Intervista di Oriana Rispoli.

Roberto Carifi ha scritto su “Repubblica”: «Alba Donati possiede la cifra infrequente di una parola lirica, epica e proletaria, capace di evocare la sua Garfagnana aspra e luminosa, la sua repubblica dove un antico legame di pietà e di amore, ma anche di resistenza e di lotta, tiene insieme oscure esistenze».
La sottile e profonda verità delle poesie di Alba Donati lascia nei lettori una traccia indelebile. Si può dire infatti che al sentire autoreferenziale cui tendono taluni poeti, soprattutto italiani, nei versi di Alba Donati, contenuti ne La repubblica contadina e in Non in mio nome, si contrappongono efficacemente una lettura della realtà storica incisiva e forte, e l’espressione di un legame di solidarietà volto a rinsaldare i rapporti umani.
Evocando tragedie collettive più o meno note della storia recente, infatti, Alba Donati ci ricorda che la storia è piena di abissi e di sprofondamenti senza ritorno, ma allo stesso tempo auspica che nuove generazioni possano fare di meglio, superare l’impasse del male che ha generato la tragedia. L’attenzione viene rivolta in particolare a quei bambini che nel corso del Novecento sono stati annientati da massacri e persecuzioni, violenze e gesti di vendetta, e che però si immagina continuino la loro esistenza in un altro mondo, sotterraneo o subacqueo, dove custodiscono, nella loro purezza, i valori fondanti dell’umanità.
Alla poetessa, vincitrice di numerosi premi, abbiamo chiesto di raccontare di se stessa e delle sue radici lucchesi.

nell’ordine: foto di Guido Mannucci; Alba Donati con il poeta premio Nobel Seamus Heaney; foto di Giovanni Giovannetti.

- Nella tua opera si può leggere in filigrana un messaggio ricorrente: quello dell’eredità che altri ci hanno lasciato (nel bene e nel male), e di cui noi dobbiamo essere consapevoli…

Sì, sono molto coinvolta da questo sentimento: la trasmissione del bene. E anche dalla catena generazionale, quel moto continuo dell’andare di madre in figlia, di madre in figlia. Nella mia famiglia, questa eredità del femminile è molto potente. Ho avuto zie contadine e donne di servizio, dal carattere forte e innovativo, una madre altrettanto matriarcale, quasi ottocentesca. Con me è arrivata la modernità (la mia generazione è figlia del boom economico, del capitalismo avanzato) e mi sono sentita come se dovessi mediare tra loro – le mie antenate – e mia figlia per ‘conservare’ alcuni sentimenti forti del mondo che potrebbero andare persi. E in effetti mia figlia è un bel mix di touch screen e conservazione dei beni storici. Di un vestito dice ‘non importa che sia bello, l’importante è che sia comodo’.

- Il tuo universo poetico è molto ricco e spazia dai temi corali al legame profondo con la tua terra, la Lucchesia. Come si armonizza questa varietà?

Credo che essere nata e cresciuta in un universo come quello ‘garfagnino’ non sia cosa che si dimentica facilmente. C’è in esso un senso della ‘fraternità’, un senso della ‘famiglia allargata’, del bene comune, molto forte. Se qualcuno è in ospedale, e ha bisogno, si va a fare i turni a prescindere dal legame di parentela. C’è un senso della solidarietà importante. E il passato non è poi così passato, sembra ieri che mio nonno faceva le veglie raccontando le ‘fole’ imparate durante il suo viaggio da emigrato in Brasile. Sembra ieri che non c’era la luce e che si batteva il grano sull’aia di casa. A me poi, in poesia, piace far sentire questa voce collettiva, è un buon antidoto contro una questa esternazione del protagonismo che infetta tutta la nostra vita pubblica e privata.

- Nei tuoi versi compaiono, racchiuse nel cerchio della vita, figure dolenti, spesso bambini, verso le quali matura un sentimento di intimità e di fratellanza. Tali figure assurgono alla dimensione di simbolo, di emblema di una condizione umana. Come nasce in te questo sentire?

Non saprei, ma nasce. E’ un dato di fatto. Credo che se uno si prende la briga di scrivere poesie non lo faccia per stare dalla parte del più forte, quello che nella Storia ha ammazzato e vinto. Quello si rappresenta da solo, e viene scritto nei libri di scuola. Ma c’è una miriade di piccole storie di bambini uccisi che viene invece subito dimenticata. Nei miei libri compaiono le piccole vittime uccise da Hitler col suo programma di sterminio dei bambini con handicap, e gli scolari fatti fuori con una violenza disumana a Beslan nel primo giorno di scuola. Beslan – dove terroristi e governo centrale decisero che per ottenere i loro scopi potevano massacrare tranquillamente centinaia di bambini – ha inaugurato i mitici anni 2000, ha inaugurato il futuro, e ha dimostrato che dalla Storia non si è imparato nulla, che siamo ancora nella tragedia greca.

- In che cosa si esplica principalmente, per te, la libertà del poeta?

Ho curato un libro, il Dizionario della libertà, dove avevo invitato molti scrittori internazionali a scrivere la loro parola della libertà, da Tahar Ben Jelloun a Orhan Pamuk, da Tzvetan Todorov a Abraham Yehoshua. Quel libro iniziava con la parola AZ che in bulgaro significa ‘io’, ed era scritta dal grande critico e intellettuale Tzvetan Todorov. La libertà inizia laddove l’io sa entrare in relazione con l’altro, cioè laddove stabilisce un limite a se stesso. Se non sappiamo trovare questo punto di confine la libertà diventa prevaricazione, noia, potere. La poesia nasce da questo io che si guarda intorno e stabilisce nessi e relazioni, amori, attrazioni, doveri, incanti e limiti. Limitare la capacità di compravendita del proprio io è intelligenza, ricchezza. Saper ascoltare è tutto.

- Quali sono le strade che suggeriresti di percorrere ad un giovane poeta desideroso di confrontarsi e di farsi conoscere?

Intanto leggere, cercare la sua voce nelle voci dei poeti venuti prima di lui. Amare la poesia prima di iniziare a scrivere. La poesia è un atto di invenzione ma è anche la strada da trovare tra le tante modulazioni di voci di chi ha già scritto. Poi scrivere e pubblicare, non importa dove, la poesia, quando è poesia, arriva.

(L’intervista ad Alba Donati è stata pubblicata nel numero di agosto 2010 del mensile “Living Tuscany”.)

Note

Alba Donati è risultata vincitore finalista nel Premio Internazionale di poesia “Pier Paolo Pasolini” nel 2005. Ecco la motivazione della giuria:

Nel suo ultimo libro, Non in mio nome, titolo che riprende un famoso slogan del movimento pacifista mondiale, Alba Donati pratica un linguaggio poetico forte, da intonare a voce alta e chiara, con una dizione a più registri, ora prosastica e narrativa, ora scandita in ritmi perfettamente udibili, popolari, meglio ancora pop, più americani che italiani, tra Patty Smith e litanie di sapore tribale, marginali all’Occidente. Poeta di notevole efficacia, e determinata da una più che femminile fermezza, Alba Donati propende verso una denuncia pervasa di indignazione e di pietà e raggiunge il suo vertice nelle strazianti poesie dedicate ai bambini con handicap fisici o psichici uccisi a migliaia nei campi di sterminio nazisti. È qui che la sua pronuncia si alza e insieme si placa, facendosi lingua di testimonianza, fedele custode del “mistero della vita” che sempre continua a pulsare anche negli orrori della banalità del male.



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