Elio Lutri, ingegnere civile lucchese, mi ha ospitata nella sua casa a San Martino in Vignale e davanti ad un buon caffè mi ha aperto il suo mondo, fatto di numeri e formule, ma anche di colore e geometrie: racconta della sua passione per la pittura e per l’arte polimaterica a cui si accosta con passione dal 2007, esordendo poi nel 2010. Non abbandona, Elio, il suo mondo calcolato e scientifico, aderendo però alla libertà di espressione insita nel fare arte e ci spiega come possano convivere le tele, le tinte e i pennelli con i numeri e le rette.

Vista la tua formazione tecnica, quale è stata la scintilla che ti ha aperto le porte dell’arte?

In un angolo della mia testa c’è sempre stato il cassetto del “mi piacerebbe fare”. Là ho sempre riposto i miei sogni e i miei desideri. E’ bello di tanto in tanto poter aprire quel cassetto per prendere un qualcosa da riporre in quello vicino del “sono riuscito a fare”.

Ebbene, nel cassetto del “mi piacerebbe fare” il desiderio di esprimere quello che sono in quella forma libera e totalmente personale che solo l’arte ti concede, c’è sempre stato. Per cui, non direi che si è trattato di una scintilla, quanto del desiderio di aprire una scatola lasciata per troppo tempo a prendere polvere nel primo dei due cassetti.

Parlaci della tua prima opera.

Un giorno di qualche anno fa, aggirandomi sfaccendatamente per casa, ebbi a riflettere sul fatto che di quel contenitore conoscevo tutto avendone curato la progettazione e la realizzazione. Mi ricordavo tutti i passi che si erano resi necessari per poter trasformare un vecchio annesso agricolo, destinato ad ospitare animali e prodotti dei campi, in una casa confortevole per me, per chi mi sta vicino e per chi mi viene a trovare. Sapevo su cosa stavo passeggiando e conoscevo gli accorgimenti, ormai invisibili, per dare stabilità alle pareti che mi circondavano ed al tetto che mi sovrastava. Tutto era stato fatto secondo quello che la mia mente aveva deciso di fare. Ma tutto era stato realizzato dalle mani degli altri e nulla dalle mie.

Volevo che in quella casa ci fosse un qualcosa di materiale interamente realizzato da me. Qualcosa che mi rappresentasse intimamente, totalmente, concepito e plasmato dalle mie mani.

E cosa era ciò che meglio mi rappresentava? Quella cosa con cui avevo a che fare tutti i giorni per il mio lavoro? Ovvio, il “PIGRECO”. Quello strano numero pieno di mistero e complessità che è presente in tutto ciò che ci circonda. L’ho immaginato come generato dagli stessi numeri che lo compongono dalla sabbia del deserto, così come potrebbe apparire ad un ipotetico viaggiatore che lo sorvola a volo radente.

La realizzazione è stata complessa. Quella sabbia del Sahara, portata non si sa perché da un viaggio di qualche anno prima, era difficile da trattare e da fare aderire a quel supporto misto fatto di polietilene, legno e ceramica a freddo. Stendevo il collante liquido e vi stacciavo la sabbia con un colino da tè, ma per raggiungere le parti più difficili dovevo far ricorso ad un cannello sottile ed al fiato dei miei polmoni. Poi lasciavo il tutto qualche giorno a riposare. Quindi rovesciavo la cosa recuperando con cura tutta quella sabbia che non aveva aderito e ripetevo l’operazione. Dopo tanti passaggi e tanta pazienza ho finalmente visto la materializzazione di un pensiero. La cosa sorprendente per me, fu che quello che vedevo in materia coincideva esattamente con quello che avevano visto in precedenza solo gli occhi della mia mente. Alla fine, con uno smalto argenteo, apposi per la prima volta quella firma nell’angolo in basso a destra. Operazione che avrei poi ripetuto tante altre volte negli anni successivi.

I tuoi lavori si accostano molto all’arte concettuale richiamando alla mente opere di Boetti o di Sol LeWitt, tanto che hai partecipato a Capannori ad una mostra sulla mailart. Ti ispiri a qualche artista in particolare?

No. Ho sempre cercato di essere me stesso e di percorrere il mio cammino, fatto di curiosità ed immaginazione, libero da ogni archetipo cercando di rifuggire l’eventuale contaminazione dovuta alle tante frequentazioni di musei e mostre a giro per il mondo. Quando sono stato invitato alla mostra sulla mail-art ho sviluppato un tema numerico a me assai caro, quello della proporzione aurea e dell’espressione algebrica che la rappresentava, così completando quel ciclo iniziato con Fibonacci. Furono poi i curatori della mostra a volerla inserire nella sezione riservata all’arte povera e concettuale.

Le tue produzioni sono caratterizzate da una commistione di pittura, arte e numeri. Cosa significa per te questa unione? In un certo senso questi due settori, che potrebbero esser visti distanti anni luce tra di loro, possono invece essere considerati due linguaggi fatti di simboli ed avere quindi in comune la possibilità di espressione.  Parlacene.

Non riesco a vedere tutta questa distanza tra le due cose. Fidia perseguiva la sua ricerca del bello con una costruzione geometrica che considerava la perfezione dell’armonia. Fibonacci arriverà a quella proporzione con un giochino semplice fatto da numeri interi, ma ci vorrà l’algebra per dimostrare la magia della proporzione tra i lati di quel rettangolo tanto caro a loro ed egualmente caro a Leonardo, Raffaello, Le Corbusier solo a citare i primi che vengono alla mente.

Già la semiotica del numero è forma e contenuto. Viaggiando nel tempo e nelle diverse regioni del mondo, si può vedere le diverse interpretazioni simboliche che sono state date ad una comune ed antica esigenza dell’uomo: quella di dare “conto” alle cose.

Anche la numerologia ha da sempre affascinato l’uomo. Ognuno di noi è legato in qualche modo a determinati  numeri ed in essi vede i propri simboli del bene e del male, e particolari numeri hanno anche un profondo significato nelle varie religioni. La musica è fatta di numeri e l’armonia tanto cara a Fidia e Fibonacci è stata perseguita in composizione da innumerevoli autori. Oggi, con l’avvento dell’informatica, tutto ciò che è contenuto in un computer: le immagini; i suoni; la musica e questo stesso scritto che si sta leggendo, non sono altro che una sequenza di codici numerici.

Nelle tue opere è lampante la tua inclinazione tecnica, che si nota nella precisione e nella scelta dei materiali con cui costruisci le tue immagini; tanto che si potrebbe considerare già l’atto di creazione dell’opera un processo artistico che traspare poi nel dipinto finito. Le tue opere nella loro nitidezza e regolarità parlano di te, delle tue esperienze, del tuo modo di essere e di ragionare. Parlaci della fase progettuale che precede la creazione fisica dell’opera in potenza.

Generalmente le mie visioni nascono quando lascio il mio pensiero libero di vagare senza temi conduttori. E’ un’esercitazione molto rilassante durante la quale la mente spenge la visione degli occhi per generare una sua visione che sta a cavallo tra sogno e realtà. Spesso in questa fase si forma un’idea che si materializza lentamente.  Se l’idea è forte, vieni subito richiamato alla realtà ed ecco che comincia la fase progettuale che è per me estremamente tecnica ed operativa. E forse qui salta fuori l’ingegnere pronto a ragionare su come far stare insieme oggetti e materiali in maniera stabile, dar corpo e forma alla composizione ed altre innumerevoli problematiche sempre diverse tra di loro. Non di rado ricorro al computer per disegnare le basi su cui poi agirò con il trapano od il martello. Per perseguire certi risultati sono stato anche costretto ad inventare e costruire utensili ad hoc, a cercare la vite giusta (che è quasi sempre quella fuori dal normale usualmente commercializzato), ad entrare nei negozi più strani ed insospettabili. E’ un lavoro di ricerca continuo e più ragioni e razionalizzi il tuo fare, più il progetto si sovrappone e coincide con quella visione con cui ho iniziato a rispondere alla tua domanda.

Nelle tue opere vediamo bulloni, funi, palline da tennis, camicie e tanti altri oggetti, non sempre facilmente reperibili,  che mi hai spiegato, corrispondono esattamente alla tua idea iniziale, tanto che alcune opere che richiedevano materiali particolari sono state sì create, ma “con riserva”, nel senso che corrispondono solo in maniera parziale alla tua idea di quell’opera che non verrà pienamente esaudita fino alla sua completa realizzazione. Parlaci a tale proposito di Gymnopedie n.1.

Il mio lavoro è fatto principalmente di oggetti e di materia non convenzionalmente usata nell’arte. La ricerca di queste cose è il più delle volte difficoltosa, lenta e paziente, per cui arrivare alla conclusione è sempre un processo dove il tempo assume una dimensione totalmente diversa da quella della normale vita di tutti i giorni. Se penso a “Palomar” ed a quanto mi è costato pensare e reperire i 27 oggetti che dovevano caratterizzare gli altrettanti capitoli dell’opera di Calvino, vedo in me un principio di masochistico autolesionismo. Poi guardo il risultato finale di tanto sforzo e tutto passa.

Generalmente ho pazienza e rimando la realizzazione al momento in cui la fortuna mi metterà in condizione di trovare quello che avevo in mente. Ma nel caso di “Gymnopedie n° 1” non ho avuto pazienza. Tanto forte era la voglia di realizzare il mio primo lavoro su tela che sono sceso a compromessi per la prima ed unica volta. Fu Stefano Bollani, una sera durante una delle sue trasmissioni televisive, a farmi vedere quella composizione fatta di colore e leggere palline da ping pong. Bollani, quella sera, si dilungò a parlare di Erik Satie con il suo modo di raccontare sempre così accattivante e garbato. Lo ascolti e ti appassioni al personaggio. Poi partono le note al pianoforte e ti perdi nel riascoltare un brano che in passato è già stato presente in qualche momento della tua vita e ti viene la voglia di rappresentarlo con i mezzi che ti sono familiari. Solo che quella sera avevo immaginato un pentagramma fatto da leggere sfumature, quasi impercettibili, di bianco con le note rappresentate da palline da ping pong arancioni. In passato mi era capitato di giocare con quel tipo di pallina. Ricordavo quell’arancione acceso reso leggermente opaco ed evanescente dalla patina di nuovo e lo ritenevo perfetto per rappresentare le prime note significative di quella leggera melodia. Purtroppo, non sono riuscito a trovare quelle palline. Ne ho trovato di bianche, di gialle e perfino di rosa, ma non quelle arancioni. Non è la prima volta che qualcosa di familiare sparisce dal mercato e tu nemmeno te ne accorgi. Già in passato mi era successo con i cerini, ma quella volta pazienza e fortuna mi avevano dato una mano. Ecco che la “Gymnopedie n° 1” è stata realizzata con le normali palline bianche contrapposte ad uno sfondo particolarmente acceso, ma io continuo a vedere l’altra versione e non sarò completamente soddisfatto fintanto che non riuscirò a realizzarla.

A quali mostre hai partecipato? Raccontacene una che ti è rimasta nel cuore.

Ad oggi ho partecipato a tre personali e a due collettive. Tutte e tre le personali mi sono rimaste nel cuore in egual misura ma per motivi diversi. A Villa Mazzarosa c’è stato l’esordio e quello non si può dimenticare, come il primo amore. Come non posso dimenticare Barbara e Vittorio Silvestrini che hanno per primi creduto in me e voluto questo primo evento nella loro Villa, che mi hanno aiutato con la loro esperienza nell’organizzazione e da sempre mi sono vicini con particolare calore ed amicizia. All’ S.M.S. a Pisa mi sono presentato come artista non essendo là conosciuto come ingegnere. A Villa Bottini sono arrivato dentro le mura della mia città ed è stato un successo già dal giorno del vernissage. Là ho potuto conoscere tanta gente incredibilmente fantastica, attenta e curiosa. Ogni istante di quel mese di esposizione mi è rimasto attaccato addosso.

Che progetti hai per il futuro?

Di continuare a dar forma materiale ai miei sogni ed alle mie visioni. Ho in mente almeno due lavori assai complessi e di dimensioni notevoli. Richiederanno tempo e pazienza in quantità maggiore di quelle adoperate sino ad ora. Se riuscirò anche questa volta nell’intento, per la prima volta ho una certezza: stupiranno.

Mentre ragiono su come organizzarmi il lavoro, continuo a raccontarmi sul mio sito www.eliolutri.it per dare continuità tra passato e futuro mantenendo vivo il presente.

Cos’è l’arte per te? Esiste una tua opera che ti ha profondamente emozionato o che ha emozionato chi l’ ha guardata?

Per me è una cosa estremamente intima ed essenziale. E’ la cosa che, più di ogni altra, mi ha permesso di esprimere il mio modo di essere e tutte quelle esperienze formative che, latenti in ogni periodo della mia vita, mi sono venute chiare solo con la maturità. Ogni opera mi emoziona. Mi emoziona già l’idea di farla che mi si forma nella mente. Mi emoziona ogni istante del cammino mentale e manuale percorso per darle compimento. Mi emozionano le persone quando la guardano: le loro espressioni; le loro curiosità. Anche ascoltando la gente che viene alle mie mostre, trovo sempre espressioni diverse. Ognuno ha la preferenza per un lavoro diverso, forse perché è in quello che trova qualcosa del suo intimo.

Però…. però… fra tutte, “La Fatica” è quella che più mi rappresenta e che mi ha dato le emozioni più forti. Oltre tutto è l’unico lavoro venuto d’istinto. Al di là di tutto quello  preparatorio, la composizione di quel sette fatto da sette camicie mi ha impegnato per non più di mezzo pomeriggio. Una composizione fatta di istinto, di energia e dall’aiuto di 5 kg di gesso. Poi sono state necessarie tre settimane per far seccare il tutto ed un ulteriore paio di kg di vernice bianca per la finitura ultima. Quell’enorme pannello di quasi due metri e mezzo di altezza è sempre rimasto in orizzontale fino alla fine, e non è facile comporre da quella prospettiva qualcosa che dovrà vivere in verticale. In orizzontale è poi stato trasportato a Pisa all’S.M.S. dove doveva essere esposto. Lì per la prima volta è stato issato in verticale ed appeso alla parete e, finalmente, l’ho potuto vedere dal corretto punto di vista. Quella sì che è stata un’emozione forte. In un secondo ho visto ciò che avevo solo potuto immaginare in tutte le settimane precedenti. Era perfetto. Di meglio non avrei potuto fare. Non mi vergogno ad ammettere che quelle gocce che rigavano il mio viso non erano solo sudore dovuto al gran caldo della giornata.

Cos è la matematica per te?

E’ quella disciplina che ha da sempre condizionato la mia vita. Quotidianamente mi sono dovuto confrontare con lei. Alla fine, se non riuscivo a trovare un po’ di filosofia in essa, la mia vita sarebbe risultata assai arida ed  essendo persona di sentimento, questo era per me inaccettabile.

La curiosità mi ha spinto a studiarla non più come mezzo di fruizione ma in modo più libero ed intimo e la disciplina mi ha ripagato mostrandomi i suoi lati più insospettabili e fino ad allora ottusamente ignorati. Ho usato il numero non per quello che significava quantitativamente, come mio solito costume, ma per quello che mi permetteva di dire e di raccontare.



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