Lunedì 14 marzo 2011, ore 16.00 – 19.00, Sala Affreschi del Consiglio Regionale, via Cavour 4, Firenze, presentazione del poeta Tomaso Pieragnolo, in collaborazione con l’Associazione culturale “Sguardo e sogno” (www.sguardoesogno.com, presidente Paola Lucarini).

Intervista a Tomaso Pieragnolo – di Oriana Rispoli.

Ho conosciuto Tomaso Pieragnolo in occasione del XXIII Premio Letterario Camaiore, nel settembre scorso, quando gli è stata assegnata dalla giuria la menzione speciale per la traduzione delle poesie di Eunice Odio (Questo è il bosco e altre poesie, Pistoia, Via del Vento, 2009).

E’ stata immediata l’intesa con il poeta e traduttore padovano, che ora invitiamo i nostri lettori a conoscere: già dalla prosa dell’intervista, si potrà intuire il fascino della sua parola poetica.

Nella tua poesia, specialmente a partire da Lettere lungo la strada del 2002, c’è un filo conduttore, che è quello dell’incanto panico, una meraviglia quasi disarmata nei confronti della natura e della bellezza primigenia del mondo e dell’umanità, che vive però in continuo conflitto con il dolore causato dalla sorte degli esseri più deboli e dalla distruzione sistematica del nostro pianeta…

Ho sempre creduto che il ruolo di ogni singolo uomo e dello scrittore in particolare sia principalmente quello di essere cosciente; una coscienza universale, lucida e appassionata al tempo stesso, che ci permetta di uscire da localismi e preconcetti per divenire finalmente maturi abitanti di questo unico e stupefacente mondo di cui siamo i custodi. Questo sentire, già presente in modo germinale nei primi libri del 1985 e del 1987, ha preso forma e consapevolezza maggiori durante la mia permanenza in Costa Rica, iniziata nel 1990. Durante i primi nove anni ho vissuto con mia moglie in un piccolissimo villaggio sull’Oceano Pacifico immerso nella giungla intatta del tropico, lontano dalle vie principali di comunicazione e dal mondo “civile”. Il villaggio a quel tempo distava molte ore di viaggio dalla cittadina più vicina, a cui era collegato da mulattiere fangose che tagliavano la fitta foresta e le sue colline; durante la lunga stagione delle piogge spesso le pendici delle alture franavano sui sentieri, che si colmavano di detriti divenendo improvvisi corsi d’acqua, rendendo così impossibile per diverse settimane la comunicazione via terra. L’unico telefono era installato presso una casa privata, ma la linea era quasi sempre interrotta a causa del maltempo o dei branchi di scimmie che ne danneggiavano i fili, usandoli come ponti per spostarsi da un albero all’altro della selva. Nessun abitante possedeva un televisore e solo pochi avevano una radio. Questa esperienza mi ha profondamente formato ed ha segnato indelebilmente la mia scrittura.

In che modo?

Viaggiare, abitare per così lungo tempo in un luogo totalmente lontano, conoscere i paesi dell’America Centrale, la loro cultura, la natura incontaminata, l’aspra dolcezza di luoghi e abitanti che vivevano allora un tempo sospeso non ancora intaccato da modernità e sviluppo, mi ha insegnato a non smettere mai di stupirmi, di ammirare e proteggere la sorprendente varietà e la bellezza del mondo in cui vivo. Ci sono diversi aspetti che si integrano e si intrecciano nella mia più recente poesia e che sono descritti e approfonditi nel libro L’oceano e altri giorni del 2005, a cui sono particolarmente affezionato perché raccoglie questa esperienza in modo oggettivo ed intimo allo stesso tempo. Qui i temi del viaggio inteso come inevitabile cambiamento dell’essere umano, la tensione interiore causata dallo scorrere di tempi e luoghi paralleli ma profondamente distanti (l’Italia e il “primo mondo” in genere e il Costa Rica ancora calato in una realtà quasi ottocentesca), la riscoperta di una dimensione primigenia e onirica fortemente presente nel paese e nella cultura centroamericana, vengono trasfigurati nella percezione di un limite umano persistente e necessario, accentuato dalla presenza immanente di una natura primitiva e possente, che diventa simbolo e mito nel ricordo e nell’assenza. Nelle pagine di questo libro narro l’incontro di paesaggi senza nome né tempo, di persone solitarie e disperse che nessuno cerca, di silenziosi animali della selva che nella loro immutabile bellezza ripropongono il costante quesito sulla natura umana e sull’origine della vita e del mondo; descrivo in questo modo il mio incanto, lo stupore e il rispetto incondizionato nei confronti della magnificenza del creato, l’inquietudine premonitrice che insinuava in me la certezza di un mutamento imminente e della perdita che avrebbe inevitabilmente colpito quei luoghi, rendendoci ancora una volta tutti più poveri.

E nel tuo ultimo libro nuovomondo,  appena pubblicato dalla casa editrice Passigli, continua questo filo conduttore ?

Dal 2002 in avanti le mie permanenze in Italia si sono fatte più frequenti. In Costa Rica a partire dal 1999 le cose sono profondamente cambiate; il Centro America non potrà mai più essere lo stesso luogo che conobbi alla fine degli anni Ottanta. Lo sviluppo delle telecomunicazioni prima e di internet più tardi, la speculazione che ha colpito e deturpato intere zone costiere congiuntamente al turismo massivo, hanno catapultato il paese nella modernità più scioccante, mettendo a grave rischio la sopravvivenza dei suoi fragili ecosistemi marini e terreni. Ma, più in generale, il mondo è mutato in modo epocale negli ultimi anni; l’appiattimento culturale e psicologico creato ad arte dall’industria dei media che da tempo entra ambiguamente nelle nostre case educandoci a un profittevole consenso, l’uso incontrollato della tecnologia che risulta in questa fase un’arma ulteriore per lo sfruttamento e l’isolamento dei più deboli (sembra un paradosso), il vuoto prolungato di idee e di progetti e l’annichilimento dei valori fondanti dell’etica umana, stanno creando una società asettica ed egoista, che muove esclusivamente i propri impulsi in direzione del tornaconto immediato e della personale affermazione a tutti i costi. Nelle pagine del libro nuovomondo si sente costantemente questa inquietudine, amplificata e sospinta dalla cognizione e dalla nostalgia di ciò che stiamo perdendo; in un cerchio temporale e interiore continuamente aperto e concluso comprendendo in sé creazione e distruzione, il viaggio di ogni singolo essere verso l’inconosciuto si fonde nel flusso eracliteo di una umanità vitale, errante, sempre più spesso incerta e confusa da esponenziali stimoli e vacui valori. In questo poema cerco di restituire la visione di un luogo urgente e necessario, la consapevolezza che in questa epoca contraddittoria e cruciale solo l’Amore nel suo senso più ampio e terreno possa condurci verso un “nuovomondo”. L’Amore anche questa volta inteso come coscienza del mondo e dell’uomo, come ponte inevitabile e fulcro di illuminazioni originarie che ci aiutino a trascendere i nostri limiti e le nostre esitazioni.

Parliamo delle traduzioni, in particolar modo del libro “Questo è il bosco” della poetessa costaricana Eunice Odio, recentemente premiato al Premio di Poesia Camaiore: come hai incontrato i suoi versi?

Sono grato alla giuria del Camaiore per aver avuto la sensibilità di premiare questo piccolo libro di Eunice Odio, poetessa praticamente sconosciuta in Italia e in Europa. Nel 1992 lessi per la prima volta alcune poesie di Eunice; stavo trascorrendo un breve periodo sulla costa dell’Oceano Pacifico al confine con il Nicaragua, in un piccolo capanno di legno e foglie di palma prestatomi da un amico della Universidad de Costa Rica. In questo alloggio molto spartano ed isolato si conservavano alcuni libri di poesia di autori ispanoamericani, tra i quali trovai una delle prime raccolte di Eunice, Los elementos terrestres; i suoi versi mi commossero profondamente, tanto da indurmi a cercare altre sue pubblicazioni e ad approfondire la conoscenza di autori del Costa Rica e dell’America Centrale, ignoti al grande pubblico. Promisi a me stesso che, non appena possibile, avrei fatto qualcosa per diffondere la voce di questa grande e schiva poetessa lungamente trascurata sia in vita che dopo la sua morte; la pubblicazione del libro Questo è il bosco mantiene la promessa e chiude questo cerchio iniziato molti anni fa (o ne apre uno nuovo?). Eunice Odio, nata nel 1919 a San José, morì nel 1974 a Città del Messico in completa solitudine, così sola che la sua morte fu scoperta dieci giorni dopo il decesso. Una donna scomoda per la società maschilista del tempo, indipendente e appassionata, un’intellettuale preparata ed esigente con se stessa e con gli altri, spirito libero e creatore alla continua ricerca della bellezza nel mondo e negli uomini, bellezza intesa come forma eloquente di Dio. Il suo mondo poetico si manifesta attraverso ripetute intuizioni primordiali ed è il risultato di una forte esigenza interiore e della capacità di esplorare nuove zone di espressione personale, per giungere, attraverso l’investigazione metafisica, al disegno divino. In una sua lettera Eunice scrive: “Intendo che il compito del poeta è quasi contrario a chi cerca esclusivamente se stesso. Il poeta va cercando Dio e solo lo incontra nel profondo di tutti gli uomini. E solo è poeta quando conosce ciò che è nell’animo di tutti gli uomini possibili; e lo conosce solo quando li ama immensamente e appassionatamente.” L’esordio di Eunice Odio in Italia rimarrà per sempre legato alla rivista Sagarana, alla casa editrice Via del Vento e al premio Camaiore, che per primi hanno accolto la sua voce.

Come mai le tue più recenti pubblicazioni si sono avvalse di editori e riviste toscane?

C’è un motivo storico e culturale in questo: credo che la Toscana sia ancora una terra con il giusto grado di tradizione, conservazione del territorio e sviluppo sostenibile, e che i suoi intellettuali, grazie alla loro professionalità ed alla grande tradizione umanista di questa regione, abbiano mantenuto un vivo livello di interesse e curiosità propositivi verso tutte le linee poetiche e le cosiddette correnti letterarie, espressioni di una pluralità del sentire e del conoscere che è fondamentale per l’evoluzione dell’essere umano.

Nota biografica

Tomaso Pieragnolo è nato a Padova nel 1965 e da vent’anni vive tra Italia e Costa Rica. La casa editrice Passigli di Firenze ha pubblicato il suo ultimo libro, il poema “nuovomondo”, finalista al Premio Palmi, Metauro, Minturnae, rosa finale del Premio Marazza e vincitore del Saturo d’Argento – Città di Leporano. Fra le sue precedenti pubblicazioni: “Il silenzio del cuore” (1985), “La lunga notte” (1987), “Lettere lungo la strada” (2002, premiato al Città di Marineo e finalista al Guido Gozzano d Belgirate), “L’oceano e altri giorni (2005, finalista ai Premi Libero de Libero, Guido Gozzano di Belgirate e Ultima Frontiera di Volterra e vincitore del Premio Minturnae Giovani). Una sua selezione di poesie scelte è stata pubblicata in spagnolo dalla Editorial de la Universidad de Costa Rica e dalla Fundación Casa de Poesía (“Poesía escogida”, 2009). La sua attività di traduttore di poesia latinoamericana si svolge in collaborazione con alcune riviste, nelle quali dal 2007 propone principalmente autori del Costa Rica e del Centro America, mai tradotti in Italia, e con alcune case editrici, che hanno pubblicato le sue traduzioni di Eunice Odio (“Questo è il bosco e altre poesie”, Via del Vento 2009, Menzione Speciale Camaiore per la traduzione) e di Laureano Albán, (“Gli infimi crepuscoli”, Via del Vento 2010 e “Poesie imperdonabili”, Passigli 2011, finalista Premio Internazionale Camaiore, rosa finale Premio Marazza per la traduzione).



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