Di Oriana Rispoli.

Gianni Verna si racconta in questa intervista che riassume un’attività artistica di oltre trent’anni, svolta tra l’Italia e l’estero.

1. Come è nata la sua passione per la xilografia?

La mia passione per la xilografia parte da molto lontano: da ragazzo ho lavorato in tipografia, ma già alle scuole professionali ho avuto modo di scoprire i caratteri tipografici. Ho frequentato infatti la scuola per tipografi e ho imparato che la storia dei caratteri mobili si abbina da sempre con la stampa xilografica nell’illustrazione del libro. In tipografia si lavorava con i caratteri di piombo e sapere che nel 1400 sia il testo sia le illustrazioni dei primi libri (i libri tabellari) erano intagliate in una sola tavoletta di legno mi interessava molto. Ho fatto le mie prime esperienze di incisione xilografica negli anni Sessanta. Ho proseguito poi con la pittura, la fotografia e la calcografia, per riprendere la xilografia a tempo pieno negli anni Ottanta.

2. In che cosa consiste la tecnica xilografica? È vero che “bastano” un coltello, un pezzo di legno, un po’ di inchiostro e la carta?

La xilografia è la tecnica di stampa più antica e più semplice. Il legno deve essere dello spessore di due centimetri (la medesima altezza del carattere di piombo) per essere stampato con il torchio tipografico. La scelta del legno dipende dal lavoro da eseguire: per i segni fini si usa un legno duro e compatto: pero, melo, bosso; mentre per grandi xilografie si può usare anche un legno multistrato.

La xilografia si distingue in due tecniche molto diverse: la xilografia su legno di filo e la xilografia su legno di testa. La prima tecnica usa il legno tagliato parallelo alla fibra del tronco; nella seconda il legno è tagliato nella sezione perpendicolare alla fibra stessa. Sulla tavoletta levigata si trasporta il disegno capovolto: bisogna preparare un disegno che sia equilibrato tra i bianchi ed i neri; e quando ci sono anche parole scritte, queste bisogna inciderle capovolte per averle leggibili sul foglio. A questo punto per incidere si usano strumenti particolari: per la xilografia su legno di filo si usano coltellini, sgorbie e scalpelli; per la xilografia su legno di testa si usano bulini e ciappole. L’intagliatore asporta dal legno le parti che debbono risultare bianche alla stampa, risparmiando la parte disegnata. Passando infatti l’inchiostro sulla matrice, le parti in rilievo accolgono l’inchiostro e possono così lasciare la traccia su un foglio di carta pressato per mezzo di un torchio. Si può stampare anche senza torchio, pressando il foglio appoggiato sulla matrice inchiostrata con un cucchiaio.

Quando con Schialvino facciamo delle chiacchierate con i ragazzi delle scuole, diciamo loro che la xilografia, per la semplicità nell’esecuzione della matrice e della stampa, è servita per diffondere le idee tra la popolazione più povera in tutte le rivoluzioni, dall’Asia all’America. Il poeta cinese Lu Hsün era molto favorevole alla xilografia come mezzo per diffondere le idee, e lo stesso accadde nella rivoluzione messicana.

3. Qual è l’aspetto che appassiona maggiormente nella xilografia?

Bisogna essere appassionati del “legno” per amare la xilografia. La xilografia è una scultura lignea piana e la scelta del legno è molto importante: ogni tipo di legno infatti rilascia una impronta diversa a seconda della venatura.

4. La sua attività volta a diffondere la conoscenza della xilografia è assai intensa e prosegue da decenni: pubblicazioni monografiche e periodiche, mostre, atelier, convegni, sopratutto attraverso l’Associazione Nuova Xilografia, da lei fondata con Gianfranco Schialvino nel 1987. Ci descrive le iniziative più rilevanti realizzate dall’Associazione?

La mostra che ha avuto più successo è stata “Legni incisi per Montale”, che è partita nel 1992 dalla Biblioteca di Rivarolo Canavese presentata dal critico Angelo Dragone e ha girato il mondo. E ho riscontrato che la lingua italiana è più amata all’estero che non in Italia: a Ulm hanno persino fatto arrivare da Amburgo un lettore per declamare, in tedesco e in italiano, le poesie. Altro tema dell’Associazione è stato la coltivazione della vigna, che con diversi titoli abbiamo portato in Europa, “Vignes et vignobles du Piemont”, e in Italia “ Viti e vigneti in Langa”. Un tema molto caro poi è ancor oggi la montagna, con esposizioni di paesaggi di montagne e fauna alpina.

Abbiamo anche tenuto corsi periodici di xilografia alla scuola  Internazionale di Grafica  d’Arte “ Il Bisonte” di Firenze.

5. Lei e Gianfranco Schialvino avete riunito intorno alle pagine di Smens un grande numero di artisti, quasi un centinaio, e li avete fatti cimentare con “la xilografia, arte meravigliosa e antica, semplice e attuale, classica e rivoluzionaria.” Vuole raccontarci l’avventura della rivista Smens?

Dopo dieci anni di vita dell’Associazione Nuova Xilografia, con mostre, incontri, corsi di tecnica abbiamo deciso che bisognava fare una cosa che ricordasse questa attività e che ne rimanesse una testimonianza a stampa, e perciò abbiamo pensato ad una rivista, su cui chiamare a scrivere poeti, scrittori, critici, filosofi dall’Italia e da altri Paesi. Nei primi quattro numeri le illustrazioni sono incise da noi due: dalla copertina alla pagina pubblicitaria alla pagina del rebus. Dal numero cinque abbiamo pensato di invitare altri colleghi incisori sia italiani sia stranieri creando una vetrina della xilografia contemporanea.

La rivista è stampata con un torchio a braccia. Per le xilografie a colori occorre passare il foglio al torchio tante volte per ogni colore sia in bianca sia in volta. Il primo numero lo abbiamo presentato al Gabinetto delle stampe del Museo di Liegi con una mostra delle nostre xilografie. Poi gli altri via via alla Bertarelli e alla Biblioteca Sormani di Milano, all’Estense di Modena, al Palazzo Farnese di Ortona, a Palazzo Botton a Castellamonte, alla Provincia di Torino, Museo della Stampa di Carpi, al Museo del ’900 di Senigallia, al Museo Mallè di Dronero, fino alla Biblioteca Nazionale di Firenze.

Abbiamo avuto subito un’interessante rassegna stampa sia da riviste straniere: Nouvelles de l’Estampe di Parigi, Multiples Newsletter of The Society of Wood Engravers di Oxford, Printmaking Today di Londra, Graphia di Mechelen, Print Quarterly di Londra; sia da riviste italiane: Grafica d’arte, Il Giornale dell’Arte, Archivio, Charta, Tuttolibri e naturalmente dai quotidiani.

6. Uno dei soggetti da lei più amati è il mondo degli animali, osservati nei loro contesti naturali ma considerati anche come soggetti mitologici, letterari e nelle favole classiche. Il volume Bestiae, ad esempio, è un vero e proprio bestiario, a metà tra realismo e mondo fantastico. Che cosa simboleggiano per lei gli animali?

A questa domanda rispondo senza cercare troppe parole: disegno gli animali perché mi piacciono. Da ragazzo abitavo nella collina torinese ed ero a contatto con gli animali domestici e selvatici: allora i corvi non erano ancora arrivati in città e neanche i gabbiani. Adesso vivo tra i boschi del Canavese ed ho le galline, i pulcini ed il gallo che razzolano liberi nel cortile e nel prato di casa.

A proposito delle galline, di cui si dice che non ragionano, racconto un aneddoto di vita vissuta: è agosto, caldo afoso, mattina presto. Sto zappando per seminare l’insalata invernale e le galline dietro di me “succhiano” letteralmente i lombrichi che fanno capolino dalla terra smossa. Alle dieci le galline sono sparite, le vedo più tardi sotto una frasca accovacciate e intente all’igiene personale che mi guardano, grondante di sudore, come per dire vieni anche tu all’ombra… Chiamale sciocche.

Ho anche un laghetto con le rane. Ma torniamo a cose serie, agli animali nel disegno: disegnarli non è facile poiché sono “soggetto vivente”, non immobile come le modelle all’Accademia. Bisogna munirsi di più fogli da disegno e iniziare in contemporanea su tutti e non appena cambiano posa passare al disegno successivo per riprenderlo quando ritorneranno nella posa iniziale.

Dopo aver disegnato e intagliato gli animali del “Paradiso”, inteso come Parco del Gran Paradiso: marmotte, camosci, stambecchi, mi sono posto il problema di trovare un filone nuovo e ho incominciato ad illustrare le favole di Esopo. In seguito abbiamo programmato una mostra con un titolo latino “De Natura Animalium, la biodiversità nel mondo antico”, e ho intagliato l’Unicorno, i maiali della maga Circe, la Chimera, l’Arpia, Europa rapita dal toro bianco. Il toro bianco appare molte volte nella mitologia: Pasifae si innamora del toro bianco, Io è trasformata in una giovenca bianca… praticamente tutti di pura razza Piemontese. Tutto questo è stato esposto al Museo di Scienze Naturali di Torino la scorsa primavera.

Ripresa la sgorbia in mano ho pensato ad un poeta e ho letto la “Batracomiomachia”, il poema greco tradotto da Giacomo Leopardi cha parla della guerra dei topi e delle rane. La mia Batracomiomachia con rane, topi e granchi è incisa su sei tavole alte 25 centimetri e lunghe ciascuna due metri. L’opera è esposta fino a fine settembre alla Casa Leopardi di Recanati.

Dopo i topi e le rane mi sono innamorato del gipeto, l’aquila barbuta, che è stato di recente reintrodotto nelle nostre montagne. Di questo uccello ho intagliato legni molto grandi, stampati su tela inchiodata su telaio, tra cui il volo nuziale, una bellissima immagine di due gipeti in amore: il maschio in alto e la femmina capovolta che quasi si toccano con gli artigli. In conclusione gli animali sono per me l’immagine della libertà.

7. Quali iniziative ha in programma prossimamente?

Ho in mente due temi: il primo è “La luna di Giacomo Leopardi” e il secondo, sempre con Schialvino, un degno ricordo di Guido Gozzano di cui nel 2016 cade il centenario della morte: il “Meleto” è infatti a pochi chilometri dalle nostre abitazioni e lì intendiamo presentarlo in occasione delle celebrazioni. Prepareremo una pubblicazione ed una mostra ispirata alle sue poesie. In programma vi è anche la prosecuzione della rivista Smens, con un numero dal titolo “L’arte Tipografica” che faremo insieme alla Tipoteca Italiana di Treviso.

www.gianniverna.it



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