Viveva da solo perché balbettava.

Era difficile per lui.

 

Nel cuore della notte si svegliò. Aveva sognato le mani di qualcuno. Parlavano la lingua dei sordi.

Nel sogno c’era anche una coperta bianca, ricamata con una fila di mani dorate. Le dita erano raffigurate in posizioni diverse.

 

Per come era avvenuto il sogno si poteva credere che era Dio che messaggiava.

A lui non venne in mente perché nell’eventualità, Dio sapeva bene che lui non parlava la lingua dei segni. È vero che aveva dei problemi nel comunicare. Balbettava. Solo quello però.

 

Non riusciva a riprendere sonno. Pensava ai sordi che sono anche muti. Pensava ai bar zeppi di gente che parla. Allo stronzo del suo capo che ogni volta lo zittiva prima che avesse finito di spiegare. Alla monotonia di un tarlo. A quelli che dormono sulle panchine. Pensava che nel mondo c’è sempre qualcuno che sta peggio e che così gli avevano insegnato a pensare.

Pensava con che tipo di donna avrebbe potuto farsi una famiglia.

 

Si girava e rigirava nel letto.

Aveva sete.

 

Si alzò. Il sogno era una conseguenza dell’aver visto quel video sui sordi. Doveva essere martedì sera o mercoledì quando l’aveva visto.

 

Un effetto collaterale.

 

In cucina prese dal rubinetto un po’ d’acqua. Uno schifo. Sapeva di ferro. Il bicchiere era appiccicoso.

 

Molto toccante quel video. Però.

 

Faceva vedere un concerto per sordi. Accanto al cantante c’era una giovane donna che ondeggiava. Interpretava le parole e la musica con le mani. Ma anche con il corpo. Sembrava innalzarsi seguendo le note. Alla fine non ci si sarebbe meravigliati se fosse volata via. Sarebbe stato normale.

 

Accese una sigaretta.

 

A chi cazzo sarà venuta in mente un’idea del genere. Musica per sordi!

Non balbettava pensando.

La sigaretta sapeva di carta e di zolfo del fiammifero. Si domandò cosa c’era di buono nel fumare. Si rispose che il fumo lo sgrassava dentro.

 

Il sogno era colpa del video. Inutile continuare a pensarci. Di mercoledì l’aveva visto. Ora ricordava.

 

Il rubinetto chiuso liberò un fiotto residuo. Un treno passò lontano. Aveva i piedi nudi che si impiastravano sul pavimento sporco. Erano freddi. Fumò guardando dalla finestra. Abitava al quarto piano. C’era poco da vedere, quel quartiere, abbandonato dal Comune, era senza illuminazione, solo sulle foglie gialle dei tigli rimbalzava il chiaro delle luci del centro. Spense la cicca nel vaso dei papaveri finti.

C’era poco da vedere ovunque.

 

Non avrebbe più dormito. Soffocava. Meglio uscire. Andò a cercare le ciabatte pelose che si dovevano usare solo in casa per non sporcare. Così aveva fatto da sempre. Quella notte le avrebbe usate fuori. E anche sarebbe uscito col pigiama con le barche stampate. Infilò la giacca. Fissò in testa una lampada frontale. L’accese illuminando i piedi inarcati nelle ciabatte.

Si fermò davanti allo specchio. Vide un guerriero dentro l’armatura.

 

Uscì. Rabbrividì. Si abbottonò bene. Camminava affondando nei mucchi di foglie al lato della strada. A tratti il vento le catturava, le illudeva, le dimenticava nell’aria. Illuminandole mentre cadevano pensò che ci avrebbe capito una musica dentro se fosse stato abituato. Doveva esserci una musica in quella cosa lì delle foglie che scendevano. E anche in molte altre cose che si muovevano. Non era un’idea stupida.

 

I piedi erano già bagnati.

 

Passò accanto a un gruppo di travestiti, erano uomini si vedeva bene. Avevano acceso un fuoco dentro a un bidone di metallo.  Lui faticava a parlare anche con chi conosceva.

 

-          Povero amore, chi l’avrà cacciato dal letto? – chiese quello che aggiustava la giarrettiera.

 

Risero. Squillò un cellulare.

 

-          Sss … è mia madre. – Disse quello con la parrucca gialla. – Ciao mamy … Non riesci a dormire?

 

Continuarono bisbigliando.

 

-          Ha fatto appena in tempo a prendere la lampadina poveretto!

-          No mamy … sono in giro con Piero, sì Piero della Gianna. Sì lo so che è tardi. Non preoccuparti.

-          Che cattivi, l’hanno mandato via col pigiamino, proviamo a levarglielo?! – In due gli girarono intorno.

-          Sì, che bella idea, vediamo com’è sotto. – Rise ballando quello con la gonna di pelle rossa.

-          Fate piano! – comandò parrucca gialla tappando il telefono con una mano – Sì mamma è Piero che fa casino, dormi ora, non c’è ragione perché tu stia in ansia …

-          Buonanotte signora, non si preoccupi siamo tutti insieme…

-          Sì mamma è Piero ti dà la buonanotte. Dice di non preoccuparti. Passo domani sì. Promesso sì. Ti mando un bacio mamma.

 

Erano belli. Parlavano sbattendo le lunghe ciglia, i denti bianchi umidi di saliva brillavano al fuoco. Avevano i tacchi alti. Le gambe lunghe. Erano adatti al loro mondo.

Li guardò convinto che tra di loro si sarebbero aiutati. Immaginò che tra loro ci fosse un senso di appartenenza che a lui non era mai toccato. Pensò alle loro madri. Ebbe uno slancio.

 

-          Co..cosa avete da da da stare allegri? … – domandò diventando rosso per lo sforzo e per l’ardire.

 

Lo guardarono sorpresi.

 

-          E tu tu tu? Co.. cos’hai da da da stare allegro? -  lo sfotté quello con la parrucca gialla.

 

Continuò a camminare. Chissà come sarebbe stato scoparsene uno. Ogni tanto si girava a guardarli.

Da lontano ridevano. Chissà com’era quella mamma.

 

Il vento era ghiaccio. Il pigiama velo. Le gambe legno.

 

Aveva perso sensibilità alle dita dei piedi in ammollo nella poltiglia fangosa cresciuta nelle ciabatte.

Davvero avrebbe voluto sapere cosa avevano da stare allegri.

Sfilò un’auto veloce con la musica a palla.

Si scaldò le mani con l’accendino. Accese una sigaretta. Meglio tornare a casa. Sentì un rumore passando davanti al cassonetto. Topi senz’altro. Era un mugolare. Andò avanti.

 

I topi non fanno così.

 

Tornò indietro. Si fermò davanti al cassonetto.

Niente.

Illuminò l’interno.

Silenzio.

Boh!

 

Eccolo di nuovo.

 

Allungò le mani per prendere una scatola marrone. Era quella che mugolava. L’aprì, gli apparve un cucciolo nero.

 

-          Piccolo rifiuto nero! – l’accarezzò. – Piccolo rifiuto come sei freddo!

 

Non balbettava.

Il cucciolo chiuse gli occhi sfinito.

 

-          C’è gente di merda è vero?

 

Lo mise all’interno della giacca. Il contatto con il corpicino freddo lo fece rabbrividire.

 

-          E ora cosa me ne faccio di te? Non ho mai voluto un cane. Abbaiano. Sbavano, cacano…

Cosa me ne faccio di te?! Vedi di non morire ora che sei al caldo.

 

Non balbettava se ne accorse. Continuò a parlare tenendo il cucciolo al caldo sopra la pancia. Camminava e parlava. Nella notte. Un guerriero. Col pigiama. Le ciabatte. La lampada frontale in testa. Covava un cucciolo.

 

-          C’è gente di merda. È vero?

 

Lo sentiva muovere adesso e mugolare. Se non l’avesse trovato sarebbe morto. Il camion della spazzatura stava girando l’angolo.

 

Un guerriero, un eroe.

 

All’incrocio il bar Remo stava aperto tutta la notte. Quando entrò il barista alzò un sopracciglio e mise le mani sui fianchi. Lui ordinò un latte caldo da portare via. Non troppo caldo però. E anche una scodella di quelle usa e getta. Balbettò. Ma meno del solito. Se ne convinse.

 

Sulla panchina del parco dormiva qualcuno. Difeso dai fogli di giornale e da un brandello di coperta tipo da soldato. Si mise seduto su quella accanto voleva che il cucciolo mangiasse. Posizionò la scodella, ci versò il latte, tirò fuori la bestiola dalla giacca. Non solo non mangiava ma affogava. Lui parlava, parlava, gli teneva su la testa, gli scaldava il corpicino.

 

-          Non può mangiare in quel modo. È troppo piccolo.

 

Era vecchio quello che aveva parlato. Dormiva sotto ai giornali. L’aveva svegliato.

 

-          Aspetta che ti faccio vedere.

 

Era un uomo secco con la barba gialla come i capelli.  Aveva le dita storte. Arrotolò il lembo di uno straccio lo inzuppò nel latte, prese il cucciolo nella mano ossuta e gli fece colare in bocca il liquido tiepido. Il piccolo starnutì e leccò dove capitava.

 

-          Così devi fare. Servirebbe un contagocce. Ce l’hai un contagocce?

-          Lo lo lo tro…verò.

-          Ecco bravo. E portalo a casa. Si vede dal pigiama e dalle ciabatte che hai una casa. Portalo a casa.

 

Si fermò con lui finché il latte non fu finito. Molto era rimasto nello straccio e il vecchio lo masticò perché non andasse sprecato. Era da tempo che non ne sentiva il sapore. Disse.

Sapeva tante cose sui cani. Lui gli offrì una sigaretta e gli raccontò del concerto dei sordi. L’altro lo lasciò parlare non disse niente che balbettava. Alla fine seppe anche del sogno.

 

Stava bene lì sulla panchina in pigiama col Piccolo Rifiuto, col vecchio a fumare sigarette. Lo avrebbe fatto per il cucciolo di tornare a casa. Gli sembrava che si potesse respirare meglio mentre si dormiva su una panchina. Gli sembrava che fosse meno importante balbettare se uno lo faceva con un vecchio a quel modo. Doveva cercare un contagocce però. E anche dargli una coperta al cucciolo. Magari portarne una anche al vecchio. E anche del latte.

Pensò ai rifiuti. Di tanti tipi. Di tanti colori.

Qualcuno da salvare.

 

-          Vai a casa – disse il vecchio – vai a casa. Io l’ho capito sai perché uno come te gira in pigiama per strada la notte. L’ho capito.

 

Voleva farselo spiegare perché lui invece non lo sapeva. Ma il vecchio era tornato alla sua panchina e aveva risistemato i fogli di giornale. Si muovevano piano al vento.

Frusciavano.

 

I giornali interpretavano il fruscio.

 

© Monica Dini 2013



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