Di Giorgio Ceccarelli Paxton

Questa volta il CD proposto non rientra dichiaratamente nella serie dei dischi imperdibili da ricordare ed ascoltare per anni e anni, ma comunque si tratta di musica di rarissima esecuzione, molto interessante all’ascolto ed allo studio.

Il CD dell’etichetta Sterling (CDA 1677-2), specializzata in compositori perlopiù sconosciuti o poco frequentati non solo nelle sale da concerto, ma anche nelle edizioni discografiche, presenta alcuni compositori contemporanei – con la eccezione di Bach – in brani di tanta godibilità quanto altrettanta scarsissima diffusione, tutti basati sul duo clarinetto e piano. Ma di questo CD si parlerà dettagliatamente più oltre.

L’utilizzo del clarinetto non è diffusissimo nella musica cosiddetta “classica”, al contrario del jazz, nell’ambito del quale ha costituito per diversi decenni una delle direttrici fondamentali, soprattutto nel jazz stile “New Orleans” dove è destinato ad arabeschi in contrappunto al tema di base eseguito dalla tromba. Tra i grandi clarinettisti di questa epoca eroica (siamo negli anni ’10 e ’20 del ‘900) spiccano i nomi di Johnny Dodds, Jimmy Noone, Barney Bigard, Sidney Bechet, mentre nel periodo “Swing”, oltre ad Artie Shaw e Jimmy Dorsey svetta Benny Goodman, cui vennero dedicati brani classici da Bartok, Hindemith, Copland e Leonard Bernstein.

Tornando al clarinetto “classico” non sono moltissimi i brani (rispetto ad altri strumenti a fiato) che ne includono la presenza, sia nella cameristica, sia nella sinfonica, sia in altri generi. Ne forniamo un rapido excursus, senza alcuna pretesa esaustiva, per chi volesse esplorare questo interessante segmento della musica.

La prima comparsa in una composizione è testimoniata agli inizi del ‘700 da un catalogo di Estienne Roger in cui sono menzionati Air a deux clarinettes ou a deux chalumeaux (che era il nome dell’antesignano del clarinetto) di J. Ph. Dreux. Nel corso del XVIII secolo vi sono presenze di questo strumento in Telemann, Vivaldi, Rameau. Nello stesso periodo nascono i più antichi concerti solistici che si conoscono, quelli di Molter e Pokorny. Per la sua diffusione acquistarono particolare importanza i concerti di Karel e Jan Stamitz, membri dell’orchestra di corte di Mannheim. E fu proprio qui che Mozart conobbe questo strumento, di cui rimase entusiasta, componendo per esso delle splendide opere: il cosiddetto Trio dei birilli (Kegelstatt Trio K 498) il Quintetto K 581, il Concerto per clarinetto e orchestra K 622.

Il Trio in Mi bemolle maggiore K 498 (1786) presenta un organico rarissimo nella storia della musica: clarinetto, pianoforte e viola, lo stesso organico che (rendendogli esplicito omaggio) utilizzerà Schumann nelle sue Marchenerzahlungen op. 132 (1853). E’ una pagina dolce e cantabile, intima, sorridente e malinconica allo stesso tempo, che preannuncia il Quintetto K 581 (1789) per clarinetto, due violini, viola e violoncello tra i capolavori assoluti non solo della letteratura clarinettistica, ma dell’intero corpus mozartiano. Il clarinetto “viene trattato come se Mozart fosse il primo a scoprirne la grazia, il dolce e morbido respiro, la profondità e la commozione” (Einstein), il suo suono è “corposo e denso come quello della zampogna, capace tuttavia di esprimere un estatico rapimento” (Greither). Il Concerto K 622 in La Maggiore (1791) dedicato al clarinettista Anton Stadler, amico e “fratello” massone, composto in un momento di calma interiore, indica già nella sua tonalità l’espressione di una “gioia soprannaturale, calma ed estatica”(Greither). E’ il capolavoro dell’”ultimo stile” mozartiano insieme con il Concerto per pianoforte K 595.

Anche Beethoven, se pur con minor frequenza, si avvale del clarinetto nel Quintetto per fiati a pianoforte op. 16 (1796), nel Settimino op. 20 (1800) e in altre composizioni minori. Il suo esempio sarà seguito da Schubert, nell’Ottetto D 803 (1824) (opera chiaramente ispirata al Settimino di Beethoven; stesso organico strumentale – unica differenza un secondo violino – , stesso numero di movimenti), e nell’ultimo lied da lui composto, Der Hist auf dem Felsen D 965 (1828).

Nel periodo romantico il clarinetto conobbe un notevole successo, anche in virtù dell’affermarsi di numerosi musicisti virtuosi dello strumento a cui furono dedicati molti brani. Fra questi vale citare le composizioni di Carl Maria von Weber (due Concerti, un Concertino, un Quintetto, delle Variazioni) e di Louis Spohr (tre Concerti per clarinetto e orchestra e altre composizioni minori). Di Schumann, oltre all’opera succitata, sono importanti i Phantasiestucke op. 73 (1849).

Mendelssohn compose due Konzerstucke (op.113 e 114 – rispettivamente 1832 e 1833), ma anche nella lontana Russia Mikhail Glinka componeva il Trio pathetique per clarinetto fagotto e pianoforte in quattro tempi (1827) che anticipa le atmosfere di Ĉaikovskij. Proseguendo nel corso dell’800 troviamo un Brahms non più giovane che rese omaggio allo strumento con il Trio op. 114 (1891), il Quintetto op. 115 (1891) e le due Sonate per clarinetto e pianoforte op. 120 (1894).

Ma è durante il corso del ‘900 che lo strumento conosce la sua maggiore affermazione. Max Reger gli dedicò Due Sonate op. 49 (1900), la Sonata op. 107 (1909), e il Quintetto op. 146 (1915-6), Debussy la geniale Premiere Rapsodie per clarinetto e piano (1909) con la parte pianistica trascritta poi per orchestra (1911), Busoni un Concertino (1919) di difficile esecuzione tecnica, Stravinskij Tre pezzi per clarinetto solo (1919), Richard Strauss il Duetto-Concertino con fagotto, archi e arpa 293 (1947), elegante e nobile nella costruzione e nel significato.

Oltre a costoro una nutrita schiera di autori nati verso la fine del XIX secolo arricchirono grandemente la letteratura dello strumento, sia cameristica sia orchestrale. Vale la pena citare in ordine sparso Bela Bàrtok (Contrasts-Trio clarinetto, cello e piano), Charles Stanford (Concerto cl. e orchestra op. 80), John Ireland (Fantasy-sonata cl.e piano), Arnold Bax (Trio in un movimento), Arthur Bliss (Quintetto cl. e archi), Bohuslav Martinu (Sonatina per cl. e piano), Igor Stravinskij (Tre pezzi per cl. solo), Darius Milhaud (Sonatina op. 100, Duo concertante per cl. e piano, Suite cl. violino e piano), Alexander Zemlinsky (Trio per cl. cello e piano), Max Bruch (Concerto per doppio clarinetto e viola), Arthur Honegger (Sonatina per cl. e piano e Petite Suite per cl. violino e piano), Paul Hindemith, che gli dedicò ben tre composizioni molto importanti nella sua produzione (Concerto cl. e orchestra, Quartetto, cl. piano, violino e cello), Sonata per cl. e piano), Florent Schmitt (Andantino), Othmar Schoeck (una meravigliosa Sonata per clarinetto basso e piano), Carl Nielsen (un Concerto e un Quintetto di fiati op.43), Francis Poulenc (molti brani, tra cui una Sonata per due clarinetti, una Sonata per cl. e fagotto e un Sestetto).

Anche i dodecafonisti, o serialisti che dir si voglia, si cimentarono con questo strumento; Schoenberg con una Serenade op. 24 e una Suite op. 29, Berg con i Quattro pezzi op. 5, Webern con molte raccolte di lieder per voce e clarinetto (op. 14, 15, 16, 17, 18, 19).

In pieno Novecento, poi, troviamo Malcolm Arnold (Sonatina per cl. e piano op. 29), Luciano Berio (Sequenza IX per cl.), Leonard Bernstein (Leonardo’s vision per cl. e piano, Sonata per cl. e piano), Aaron Copland (Sonata per cl. e piano, Concerto per cl. e orchestra d’archi), l’americano Elliott Carter, deceduto lo scorso novembre 2012 (Concerto per clarinetto), Luigi Dallapiccola (Sieben Goethe lieder), Ernst Krenek (Monologe e Piccola Suite op. 28), Witold Lutoslawski (Dance Preludes per cl. e piano), Steve Reich (New York Counterpoint), i nordici Ejnojuhani Rautavaara e Magnus Lindberg (Concerto per cl.), Krzystof Penderecki (Quartetto per cl. e archi, Tre miniature per cl. e piano), Goffredo Petrassi (Grand septuor avec clarinette concertante), e così via via molti altri da Alun Hoddinott a Howard Sandroff ecc.

Nonostante queste citazioni che, ripeto, non esauriscono certamente la letteratura clarinettistica, nel complesso essa risulta minoritaria rispetto ad altri strumenti a fiato, quali per esempio il flauto che, specie nella musica contemporanea, ha una posizione di assoluta preminenza.

Ecco il motivo per cui quando esce una pubblicazione che porta alla luce compositori e brani di “nicchia” è opportuno incontrarli nella speranza di trovare qualche perla rara sfuggita alla divulgazione di massa. E qui ritroviamo il CD di cui si parlava all’inizio.

Nell’esecuzione del clarinettista Stephan Siegenthaler e del pianista Konstantin Lifschitz tre Sonate di autori poco frequentati e una trascrizione di una Sonata di Bach. Vediamo in breve ciò che questo CD ci propone.

Daniel Gregory Mason (1873-1953) fu un musicista statunitense che studiò con vari maestri tra i quali Chadwick e D’Indy. Insegnò alla Columbia University di New York e compose musica vocale-strumentale oltre a scrivere saggi critici e musicologici. Stilisticamente è un tardo-romantico e questo è evidente all’ascolto di questa Sonata per clarinetto e piano op. 14 (composta tra il 1912 e il 1915) che richiama atmosfere brahmsiane e regeriane; nonostante sia stata scritta durante gli studi con D’Indy la composizione non ha risentito affatto dello charme impressionistico tipico delle opere del suo maestro. La novità consiste piuttosto nella declinazione dei tre movimenti di cui è composta la Sonata (Con moto, amabile – Vivace, ma non troppo – Allegro moderato) in quanto inizia con una melodia aggraziata, si sviluppa in un movimento medio vivido e brillante e termina con una melodia dolce  e leggermente malinconica. Si ha quindi una posticipazione dello stilema classico che prevede un movimento lento al secondo posto ed uno vivace al finale.

Donald Francis Tovey (1875-1940) fu un musicista inglese con studi a Eton, Londra e Oxford che insegnò dal 1914 musica al Conservatorio della sua città natale, Edinburgo. Eccellente pianista e compositore scrisse l’opera “The bride of Dionysos” (1929) e diversi lavori orchestrali, corali e da camera, anche se probabilmente fu più conosciuto per aver scritto molti saggi a carattere musicologico, dato che dovette abdicare presto alla carriera concertistica per una grave artrite ad ambedue le mani. Frequentò ambienti brahmsiani, essendo molto stimato dal famoso violinista amico di Brahms Joseph Joachim, con il quale suonò in diverse occasioni. Ebbe molti apprezzamenti anche da Pablo Casals, i fratelli Busch e Julius Rontgen. E’ evidente quindi che, provenendo da questa cerchia musicale il suo stile sia ancor più brahmsiano di Mason, con il quale condivide molti altri aspetti: ambedue pianisti, compositori, professori in Conservatorio, critici musicali. La Sonata op. 16, qui presentata, si articola in tre movimenti (Allegretto – Allegro con spirito, non presto – Rondo. Andante tranquillo, largamente ed amabile), in cui il suono morbido del clarinetto rende perfettamente l’influenza e l’atmosfera brahmsiana su accennata.

Albert Moeschinger (1897-1985) nato a Basilea studiò piano con Oskar Ziegler e composizione con Ernst Graf. Personaggio piuttosto particolare sia nella vita sia nella personalità, rimase presto orfano di madre e crebbe in circostanze difficili, avendo però la fortuna di trovare persone che ne apprezzarono il talento musicale permettendogli di compiere gli studi necessari. Lasciato un lavoro in banca, fu nominato professore al Conservatorio di Berna a quarant’anni, ma dopo cinque anni lasciò l’incarico per dedicarsi alla composizione dietro commissione. Visse il resto della sua vita, tra momenti economicamente floridi ma altrettanti momenti difficili, in un albergo nel Cantone Vallese della Svizzera. La solitudine delle montagne circostanti fu decisiva per la composizione delle numerosissime opere che formano il suo catalogo. Il trasferimento ad Ascona nel Canton Ticino proseguì questa sorta di isolamento che ispirò soprattutto ancora le sue composizioni, mentre d’altro canto egli partecipò attivamente a concerti e in genere alla vita musicale svizzera, nonostante diversi problemi di salute.

La Sonatina op. 65 (1944) qui presentata è meno conosciuta della successiva Sonata per clarinetto e piano op. 87 e forse per questo motivo è stata scelta per questo disco. Si articola in tre movimenti (Begin slowly -  Allegro – Allegro, very quiet) piuttosto originali in cui non è facile identificare l’influenza di altri musicisti. Forse la sua cifra stilistica più evidente è un certo eclettismo che lo porta su posizioni tradizionaliste, ma con spunti originali e moderni.

Di Johann Sebastian Bach (1685-1750) è ovviamente superfluo tracciare un pur breve profilo biografico e musicale, tanta è la sua fama. Nella circostanza viene eseguita la Sonata in sol minore BWV 1030b (1720), un brano originariamente scritto per flauto oppure oboe e cembalo (il clarinetto fu inventato nel 1690 e quindi Bach non poté averne eccessiva dimestichezza). Qui la trascrizione dei tre movimenti (Allegro – Siciliano – Presto) è adattata al clarinetto trasponendo la tonalità dall’originario si minore al sol minore.

I musicisti che realizzano questo interessante CD sono artisti di valore, ormai affermatissimi nei circuiti concertistici internazionali, ma che amano anche andare alla ricerca di preziose rarità: il clarinettista svizzero Stephan Siegenthaler e il pianista russo Konstantin Lifschitz.



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