di Oriana Rispoli.

Chiara Catalano, insieme a Valentina Ruggeri e al pianista Stefano Lenci è la protagonista della pièce B&B. Varietà tragico in forma sonata, in scena per la prima volta a Lucca al Teatro S. Girolamo domenica 22 settembre.

Performer giovane e versatile, Chiara racconta come è nata l’idea dello spettacolo con le canzoni di Boris Vian e Bertolt Brecht (una forma di cabaret in chiave moderna) e fa alcune riflessioni sul Teatro oggi in Italia.

Incominciamo dal futuro: vuoi raccontarci quali sono i nuovi ruoli che andrai a rivestire in teatro nella prossima stagione?

Nel corso della prossima stagione sarò ancora impegnata con il gruppo di pazzi ingegneri che porta la matematica a teatro. Saremo ancora all’Eliseo a Roma, con una terna di spettacoli ideati e pensati dall’ingegnere Aldo Reggiani con lo scopo di avvicinare i bambini e gli adulti al mondo, apparentemente ostico, dei numeri e dei teoremi.

Spero di girare il più possibile con B&B, spettacolo che ritengo veramente inedito sulla scena teatrale italiana e, per questo, comincio col ringraziare te, Oriana e Nuove Tendenze, dell’occasione e del supporto che ci state calorosamente offrendo. Per quanto riguarda il resto, in genere è in questo momento dell’anno che gli attori fanno più provini per le produzioni della prossima stagione, quindi teniamo la bocca chiusa e incrociamo le dita. Posso solo dire, con grande dispiacere, che il numero di produzioni è, negli ultimi anni, in netta discesa e questo non è un danno solo per attori, tecnici, registi etc etc, ma soprattutto per il pubblico.

 

Lo spettacolo “B&B – Varietà tragico in forma sonata”  che interpreti con Valentina Ruggeri e Stefano Lenci è una via di mezzo tra il musical e il cabaret. Come è nata l’idea di questa pièce, che celebra tra l’altro la libertà di espressione e il diritto all’ironia?

Io e Valentina c’eravamo appena diplomate alla Silvio D’Amico e cercavamo l’idea per uno spettacolo che non fosse un classico testo di prosa e che potesse mettere in luce i nostri punti di forza. Valentina poi canta molto bene e per lei è sempre stato naturale cercare nel repertorio canoro. Così lei si è orientata su Bertolt Brecht ed eravamo alla ricerca di un autore da potergli accostare: ecco che salta fuori Boris Vian, per noi quasi del tutto sconosciuto. Così mi sono tuffata nella lettura dei suoi testi e nell’ascolto della sua musica et voilà, è nato il sodalizio! B&B è uno spettacolo che reinterpreta, in chiave moderna, il genere del cabaret. Si tratta di un varietà ricco di anomalie: per cominciare, ci sono ben due prime donne che incarnano rispettivamente l’anima del cabaret tedesco, più cruda e grottesca, e quella del cabaret francese, più snob e sorniona ma ugualmente tagliente. Le due B dello spettacolo sono le iniziali dei nomi di Vian e Brecht, due celebri frequentatori del cabaret, i cui testi vengono affiancati per creare una drammaturgia originale e autonoma. Le due protagoniste si cimentano in entrées, numeri d’amore, di ballo, supportate da un pianista.

Lo spettacolo si apre con una voce fuori campo (Dio? Un narratore delle fiabe?) che  presenta la figura del pianista. Dai ricordi di quest’uomo, provato dalle difficoltà della vita, sorgono immagini, suoni e figure d’altri tempi: irrompono le soubrettes – prostitute che ogni sera rivivono il loro calvario fatto di amori disincantati, sfruttamento e delusioni. Ma la vitalità e l’ironia tipiche del cabaret prendono ugualmente il sopravvento. Tuttavia, in momenti imprevedibili, fanno irruzione suoni provenienti dall’esterno, sirene della contraerea: è il richiamo alla storia e agli eventi che hanno generato lo spirito del cabaret. Questo spettacolo non è però soltanto una satira di un regime che ha condizionato il destino dell’Europa per un ventennio, ma soprattutto la celebrazione di alcuni valori e sentimenti, come la libertà di espressione e di parola, il diritto all’ironia e alla critica al potere, la gioia della seduzione graziosa e leggera, che oggi sembrano venire a mancare. Poi lo spettacolo si è naturalmente assemblato da sé: la drammaturgia è totalmente originale e nasce dalla nostra esigenza di combinare testi e musica, non solo come in un classico cabaret-concerto, ma inventando un’azione scenica che racconti una storia. Per noi è stata un’autentica gioia e un periodo di grande fecondità quello in cui è nato B&B, spettacolo che noi consideriamo il nostro piccolo capolavoro!

 

Sei al contempo musicista e attrice: in quale di questi due ambiti senti di aver compiuto le esperienze più avanzate per la tua ricerca artistica?

Senza dubbio, in campo teatrale. La musica fa parte della mia formazione e della mia primissima gioventù ma poi mi sono un po’ accontentata di ciò che avevo imparato, perché non sopportavo più l’idea di passare tante ore da sola con lo strumento. Avevo bisogno di confrontarmi con il mondo, di capire quale fosse il canale espressivo che mi faceva sentire più libera e che non mi causasse tanta ansia da prestazione. Così è arrivato il teatro e, in un certo senso, è stata una vera e propria liberazione. La musica mi ha comunque riservato molte soddisfazioni e sto pian piano riuscendo a integrare il mio ruolo di attrice con quello di musicista al punto che oggi mi piacerebbe definirmi una ‘performer’ senza necessità di stabilire un confine netto tra l’una e l’altra cosa. Tra l’altro, sono in procinto di partire per il Mittelfest a Cividale del Friuli, dove prenderò parte ad uno spettacolo sulla figura di Salomè, nella doppia veste di attrice e musicista.

 

Che cosa ti ha affascinata ne “L’invenzione di Morel”, lo spettacolo tratto dal romanzo di Adolfo Bioy Casares che ha debuttato quest’anno a Roma con la regia di Paolo Orlandelli e che ti ha vista impegnata nel ruolo di Faustine?

Prima di tutto il fatto che un uomo, un naufrago, un rifugiato politico come il protagonista del testo possa innamorarsi, in un tale frangente, di una donna così apparentemente spietata. E poi la richiesta, da parte del regista, di ripetere, senza variazioni, più volte un’unica scena: è molto strano compiere, nell’arco di un unico spettacolo, tre volte la stessa scena, scendendo le scale sempre nella stessa maniera, parlando con la stessa intonazione. Ti mette alla prova perché devi essere in grado di ripetere la forma e di riempirla, facendo in modo però che l’attimo che stai vivendo non la modifichi nella sua forma esteriore, altrimenti il pubblico se ne accorgerebbe. È stata un’esperienza molto istruttiva perché ti avvicina al significato più bistrattato della parola ‘arte’ che non è solo ispirazione ma anche artigianato, tecnica. So che la mia risposta risulta criptica, ma è perché è il testo stesso che contiene un mistero. Bisogna vederlo per capire!

 

Tra i vari registi con cui hai lavorato, con chi hai creato l’intesa migliore e da chi hai ricevuto di più?

È molto difficile dirlo. Mi sento ancora molto giovane per rispondere a questa domanda, voglio prima lavorare con molti, moltissimi registi e poi tirare le mie somme. Al momento, posso dire che il Maestro Lorenzo Salveti, il Direttore dell’ANAD che è stato mio insegnante di recitazione, è stato un incontro prezioso che ha aperto i miei orizzonti e mi ha fatto capire di quanta libertà creativa possa godere un interprete pur rispettando pienamente il testo.

 

Che cosa ti aspetti dall’Italia negli anni a venire? Sei tentata di fuggire all’estero o desideri realizzare i tuoi progetti  nel tuo Paese?

Anche questa è una domanda difficilissima: mi piacerebbe poter fare il mio mestiere nel mio Paese. Mi auguro che questo possa essere possibile.

 

Pensi che esista ancora qualche autentica forma di teatro d’avanguardia oggi in Italia?

Sì, senza dubbio alcuno. Mi rendo conto che è molto difficile definire il ‘teatro d’avanguardia’ oggi. Ogni artista ne ha una sua particolare interpretazione: c’è chi porta in scena testi di drammaturghi viventi e misconosciuti in Italia come fa ancora instancabilmente Carlo Cecchi, chi tenta di fondere il teatro con la performance visuale e sensoriale come la Societas Raffaello Sanzio, chi porta in scena testi propri come Antonio Rezza.

Non sempre e non tutto mi piace. Non sempre si vede qualcosa di soddisfacente o di innovativo, a volte si incappa in brutte copie di ciò che si faceva negli anni ’70, ma resto fermamente convinta che il teatro d’avanguardia esista. Bisogna rischiare per vedere del buon teatro, bisogna andarci spesso. Se mi guardo intorno e osservo i miei coetanei, ex compagni di scuola, vedo un brulicare di idee. Tutti loro fanno il loro personale teatro d’avanguardia: chi recupera il genere dell’avanspettacolo e propone testi propri, chi si dedica al ‘teatro d’appartamento’, spettacoli pensati ad hoc per delle abitazioni, etc. Sfrutto questa opportunità per dire a chi legge: non andate a vedere solo spettacoli di cosiddetto “repertorio”! Shakespeare, Cechov, Goldoni hanno scritto cose stupende che fanno parte del nostro bagaglio culturale, ma date una chance anche ai testi di autori contemporanei, italiani e stranieri, potreste scoprire che ne vale la pena!

Agosto 2013

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