M° Kurtág prosegua: studiare dei brani con chi li ha composti è un’opportunità rara e preziosa.

Che cosa ti colpisce di più nel rapporto tra parola e musica?
Il problema del rapporto fra testo e musica è un po’ un filo rosso di tutta la musica vocale. Me ne ha parlato anche il M° Kurtág, nel nostro brevissimo incontro, esortandomi a ‘parlare’ di più il testo che stavo cantando. Nel repertorio liederistico conoscere a fondo il testo che si canta (il significato, ma anche il significante), aver presente sia la struttura della poesia sia il ‘sapore’ di singole parole-chiave, è un punto di partenza obbligato. Irwin Gage ripete ai suoi allievi che anche il pianista deve ‘suonare il testo’. Maturando mi sono resa conto dell’enorme differenza tra un’esecuzione vocalmente corretta e un’esecuzione in cui il testo sia davvero indagato, valorizzato nelle sue sfumature, porto all’ascoltatore nel modo più accurato. Capita tra l’altro di cantare in varie lingue. Uno degli aspetti per me più stimolanti del programma in memoria di Primo Levi è che dovevo cantare in sei o sette lingue diverse, fra cui il boemo, l’jiddish, il dialetto piemontese. Ricordo che per il boemo, che assolutamente non conoscevo, mi son fatta aiutare da una gentilissima signora del Consolato, cui ho chiesto di leggere lentamente di fronte a un registratore i testi di tutti i miei brani. E’ stata molto paziente e disponibile. Qualche mese dopo, a Bratislava, ho chiesto a un parlante boemo di ascoltarmi recitare alcuni di questi testi: la soddisfazione di scoprire che mi capiva bene è stata grande! Nel campo variegatissimo della musica antica, poi, non occorre aspettare le finezze del madrigalismo e la ‘seconda pratica’ monteverdiana per comprendere l’importanza della cura della parola e della sua relazione con la musica. Per esempio, le forme strofiche in volgare (ho esperienza delle cantigas medievali, che ho studiato con Bardazzi, delle canzoni monodiche quattrocentesche, che ho preparato con Lombardo) richiedono uno stile di canto che, all’interno della regolarità strutturale, sia vario, affabulatorio, una vivacità apparentemente naturale, giocata su una dizione spiccata, su piccole varianti e differenze di colore introdotte proprio per valorizzare i diversi umori del testo poetico.

Nella tua estrema versatilità, ti sei rivolta anche al canto gregoriano: che cosa ti attrae di questa musica sacra così semplice e così complessa allo stesso tempo?

Ho preso contatto con il canto gregoriano qualche anno fa, entrando nell’ensemble San Felice diretto da Federico Bardazzi. E’ un repertorio che mi appassiona molto; tra l’altro sono convinta che, fatte salve determinate caratteristiche vocali, la classica formazione belcantistica non sia affatto in contrasto con la ricerca di una giusta vocalità gregoriana. Quello che ho conosciuto è un repertorio molto vasto, bellissimo, in cui il musicista non può esimersi da un approccio filologico e in cui esiste un universo di problematiche stilistiche ancora da esplorare. Sotto la guida di Bardazzi stiamo attualmente mettendo a punto un programma nuovo (la ricostruzione di una messa nella Firenze del Trecento), che presenteremo a Firenze e all’estero nel settembre 2009. Posso dire che per me la pratica del gregoriano eseguito con coscienza semiologica, proprio perché richiede attenzione al rapporto fra melodia, testo e ritmica testuale, controllo della vocalità, ricerca di un andamento controllato ma anche molto fluido, ha avuto effetti positivi per tutti i rami del repertorio. Un aspetto bello dell’ensemble gregoriano è che tutti gli elementi sono sia solisti sia coristi. Uno dei più bei commenti che la nostra schola femminile abbia ricevuto è stato sentirci dire che sembravamo una sola persona.

Oltre ad essere impegnata principalmente come cantante, ti dedichi ancora allo strumento?
E’ curioso, ma dopo avere per un certo tempo accantonato l’attività strumentale, l’ho ripresa con uno strumento per me nuovo, la viella, nell’ambito del repertorio medievale. Partecipo come violinista a programmi di musica barocca, ma attualmente è soprattutto la viella a impegnarmi come strumentista. Naturalmente prender parte a concerti nella doppia veste di cantante e strumentista è ancor più gratificante, e oltre tutto divertente, e in più l’una attività arricchisce l’altra.

Tu hai studiato filologia classica, e hai pubblicato un libro, pubblicato dalla Scuola Normale Superiore, sul Satyricon di Petronio. Come concili la tua attività di cantante con gli studi di letteratura latina?
In effetti, per molti anni ho portato avanti, come altri musicisti, due percorsi paralleli: studi musicali da un lato, liceo e studi universitari dall’altro. Non nascondo che affiancare questi due rami mantenendo il livello che ci si aspettava da me è stato spesso molto faticoso. Dopo la laurea, su consiglio del professor Gian Biagio Conte ho curato la pubblicazione della mia tesi sul Satyricon di Petronio. Devo dire che ho avuto la fortuna di lavorare su uno dei testi più divertenti, su una prosa fra le più raffinate della letteratura latina. Terminato questo lavoro ho sentito però che era arrivato il momento di dedicarmi del tutto alla musica. Ma cerco sempre di convogliare nell’attività musicale le competenze acquisite negli anni di studio all’università, anche in forme semplici: curare la traduzione dei testi latini che canto, partecipare alla messa a punto di programmi originali, eventualmente contribuendo a ricerche sui manoscritti per i materiali antichi, e alla stesura delle note di sala con spiegazioni storiche, collaborare a pubblicazioni di argomento musicale. Questo genere di attività, che integra il vero e proprio lavoro di cantante e strumentista, mi appassiona e mi piacerebbe estenderlo.

Credi che Firenze abbia in questi anni una programmazione musicale che soddisfa le aspettative del pubblico cittadino? A tuo avviso, nell’offerta musicale bisognerebbe rivolgersi più ai fiorentini, o agli stranieri che in altissimo numero visitano Firenze ogni anno?

A Firenze l’offerta mi pare abbastanza varia e in generale la qualità – non solo delle produzioni dei teatri più grandi ma anche delle iniziative meno in vista – è alta. Come un po’ dappertutto in Italia, se non si ha alle spalle un’istituzione potente, trovare spazio e mezzi finanziari per iniziative anche originali e interessanti è un’impresa che richiede fatica e un enorme dispendio di energie, e che non sempre va a buon fine. Ma è anche vero che esiste un manipolo di persone di grande volontà che fa il possibile con i pochi fondi a disposizione. So per esperienza che quando un musicista propone un programma originale, curato con ricerca e studio, lo fa con convinzione ed entusiasmo ed è spesso disposto a pesanti compromessi pur di farlo conoscere al pubblico. Sarebbe giusto che questa energia cólta e creativa non fosse costretta a sopravvivere faticosamente. Certo questi non sono tempi in cui la cultura venga sostenuta dalle istituzioni. Quanto al pubblico, posso dire che gli stranieri apprezzano molto programmi di musica fiorentina, dall’Ars nova al primo Seicento, eseguiti in spazi storici cittadini. Ma è un tipo di offerta musicale che interessa molto anche i fiorentini: tutti gli abitanti di questa città sanno chi era Dante, o Lorenzo il Magnifico, ma non molti hanno un’idea precisa della musica che si faceva a Firenze in quegli anni, nelle chiese e nei palazzi frequentati da quegli stessi personaggi.

Per concludere, secondo te un artista può anche guidare il pubblico alla conoscenza e all’approfondimento della musica eseguita in concerto?
Sì, un punto importante su cui lavorare è la richiesta, che sempre più spesso sento arrivare da parte del pubblico, di maggiori spiegazioni sui programmi musicali proposti. Chi frequenta i concerti vorrebbe brevi ma efficaci guide all’ascolto, traduzione e spiegazione dei testi nel caso della musica vocale, chiarimenti sulle scelte esecutive compiute. Questo vale per ogni repertorio, dalla musica antica (che ha alle spalle un grande lavoro di ricerca storica, di ricostruzione, di strumentazione), a quella contemporanea (che potrebbe essere resa più accessibile fornendo al pubblico mirate spiegazioni sulla poetica e sullo stile del compositore). Credo che un simile approccio possa rendere più appagante, stimolante e ricca l’esperienza dell’ascolto musicale.

Palazzo Tucci, Lucca, novembre 2008

Le fotografie a colori sono state realizzate da Foto Alcide – Lucca



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