Mi sento come se a colazione avessi ingoiato il sole questa mattina, guardo fuori dalla finestra, ne brilla un altro spavaldo in un cielo che sembra di cobalto, in barba alle previsioni! Scippo la ventiquattrore dal suo angolo tra la porta e la libreria, un attimo di perplessità accanto al portaombrelli. No, non pioverà! L’ascensore è occupato, intanto mi infilo la giacca, sono in ritardo! Volo giù per le scale. Arraffo con una mano tutto quel tintinnio nella tasca destra, le chiavi della macchina si sono agganciate a quelle di casa e a un orecchino: impossibile separarle mentre scendo i gradini, metto l’altro orecchino. Sono fuori! Ah!… Non ho acceso i cellulari! Prima quello in tasca, poi l’altro, infilando la mano nella borsa senza rompere il ritmo di questa maratona. Intanto ripongo la mia anima in una morbida custodia, ormai ho imparato. La giornata è cominciata!
Il balcone di fronte ricolmo di cascate di petunie rosa fucsia. Acceso da quella luce cattura lo sguardo di tutti, anche il mio. Arringando con la mente le possibili contestazioni al mio dibattimento, passo in gran fretta da Cesare il macellaio, tutto preso a servire i clienti con le sue mani da pianista tra tutte quelle lame lucide come argenti. Mi capisce al volo, quando ho fretta, prende appunti, un saluto e via. Mi destreggio tra mamme frettolose e faccini assonnati, vecchiette accompagnate dai loro cani dai collarini colorati e vado da Rino, il panettiere. Con la sua mente arguta, nell’attesa, consiglia una ricetta, offre un assaggio, oggi un trancino di crostata, ” Giulia! vai tranquilla, a stasera!”
la grossa pancia gli sussulta sotto il grembiule unto sul davanti. Mi sorride e con le dita mi fa un cenno di vittoria.. Le foglie dei platani sono smosse da un leggero tremolio.
Il cielo si è sbiancato, sfacciate gocce di pioggia cadono copiose ad imperlare i primi ombrelli e i sanpietrini. Quando arrivo al parcheggio ormai diluvia. Saltello con le mie chanel nere a mezzo tacco per evitare le pozze d’acqua, e con la borsa a due mani sulla testa. Ritrovo la mia trappola a motore. Inzuppata come una spugna, parto a tutto gas: per rimanere incolonnata subito dopo il primo incrocio. Sono precipitata nel trambusto da acquazzone che incombe sul caos di sempre. Una selva tetra, dal cielo quasi color piombo, autisti con i volti feroci e pedoni disorientati che sembrano essere inseguiti come prede. Ed ecco gli attacchi acuti di nostalgia dell’aria tersa della provincia dove sono vissuta, le case col profumo della campagna vicina e delle sue stagioni, dove il tempo scorre più lento, simile al nostro respiro. E di mio padre che si destreggiava tra i problemi quotidiani, Ulisse pendolare tra Roma e la sua Itaca, dove si acquietava spossato e con i suoi ritorni rassicuranti scongiurava ogni pericolo e non avevo quasi mai paura. Un tamponamento… niente di grave. Si stanno spostando a destra della strada.

Ho ancora pochi minuti per cercare un posto: operazione impossibile!
Non c’è… niente … e … invece c’è! Eccolo!
Freccia, specchietto retrovisore e… sbrang!
In sequenza: un imbecille prepotente, due macchine, due spigoli antagonisti, un solo posto, il mio!!!
Scendo, ora inferocita anch’ io, nella giungla di macchine.
“Avevo acceso la freccia e stavo già facendo manovra e lei… lei si è imbucato!”
Quell’individuo, ben vestito, abbronzato, beato lui e neanche brutto, con aria sorniona:
“Ma no davvero, cara signorina, è lei che ha torto, facendo retromarcia non ha visto la mia macchina. Sa… io sono…” “Neanche per sogno, lei sta facendo il furbo, sappia che sono un avvocato!” e il grigio dei suoi occhi incontra il verde delle mie iridi ma forse si sono tinte di rosso fiammante. “Vede quei due signori?” indicando due tipi che stavano parlando poco distante “Sono due miei colleghi e stia certo che da lì hanno visto tutto” con tono caustico. Sorrido e faccio un cenno di saluto verso di loro, uno dei due sconosciuti me lo restituisce.
Il signor Imbuca Posti cambia espressione “forse ha ragione lei, mi sono distratto, ho un appuntamento importante” e guarda l’orologio
“per fortuna i danni sono lievi. Prendo i moduli e sistemiamo tutto”
compila con le mani sottili e veloci il CID. Poi mi dà una stretta di mano, si sofferma un attimo, ma non dice niente, poi un saluto di circostanza e ognuno per la sua strada. I risvolti positivi della giurisprudenza: i saggi evitano i contrasti con un avvocato! tanto più se ha ragione, penso, mentre lo vedo allontanarsi a passo svelto. Finalmente raggiungo l’aula assegnata piantonata dal mio cliente tra il vocio diffuso, in un corridoio come al solito gremito di piccoli gruppetti di persone dai visi sempre più strani e tra il vocio diffuso. “Scusi, ho avuto un incidente”mentre gli stringo la mano.
“Avvocato, la nostra udienza è l’ultima.”
“Stia tranquillo, con questo giudice durano poco.” dico con tono tra il rassicurante e il saccente.
Già i giudici, ognuno segue la propria legge ed il suo credo; come risulta difficile la posizione di essere innocenti. Ho scelto il diritto civile forse anche per tutte le ombre che avevo visto sul viso di mio padre, un animo integerrimo, un difensore della Verità, troppo spesso assoggettata ad una realtà a dir poco, labirintica. C’è tempo,
“faccio un salto alla mia casella postale, è vicina” dico al mio cliente.
Sono impaziente. Entro, c’è un signore di mezza età, ha appena aperto la sua cassetta, ma guarda verso di me. “Buongiorno!”con tono appiccicoso.
continuando a disinteressarsi della sua posta.
“Buongiorno” con tono secco
e penso alla chiave della mia cassetta agganciata a quella di casa.
Avanzo tentando di sciogliere l’intrico metallico delle chiavi che mi ricorda l’àncora ricoperta di alghe di ogni tipo della nostra Mistral, mentre attraversava a vele spiegate l’epico mare egeo, in un passato ancora recente. Lo spazio ristretto di quell’ufficio mi faceva sentire proprio come su una barca e se quella pioggia non fosse cessata, forse sarebbe servita un’Arca, magari un modello planante, ma non sarebbero salite coppie di animali, quelli sarebbero sopravvissuti al Giudizio Universale per intervento divino, sì, per il merito di averci sopportati. Avrebbe preso posto invece, ogni categoria umana con l’animo candido di un bambino, ma con la sapienza adulta: un contadino saggio, un ecclesiastico pio, un politico onesto, una madre coscienziosa, un padre che facesse il padre e così via… verso una Nuova Era. Che idee mi vengono stamattina, sto diventando meteoropatica e intanto mi dimeno con le chiavi sempre sotto lo sguardo di quel tipo brizzolato. Tento di passare. “Posso aiutarla?”
“non si preoccupi, sono in ritardo”
cerco di darmi un contegno, apro: una spaurita busta bianca!

Per divincolarmi dalla sua attenzione, la metto in borsa a testa bassa, saluto e scappo.
Era presto, e mi sentivo bagnata fino alle ossa, decido di andare in bagno ad asciugarmi. Be’ penso, visto che sono qui, approfitto! Giro la chiave per uscire, la porta non si apre: provo a destra, poi a sinistra, tiro… rigiro, sbatto… niente! la serratura è bloccata. Provo a chiamare: nessuno! Tutti in udienza e in corridoio o magari tutti asciutti con l’ombrello!
Dicono che le donne hanno i reni deboli, quella della magistratura è ancora una casta tutta al maschile, credo di non avere molte speranze. Mi guardo intorno, il muro divisorio non mi sembra molto alto. Sui numerosi strati di vernice leggo la scritta LAURA TI AMO, eh sì, pure lì, in un cesso di tribunale c’è posto per l’amore. Quel tizio ama Laura io invece, non amo gli ostacoli.
Mi tiro su la gonna, stretta, dell’odioso classico tailleur grigio che indosso, salgo sul water e poggio la borsa sul bordo del muro, in fondo. Provo a sollevarmi facendo leva sulle braccia, tanta pallacanestro per niente, ogni volta ritorno giù. Allora tento con qualche saltello per lo slancio, devo misurare l’energia per non sprofondare… ancora … e finalmente penzolo in cima al muro. Ora devo girarmi, mi si sfila una scarpa. Un altro piccolo sforzo… brava … così… anche l’altra gamba! Devo solo scivolare piano tenendomi con le mani: sento qualcosa di caldo e morbido sotto il piede “ma che succede oggi piovono donne dal cielo?!! Signorina, ma cosa sta facendo? stia attenta!”. Guardo in basso, viola per lo sforzo e per la vergogna: è la spalla di un signore paffuto con tanto di occhi sgranati in su. Istintivamente cerca di aiutarmi, mi prende la caviglia con una mano e con l’altra un polpaccio.
“No… no , ci riesco da sola, si sposti! …si sposti! Un attimo, scusi” … e giù? in due!
Mi riprendo subito, mi sistemo la gonna e apro la porta: di fronte sbigottito, il signore dell’incidente senza parole, ma i suoi occhi grigi, ora quasi azzurri, sono eloquenti.

Con una sola scarpa e in punta sull’altro piede, mentre sopraggiunge affannato il mio cliente a cercarmi, in modo concitato farfuglio “sono rimasta chiusa in bagno, l’altro… e quella maledetta serratura si è inceppata… ecco!” e spingo la maniglia dell’altra porta con tutta la forza che mi era rimasta e… sblam! Si spalanca, mi sbilancio rischiando di finire nella finestra di fronte. Il coinquilino dell’altro bagno, tutto rosso in viso, mi viene vicino, mi porge l’altra scarpa borbottando “che situazione!… che situazione! Ecco, è così che si finisce in galera, senza aver commesso niente!… mio Dio!…mio Dio! E se ci fosse stata mia moglie! Povero me… e scappa via. Quattro anni di duro lavoro professionale messi a repentaglio da una porta nevrotica. Mi sento corrodere dentro. Recupero la borsa, afferro il mio cliente per un braccio e lo trascino con me.
Mr CID si scansa e dice
“mi dispiace di non essere arrivato prima”
e poi con un aria un po’ divertita
“le auguro davvero una buona giornata!”
“Altrettanto anche a lei”e medito il delitto perfetto.
All’udienza sono elettrica, il giudice mingherlino ha l’aria inoffensiva, li folgoro, stretta di mano con la controparte e finalmente respiro. Agogno un buon caffè, quello di Cesaretto. ” Ciao , Cesare, il solito e …un ventaglio”
“A dottorè, ma quannè che quarcuno di quelli co’ ‘e machine bblu ‘o mannate cor tramme, come a nnoi, così vedono chevvordì” “Eh… è che non è semplice”
Sorseggio l’amaro del caffè e assaporo il dolce della sfoglia, un vero tripudio per il palato. Leggo i titoli del giornale: è difficile non fare indigestione, anche solo con uno spuntino. Una zaffata di profumo di gelsomino sovrasta gli altri, il cortiletto è tutto fiorito attorno a due gracili alberi ancora carichi di arance. Ne è pieno, nei giardini, nelle strade, solo la settimana scorsa mi sono accorta di quelli in via XX Settembre, è prorio vero, con tutta la bellezza di Roma ci si confonde. “A domani Cesare!”
sì domani, ancora in Tribunale, domani, un altro giorno, altre storie.

Ha ricominciato a piovere e i vucumprà erano spuntati dal nulla.
“Grandi affari oggi, vero Abdullàh?”
se ne stava tutto dinoccolato, appoggiato a un muro, con le lunghe braccia magre ricolme di ombrelli, che soltanto con una magia avrebbero potuto riparare dalla fame anche tutti i suoi parenti. “Sì, per me oggi, giornata fortunata!” mostrandomi gli enormi denti bianchissimi in un largo sorriso. Almeno qualcuno è felice qui a Roma quando piove. Ne scelgo uno e riparto nell’aria grigia.
Il lavoro massacrante mi tiene impegnata tutto il resto della giornata, giusto il tempo per uno spuntino e un altro caffè, del resto è quasi sempre così. Il mio bambù sulla scrivania sta crescendo a dismisura, dicono che porti fortuna, probabilmente io devo esserne immune. Tutto fuori si è tinto di lilla, l’impavido sole della mattina è riapparso sovrastando le nuvole, e ci consola con un tramonto che lascia dietro di sèstriature accese di magenta. Il Tevere, sfaccettato di morbida luce, sostiene la fila dei ponti maestosi, carichi di luccichii metallici delle auto dal rumore incessante, che tengo lontano con i finestrini serrati e vecchi brani di Soul. Finalmente sono libera da quella gabbia su pneumatici e lo è anche la mia anima. Sono sollevata al pensiero di stare attorno a un tavolo per una serata in compagnia con Marco, Daria e Massimo. Proprio come a casa di mia madre, quando a volte non c’erano più posti a sedere per noi ragazzi di ogni età. Mi avvio verso casa, con le mani piene di pacchi e un po’ di rimpianto.
E’ stata proprio una giornata movimentata!
Apro il portone e noto un signore di spalle lì accanto, mentre cerco di sistemare finalmente le chiavi e… “Buonasera!”
guardo di lato
“Buona… sera”
…è Mr. Cid. Mi assale un pensiero, non sarà uno psicotico? Magari venuto a vendicarsi… gli ho lasciato i miei dati quando abbiamo compilato il modulo. Lo analizzo con attenzione, non ne aveva l’aspetto, ancora più preoccupante. “La vedo perplessa. Le spiego, è accaduta una cosa strana. Nella mia cassetta postale ho trovato questo” mostrandomi un plico di posta celere. “Guardando attentamente l’intestazione, Giulia d’Amico ho pensato che fosse suo. Magari è importante per lei, così sono venuto” me lo porge, poggio i pacchi sul muretto. In quel momento mi ricordo della busta. Era ancora nella tasca della borsa. La prendo, leggo, è indirizzata a
“Enrico Giusti, Casella Postale n. 85, è lei?” gli chiedo.
“Si, è la mia. E’ la giornata degli scambi e degli scontri a quanto pare” parla in modo pacato, sembra quasi un’altra persona. Quell’Enrico Giusti sarebbe scomparso, mi sarei svegliata e quel giorno non sarebbe mai esistito. Continuo a rigirare il pacchetto con il mio nome tra le mani. Lui era ancora lì, in carne ed ossa e sempre meno minaccioso. “E’ stato davvero gentile a venire, dopo una giornata di lavoro. Quel plico contiene la prima stesura di una raccolta di poesie e devo lavorarci ancora un po’. Ci tenevo molto.” “Di niente, in realtà mi rimane di strada per tornare a casa. Certo che lei è davvero un tipo imprevedibile: tra un’arringa e l’altra, mentre scavalca i muri, scrive poesie.” “Ma…per me è solo un hobby, è stato un mio caro amico ad interessarsi per la pubblicazione” “Ciao Giulia!” a due voci
Mi giro e vedo Marco e Daria dietro una bottiglia in un bell’incarto verde.
“Il signor Enrico Giusti… la mia amica. E’ una bravissima insegnante di lingue. Marco è un collega, non vorrei averlo come avversario.” “Sono anch’io del ramo, sono un magistrato” interviene Enrico. Imbarazzo a profusione, se solo ripenso a questa mattina. Ricorro al mio spirito di sopravvivenza e… “Sai Marco ho conosciuto Enrico oggi, per una serie di coincidenze. Soltanto ora ho scoperto che è un magistrato” “Propongo di andare a parlare su, si beve un aperitivo tutti insieme. Se tu Giulia non hai niente in contrario” irrompe Daria La conosco troppo bene per non capire. Eravamo amiche di banco al liceo ed è stata quasi sempre il mio alter ego. Tutti i miei flop lei li annusava prima che ci cascassi, era una specie di cane da tartufo in gonnella. Credo che il tubero che aveva puntato indossasse la toga, questa volta però è lei che sbaglia. “Per me va bene, non so se lui….”
“questa sera dovrei lavorare ma un aperitivo in buona compagnia mi alletta. Accetto volentieri”
Prendo i pacchi, Enrico me li strappa di mano. Rallento il passo e dico a bassa voce
“cosa ti passa per la testa? Oggi mi voleva fregare il posto e mi è venuto addosso con la macchina” rivolgendomi al mio alter ego “Perfetto, il contatto c’è stato, tutto torna” e spalanca i suoi grandi scuri.
“Tu sei completamente suonata, quello, dopo, ha provato anche a negare”
“E’ subentrata la sua parte razionale, non ti preoccupare.”
Siamo su. Apro, accendo la luce e… vedo il soggiorno di casa come per la prima volta, tutto troppo studiato, asettico. Una stanza pronta per essere fotografata che dopo quello scatto, non mi sarebbe più appartenuta. Quasi le colonne di articoli dei Codici che avevo studiato avessero messo tutto in riga, anche me.
Riprendo la spesa.
“Scusa, ti affido un attimo ai miei amici”
“Marco, tu sei il barman della compagnia, mi aspetto grandi cose da te stasera!”
Porto tutto in cucina e mi dimeno tra ravioli e antipasti.
“Daria metti un buon pezzo!” urlo sul loro vocio.
Chissà come vive quell’Enrico, sarà solo in casa o ha una compagna?
Posso solo immaginare le dispute per il bagno o per il telefono con uno così. Da un lato o dall’altro del letto? Ma sì, un spinta e via, e ti lancia sul pavimento. Basta! vorrei prendere a schiaffi il mio cervello. Ritorno in soggiorno sulle note di Cesaria Evora con le olive in una mano e dei crostini nell’altra. Marco, con una meticolosità chirurgica, ha preparato vari miscugli.
Enrico conversa placido col mio migliore amico, in casa mia.
Scendo con gli occhi in basso fino alle sue scarpe, sono pulitissime. Guardo le mie, arte astratta, fango ovunque. Quell’individuo continua a irritarmi. Risalgo su, adesso che sorride, però non è male Il profilo un po’ irregolare lo rende interessante. Gli occhi ora, senza la luce scialba del mattino, sono tra il verde e l’azzurro. Il gracchiettio del citofono.
“E’ Massimo!” in coro.
Apro la porta e gli vado incontro. Esce dall’ascensore e quasi mi travolge.
“Allora?”
di colpo, mi solleva dalla vita come ai vecchi tempi, mi fa fare un intero giro col dolce sospeso nell’altra mano “allora sembra che siano piaciute queste poesie? Eh! novella Saffo”
“Mettimi giù!”
in tono perentorio.
Ecco, ora l’avrei strozzato, dopo tutta quella bella e sincera amicizia, dai tempi di Diritto Civile e delle furiose nuotate nella Nutella. Finalmente mi lascia.
“Ciao a tutti!”
Vede Enrico. Gli va incontro con la mano tesa e un sorriso senza fine, si conoscevano già! Lui è perfettamente a suo agio, sprofondato sul mio divano. Comincio a sentirmi esclusa dalla loro complicità. Mi sento quasi invisibile. Mi dirigo in cucina e passo davanti allo specchio nel corridoio, due occhi chiari mi scrutano. Una cascata di capelli biondi un po’ spettinati e’ cribbio!, un viso niente male! Vado in bagno, mi spazzolo i capelli. Metto un po’ di profumo e un velo di rossetto e per la prima volta mi trovo… sì… accidenti! davvero… molto sensuale. Ritorno visibile. Mi avvicino a loro.
“Allora questo aperitivo?… ormai ci siamo tutti, no?”gli occhi di Enrico puntati addosso. Mi lascio guardare. M’impossesso di me e della mia casa mentre gli offro le olive e poi gli passo i salatini. Gli sorrido, lui pure. E’ gentile, per niente affettato. Scherza, non è per niente banale. Quando mi avvicino per riprendere il bicchiere, si sposta leggermente in avanti, me lo porge e annuso il suo dopobarba. La musica mi avvolge. Le risate di Massimo e Daria mi prendono per mano. Mi lascio portare da loro e quando i nostri sguardi s’incontrano sembra che conoscano ogni mio pensiero. “Enrico, dai fermati a cena, non fare il secchione, non facciamo tardi, domani si lavora” rimbomba la voce di Massimo.
“Giulia diglielo tu, che sei la padrona di casa”
“sì, Enrico, dovrai pur cenare da qualche parte”
“a te Giulia non posso dire di no, dopo quello che ho fatto alla tua macchina”
Lo sai che noi ci eravamo già conosciuti ? Sguardo appuntito verso di me.
“Davvero? non ricordo, dove ci siamo incontrati?”
“L’autunno scorso, in Tribunale, accompagnavi il tuo capo. Ci hanno presentati ma eravamo in tanti. Poi, a tua discolpa, portavo degli orrendi occhiali da miope. Quest’inverno mi sono operato.” Ritengo che l’intervento si sia rivelato un ottimo investimento per lui.
“ah sì, adesso ricordo, ma daai, quel magistrato occhialuto, eri tu?”

“Quindi stamattina mi hai riconosciuta, perché non mi hai detto chi eri ?”
“Be’ ci ho provato, mi hai interrotto”
fa una smorfia e alza le spalle.
Mi sento una stupida, lo intuisce.
“E ‘ stata una giornata per niente scontata, però mi sembra finita bene. Ci aspetta un’ottima cena o sbaglio?” “Dài Saffo abbiamo fame, l’aperitivo ha funzionato. Avanti!… le donne ai fornelli!”
sento Daria a gran voce e dopo siamo tutti in cucina, il clima si scalda.
Tra un piatto e l’altro il vino di Marco rende la serata esilarante. Enrico è irrefrenabile, le sue battute piovono a raffica. Rido e sono spensierata. Più in là, per un attimo, mi sembra ci sia un’altra Giulia che lo guarda perplessa. Entro come in un vortice e perdo il senso del tempo. Dopo il favoloso profiterole di Massimo, Daria scatta in piedi “Su ragazzi si va via! è quasi l’una” tirando Marco per un braccio. Sulla porta Enrico mi saluta con la sua stretta di mano forte, mentre incrocio lo sguardo luminoso di Daria. Gli abbracci rumorosi di tutti mi fanno compagnia al buio, avvolta dal tepore delle lenzuola e rievoco questa giornata strampalata, mentre uno dei tanti rombi si allontana carico di vite sospese. Anche il fragore della città si è assopito e dalla finestra, sottili spiragli di luna filtrano fino al mio letto.”Domani devo lavorare alle poesie” mi dico. Mentre altre sono già in me. Quando riapro gli occhi il nuovo giorno trabocca di luce e invade la camera.
Guardo il cielo: azzurro assoluto, oggi sarà un’autentica giornata di sole. Start sulla mia routine e riprendo la ventiquattrore dal solito angolo. Statica, aspetto l’ascensore. Con cura ripongo in borsa le chiavi di casa e prendo quelle della macchina. Sono fuori, l’aria è nitida. Un lungo respiro, guardo di fronte, pianterò anch’io dei fiori fucsia sul mio terrazzo. Accendo il cellulare, un messaggio in memoria:
Ciao Giulia, grazie per ieri sera! Ottima cena
e… la compagnia: eccellente!!!
Ti propongo arancini seguiti da favolosi cannoli
in zona Prati.
Chiamami! Buona giornata! Enrico.
Sorrido e mi avvio a passo lento. Come fa a sapere che adoro i dolci siciliani?
Sì! sei proprio diabolico Mr. Cid!



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