Generalmente i jazzisti non mi sono simpatici. Anche quelli bravi. Generalmente i jazzisti considerano gli altri generi musicali con sufficienza, ed è per questo che non mi sono molto simpatici, generalmente. Amo il jazz, lo ascolto volentieri, mi piace, ma troppo spesso mi sono trovato a discutere con jazzisti idioti, finendo per litigare con loro. La colpa è mia, è mia sicuramente, dovrei e potrei troncare le discussioni dandogli ragione, non dovrei mai dare inizio a diatribe musicali con dei jazzisti, tanto alla fine finisco per litigarci. Ma sono un ingenuo, sono un ingenuo e quando mi trovo a parlare con un jazzista che non conosco, o conosco poco, penso che forse questo è diverso dagli altri, forse è di vedute più ampie, forse possiederà forse una cultura dei suoni maggiore, mi dico, e invece, se la discussione si infittisce, ricado inevitabilmente in un baratro di polemiche e malintesi, malintesi e polemiche. Non voglio essere frainteso: ogni tanto è anche possibile scovare qualche jazzista simpatico e aperto, alcuni di loro sono simpatici e talvolta aperti, ma nella maggior parte dei casi mi sono trovato di fronte a emeriti idioti, che magari suonano divinamente. Molti idioti suonano divinamente.

Buona parte dei jazzisti crede il vero jazz sia l’idea che hanno loro in testa del jazz. Una Mazurka di Chopin è una Mazurka di Chopin, una sonata di Beethoven è Beethoven o, al meglio, una sonata di musica cólta per pianoforte del diciottesimo o del diciannovesimo secolo, la musica jazz invece è fluida, incorporea, non c’è, non esiste: Mozart è stato vero, il jazz lo è un po’ meno, il jazz è vero secondo i gusti. Body and Soul è un bella, bellissima canzone — i jazzisti la chiamano standard, ma come si fa a chiamare standard un brano così straordinario? Che idioti — ma tutto dipende da come la si suona. Può diventare musica da balera o trampolino di lancio per le più spericolate invenzioni melodiche. Dunque, ho sentito pochi jazzisti dire «il jazz è questo, ma è anche quello» oppure «sì, il jazz che piace a me è questo, ma anche quello, benché mi faccia schifo, può dirsi jazz»: se talvolta lo dicono, non ci credono minimamente. I jazzisti sono quasi sempre spocchiosi, i jazzisti sono intellettuali che spesso non usano l’intelletto — anche perché nel jazz serve a poco, si credono intellettuali, lo credono veramente, credono che fare jazz sia tremendamente difficile: ed è vero, fare jazz è tremendamente difficile, ma poi, in fin dei conti, è anche facile, deve essere facile, altrimenti che jazz è? Il jazz è difficile, ma non nel modo in cui lo intendono i jazzisti.

I jazzisti, a parte Stravinskij e Bach, spesso odiano tutta la musica che non ritengono jazz, il loro jazz. Pensano che il jazz sia complicato, che sia musica per spiriti eletti (se sapessero che quell’intelligentone di Adorno ha scritto che il jazz è, per forza di cose, musica commerciale perché il materiale di partenza è costituito da ballabili — come se il minuetto, il valzer, l’allemanda, il pass’e mezzo o la giga agli inizi non fossero in origine musica da ballo…, Adorno è un jazzista mascherato da filosofo intenditore di cose di musica) e quando ascoltano per caso due triadi in fila gli viene il voltastomaco.

Ma, soprattutto, i jazzisti odiano sentirsi dire che il jazz, il loro jazz, è fondamentalmente, sostanzialmente musica stupida. Ma come? rispondono seccati, feriti nell’intimo, veramente colpiti nel profondo del loro stupido ego, ma come, e questa nona minore, questa quarta aumentata sul basso di settima, questa scala misolidia su un’armonia dorica? e non arrivano a capire che, come recita un proverbio greco, la scimmia rimane tale anche se vestita di porpora. Non è certo sporcando un accordo con none, tredicesime, seste minori e undicesime aumentate che la musica diviene complessa. Io possiedo due braccia anche se vado in giro con una camicia che ha sette maniche.

La forma del jazz è primitiva, ed è un bene che sia così, tutto ciò è bello e straordinario, solo che a loro non piace, loro pensano che fraseggi complicati, scale fuori armonia, stridori di quinta aumentata e dilettevoli controtempi di batteria e contrabbasso bastano a rendere un brano formalmente denso e ineccepibile. E ti dicono «senti l’introduzione, ascolta che assolo, goditi questo interplay…» e io sento, ascolto, godo, godo come un matto, talvolta, ma continuo a pensare che il jazz sia musica primitiva, musica primitiva e anche un po’ stupida.

Il che non significa niente sul piano estetico, è ovvio, non significa proprio niente, ma quando mi è capitato di dire queste cose a qualche jazzista, anche se amico, mi sono dovuto subire poi veementi aggressioni verbali e accuse più o meno velate di snobismo o di incompetenza. I jazzisti pensano che se si è in grado di suonare bene il jazz si potrà poi suonare qualsiasi tipo di musica. E compiono scempi inenarrabili, jazzizzando qualsiasi cosa gli capiti fra le dita. Non riescono, per pigrizia o per insipienza, a concepire che ogni tipo di musica ha i suoi specifici percorsi e che ogni musica ha bisogno di massicce dosi d’umiltà. Sì, e già l’ho detto, i jazzisti sono spocchiosi, sono per questo intolleranti nonostante dichiarino volentieri il contrario, proprio il contrario, e odiano gli accordi semplici ritenendoli stupidi e sorpassati. Smaniano, tutto il giorno smaniano, inseriscono note di passaggio ovunque, inseriscono note e sostituiscono accordi su accordi e infine, a conclusione di tutto ciò, girano intorno agli stessi moduli per minuti e minuti, si lanciano in quelle che possibile definire vere e proprie masturbazioni musicali con genuino entusiasmo, gragnuole di note senza direzioni precise, benché nei casi migliori buttate lì con rara e superba maestria. Amo il jazz, adoro Coltrane, mi sono perdutamente invaghito della musica di Bill Evans, ammiro Charlie Parker e Thelonius Monk, ma questo non cambia la sostanza delle cose, la sostanza delle cose non ne è cambiata. La forma-canzone, l’espediente dell’assolo e l’improvvisazione sono il pane del jazz, che talvolta gusto con grande gioia e avidità, mi piace il pane, ma i jazzisti continuano a rimanere, generalmente, insopportabili. A meno che non vengano folgorati, sulla via di Damasco, da Eine Kleine Nachtmusik. Allora, se riescono a capire che in musica la forma e la struttura sono importanti e che il peso da dare a ogni nota è più che un capriccio, diventano migliori. E spesso, poi, suonano peggio.



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