La produzione poetica  di Pavese si realizza nelle due raccolte Lavorare stanca (1° ed. 1936, Firenze, Solaria, 45 testi; 2° ed. ampliata Torino, Einaudi 1943, 70 testi) e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (postuma 1951, 10 testi,  che comprende anche i 9 testi de La terra e la morte, 1945).

Nell’ormai classica antologia di Mengaldo (Poeti italiani del Novecento) che adotta, come criterio di compilazione, la successione cronologica non degli autori, ma delle opere prime, ovvero dall’apparizione a stampa della prima raccolta, Pavese (classe 1908) si colloca, curiosamente (ma date e dati – cioè la realtà concreta – raramente sono casuali) tra Luzi (classe 1914, esordio poetico 1935) e Caproni (classe 1912, esordio poetico 1936, come il Nostro), vale a dire fra due tra i maggiori (se non i maggiori in toto) poeti del secondo Novecento. Hanno già esordito Bertolucci, Quasimodo, Betocchi, Gatto, Noventa, lo faranno tra breve Penna (già noto, peraltro) e Sereni.

Il poeta di riferimento è naturalmente Ungaretti (che proprio nel ’36 si trasferirà in Brasile) il cui Sentimento del tempo ha inciso profondamente sulla ‘meglio gioventù’ poetica e ha ispirato la corrente culturalmente egemone dell’Ermetismo, in particolare a Firenze, dove apparirà, presso i tipi di Solaria la prima edizione di Lavorare stanca, a cura di Alberto Carocci, dopo un’estenuante trattativa editoriale tenuta prima da Leone Ginzburg, amico e mentore del nostro, e poi, dopo il suo arresto, da Pavese stesso, dal confino di Brancaleone. Non c’è molto da stupirsi se nel clima  ermetico della  Firenze del ’36, dove il solo Montale si stava ritagliando uno spazio di autonomia e grandezza assoluta, il verso narrativo dell’impacciato intellettuale sabaudo non riscuotesse alcun interesse.

La raccolta è il punto di arrivo di un lungo apprendistato poetico, databile 1923, di cui abbiamo ricca testimonianza nell’edizione Einaudi, l’ampia sezione intitolata Prima di lavorare stanca, poesie 1923-1930. Addirittura agli anni del Liceo (suo insegnante fu Augusto Monti, maestro di una generazione di intellettuali torinesi, da Giulio Einaudi a Leone Ginzburg, da Massimo Mila a Giancarlo Pajetta a Norberto Bobbio): sono “tentativi acerbi e immaturi” (De Michelis), in cui si può ritrovare l’eco di molte letture ed influenze, i classici, D’Annunzio, i Crepuscolari e soprattutto Gozzano, il tutto rielaborato in uno stile ancora romantico, espressione di “un pessimismo giovanilmente disperato” (De Michelis). I temi più ricorrenti sono la morte, avvertita come fatale condanna, e la donna, desiderata con passione o vagheggiata con struggente tenerezza. Nei testi databili ‘28-29, in particolare nella sezione Blues della grande città (1929), oltre allo sviluppo del tema urbano, si avverte una più accentuata sensibilità all’introspezione ed una più ricercata sorveglianza stilistica.

Il 1930 è un anno decisivo: la tesi di Laurea in Lingue con una tesi sulla poesia di Walt Whitman e la pubblicazione di un saggio su Sinclair Lewis e la traduzione di un suo romanzo (Il nostro signor Wrenn), la passione per Melville. Il frutto forse più immediato e fecondo di questo periodo è la lunga lirica I mari del sud (autunno 1930), il primo testo della silloge poetica.

Lo strumento innovativo di cui si serve Pavese è “la caratteristica lassa di versi lunghi narrativi, accostati paratatticamente” (Mengaldo), in cui spesso estensione sintattica e metrica  coincidono: sono versi lunghi, prevalentemente di tredici sillabe, di chiara matrice anglosassone, in particolare Whitman.

E’ molto interessante un testo in prosa (Il mestiere di poeta, 1934) in cui Pavese riflette approfonditamente sulla sua poesia, in particolare sulla sua genesi: «Mi ero altresì creato un verso […] A quel tempo sapevo soltanto che il verso libero non mi andava a genio […] Sapevo naturalmente che non esistono metri tradizionali in senso assoluto, ma ogni poeta rifà in essi il ritmo interiore della sua fantasia. E mi scopersi un giorno a mugolare certa tiritera di parole (che poi fu un distico dei “Mari del Sud”), secondo una cadenza enfatica che fin da bambino, nelle mie letture di romanzi, usavo segnare, rimormorando le frasi che più mi ossessionavano.»

I testi che compongono la raccolta non hanno nessun rapporto con la cultura poetica dominante negli anni ’30 in Italia (e non solo): soprattutto sono totalmente estranei alla tradizione simbolista ed agli influssi francesi di fine ‘800. “L’aspetto di fondo della poesia pavesiana è la narratività, non intesa nel senso della poesia narrativa di pur tanto illustre tradizione poematica, ma come racconto di simboli, oppure come monologo di un personaggio che si accampa esemplarmente all’inizio del componimento e narra i propri pensieri, le intenzioni, i sentimenti, le pene, in una sorte di confessione ininterrotta” (Barberi Squarotti). Spesso il protagonista è l’uomo solo, nella città d’agosto, nei campi bruciati dal sole, in riva all’inutile mare, il ragazzo che fugge di casa, la prostituta seduta al caffè, al mattino o distesa sola sull’erba, il meccanico sbronzo, il vecchio deluso, personaggi perseguitati e colpiti da quelle fatali divinità che ancora dominano l’arcano mondo delle Langhe, oppure che cercano di sfuggire con una fuga già segnata, o ancora le vittime della città, in cui non trovano la compagnia di amici o di una donna che potrebbe significare la salvezza.

Partendo da una tensione prevalentemente narrativo-oggettiva (I mari del Sud), progressivamente Pavese, attraverso i monologhi e i flussi di coscienza dei vari personaggi (Deola, Dina, Ulisse, i protagonisti di Semplicità, Paternità, Lo steddazzu) che tendono a perdere la loro oggettività trasformandosi in proiezioni dell’io poetante,  raggiunge una nuova espressione oggettiva, non più di matrice verista o naturalista, ma mitico-simbolica. Tralasciando la produzione poetica, Pavese raggiungerà analoghi risultati in Paesi tuoi (l’immagine emblematica e ricorrente della collina-donna, la campagna luogo di primordiali verità, i riti ancestrali esemplificati dalle immagini del fuoco e del sangue) e nei Dialoghi con Leucò.

Torniamo ancora alle parole di Pavese, alla consapevolezza lucida che l’autore dimostra nell’esaminare la sua produzione, testimonianza di una profonda sofferenza e di uno sforzo continuo. Sempre ne Il mestiere di poeta, riferendosi ad un passaggio del primo Paesaggio (1933),

[…]

L’eremita si veste di pelli di capra

E ha un sentore muschioso di bestia e di pipa,

che ha impregnato la terra, i cespugli e la grotta.

Quando fuma la pipa in disparte nel sole,

se lo perdo non so rintracciarlo, perché è del colore

delle felci bruciate. […]

scrive Pavese:

«Che l’eremita apparisse colore delle felci bruciate non voleva dire che io istituissi un parallelo tra eremita e felci per rendere più evidente la figura dell’eremita o quella delle felci. Voleva dire che io scoprivo un rapporto fantastico tra eremita e felci, tra eremita e paesaggio (si può continuare: tra eremita e ragazze, tra visitatori e villani, tra ragazze e vegetazione, tra eremita e capra, tra eremita e sterchi, tra alto e basso) che era esso argomento del racconto.

Narravo di questo rapporto, contemplandolo come un tutto significativo, creato dalla fantasia e impregnato di germi fantastici passibili di sviluppo; e nella nettezza di questo complesso fantastico e insieme nella sua possibilità di sviluppo infinito, vedevo la realtà della composizione. (A questo piano si era trasferita la mania di oggettività, che ora si chiariva bisogno di concretezza).

Ero risalito (o mi pareva) alla fonte prima di ogni attività poetica, che avrei potuto così definire: sforzo di rendere come un tutto sufficiente un complesso di rapporti fantastici nei quali consista la propria percezione di una realtà. Continuavo a sprezzare, evitandola, l’immagine retoricamente intesa, e il mio discorso si manteneva sempre diretto e oggettivo (della nuova oggettività, s’intende), eppure era finalmente cosa mia il senso tanto elusivo di quel semplice enunciato che essenza della poesia sia l’immagine.»

Su questo tema, sul rapporto cioè fra la percezione della realtà e la rielaborazione fantastica Pavese continua umilmente e faticosamente a riflettere, concludendo:«Ancora adesso non sono uscito dalla difficoltà. La ritengo perciò il punto critico di ogni poetica.»

In realtà Pavese, ben conscio di questa sua difficoltà nell’elaborare una sua poetica in grado di soddisfarlo pienamente e di imporsi all’attenzione del pubblico, abbandonerà la poesia e si dedicherà prevalentemente alla narrativa, come già detto, raggiungendo un altissimo esito con Paesi tuoi.

Ma la tensione verso la poesia non finisce qui. Nel 1940 Pavese scrive un altro testo in prosa, A proposito di certe poesie non ancora scritte, in cui, alternando la prima persona plurale alla seconda singolare, imbastisce un dialogo/monologo in cui riflette sulle sue passate esperienze e getta qualche spiraglio sulle future:

«Com’era giusto, la tua critica si è accanita soprattutto sul concetto d’immagine. L’ambiziosa definizione del 1934, che l’immagine fosse essa stessa argomento del racconto, si è chiarita falsa o per lo meno prematura. Tu hai sinora evocato figure reali radicandole nel loro campo con paragoni interni, ma questo paragone non è mai stato esso stesso argomento del racconto, per la sufficiente ragione che argomento era un personaggio o paesaggio naturalisticamente inteso. Non è un caso infine che tu abbia intravisto la possibile unità di Lavorare stanca soltanto sotto forma di avventura naturalistica. Quale il canzoniere, tale la singola poesia.

Sia detto chiaramente: la tua avventura di domani deve avere altre ragioni.»

In realtà non ci sarà più alcun Canzoniere, idea che da sempre ricorreva, con i riferimenti  a Baudelaire e Whitman: «Mi si intenda bene: io stesso mi sono fermato pensieroso davanti ai veri o presunti canzonieri costruiti (Les Fleurs du Mal o Leaves of Grass), dirò di più, anch’io sono giunto a invidiarli per quella loro vantata qualità.»

Ci saranno due piccole raccolte, 19 testi in tutto, scritti nel ’45 (La terra e la morte) e nel ’50 (Verrà la morte e avrà i tuoi occhi), su cui il dibattito critico è ancora molto aperto. Secondo Barberi Squarotti: «Pavese abbandona completamente il verso lungo, di struttura narrativa, della raccolta precedente. Ne La terra e la morte, che ha come argomento la lirica celebrazione delle Langhe e della terra, il verso breve, molto scandito, che fa pensare alla “Laus vitae” dannunziana, è in funzione dell’andamento laudativo del poemetto, che si presenta come una concatenazione continua di metafore, di analogie, di immagini.» Nella raccolta conclusiva, celebrazione di Eros e Thanatos secondo un archetipo romantico, «i componimenti alternano la celebrazione della donna amata con l’amarezza del  subito immaginato fallimento dell’amore e delle illusioni, e con il pensiero della morte.» La raccolta, dedicata a Constance Dowling, presenta anche due testi in inglese.

Secondo Mengaldo, «Uguale comprensione non è possibile avere per le liriche di Verrà la morte…, droga di intere generazioni di liceali»: in esse lo studioso vede un ritorno all’ordine, un salto indietro verso suggestioni torbidamente crepuscolari e dannunziane. In generale Mengaldo non ha un’alta opinione del Pavese poeta (e forse del Pavese tout court) però dimostra una grande capacità critica nell’analisi di Lavorare stanca, mentre qui enuncia un giudizio senza appello.

Ma in questa ultima silloge almeno due testi, l’eponima Verrà la morte e avrà i tuoi occhi e Passerò per Piazza di Spagna, sono di grande suggestione e ci lasciano il rimpianto per i possibili sviluppi di una poetica non ancora decisamente maturata.

Italo Calvino così provò, efficacemente, a tradurre gli ultimi quattro versi della raccolta, nella poesia Last blues, to be read some day:

Some one has died
long time ago –
some one who tried
but didn’t know.

Qualcuno è morto
tanto tempo fa –
qualcuno che tentò
ma non seppe.

____________________________________________________

RIFERIMENTI  BIBLIOGRAFICI  ESSENZIALI

Cesare Pavese, Le poesie, Torino, Einaudi, 1998, a cura di M. Masoero, introduzione di M. Guglielminetti

Giorgio Barberi Squarotti, C. Pavese, in Storia della civiltà letteraria italiana, vol.V, Torino, UTET, 1996

Italo Calvino, Note generali, in Poesie edite e inedite di Pavese, Torino, Einaudi, 1962

Cesare De Michelis, Pavese, in Dizionario critico della Letteratura italiana, Torino, UTET, 1986

Pier Vincenzo Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, Milano, Mondadori, 1978

Lorenzo Mondo, Pavese, in Poesia italiana: il Novecento, Milano, Garzanti, 1980



Condividi
Copyright ©  2011-2017  Nuove Tendenze
Codice Fiscale 97361110584 - P.IVA 09009871006

Logo realizzato da Franco Avitabile