Intervista di Oriana Rispoli

Edoardo Pieri ha preso in mano la chitarra per la prima volta quando aveva quattro anni. E non è stato soltanto per curiosità e per scoprire, come fanno tutti i bambini, gli oggetti che popolano l’ambiente domestico: era precisamente attratto dalla voce dello strumento, da quel suono che ascoltava spesso in casa e che gli era familiare. Dal nonno e dal padre, entrambi appassionati di musica classica, lirica e folk, Edoardo ha ereditato la passione e l’ha espressa sin da piccolissimo, abbracciando la chitarra e applicandosi allo studio dello strumento con spontaneità ed entusiasmo.

Nato a Barga nel 1991, ha tenuto i primi concerti a dodici anni, vincendo da quel momento in poi anche numerosi concorsi; prima ancora di conseguire la maturità classica si è brillantemente diplomato al Conservatorio di Torino. Attualmente si sta perfezionando, sempre a Torino, sotto la guida di Frédéric Zigante e frequenta diverse masterclass con musicisti quali Alessio Monti, Duccio Bianchi, Domenico Lafasciano, Nuccio d’Angelo, Giampaolo Bandini e Lorenzo Micheli. Ha al suo attivo concerti in tutta Italia; si è esibito per la RAI e a soli 19 anni è considerato una delle più valide promesse della chitarra.

Lo abbiamo ascoltato il 16 ottobre scorso, in occasione del concerto che ha tenuto, come solista, nella splendida cornice dell’Oratorio degli Angeli Custodi a Lucca. Il raffinato programma comprendeva musiche rinascimentali per liuto e celebri brani per chitarra dei grandi compositori novecenteschi Villa-Lobos, Tansman e Rodrigo; l’atmosfera raccolta e l’eccellente acustica hanno consentito a Edoardo di esprimere pienamente anche quella vena intimistica che buona parte delle musiche eseguite possedeva. Il pubblico che gremiva l’Oratorio ha espresso in modo calorosissimo il suo apprezzamento per le straordinarie doti musicali di Edoardo, invitandolo a esibirsi di nuovo presto a Lucca.

Dopo il diploma in chitarra classica hai intrapreso il perfezionamento sotto la guida del M° Frédéric Zigante. Che indirizzo sceglierai per approfondire i tuoi studi?

I programmi di studio che il conservatorio di Torino propone sono molto ben strutturati, perché completi. Avrò la possibilità di studiare un repertorio monografico di 15 minuti e circa 35 minuti di prassi esecutiva, da concordare con il mio maestro. Premesso che adoro la musica antica, sono altresì consapevole del fatto che questi due anni mi serviranno per maturare dal punto di vista performativo, cioè per i concorsi, pertanto penso che coltiverò autonomamente lo studio della musica del Rinascimento. Mi piacerebbe affrontare un programma variegato che comprenda musiche di tutte le epoche, come già avevo fatto per il diploma… ma questo non è sempre possibile.  Comunque, parto per Torino molto tranquillo e sereno, perché il M° Zigante ha una cultura musicale e chitarristica strabiliante e quindi, qualsiasi cosa io scelga, sono certo che mi guiderà nel modo migliore.

Che tipo di gratificazione hai provato arrivando primo in tanti concorsi?

Non mi vanto molto degli undici concorsi che ho vinto, anche perché per ottenere questi successi ho dovuto consacrare moltissimo tempo allo studio! I concorsi ti debilitano, dal punto di vista fisico ma anche psicologico… non è semplice vedere vincere un altro concorrente solo perché ha sbagliato due note meno di te, anche se la sua interpretazione era nettamente inferiore. La mia impressione è che ai concorsi conti maggiormente non sbagliare le note piuttosto che saper trasmettere il pathos musicale che tutta la musica richiede. Questa peculiarità era tipica in passato solo dei concorsi pianistici, anche perché per la chitarra il punto di riferimento fisso era Segovia, che faceva sognare anche sbagliando molto nei concerti. Con la scomparsa del grande maestro spagnolo, progressivamente i concorsi sono diventati gare di precisione e non musicali… e questo non mi piace affatto. Poi, c’è ancora un altro aspetto di cui bisogna essere consapevoli quando si affronta un concorso, e cioè che è quasi impossibile che conti soltanto il giudizio sull’esecuzione musicale. Il rapporto di amicizia o di parentela, o ancora di simpatia e fiducia viene sempre premiato.

Tornando alla tua domanda, vincere un concorso dà una grandissima soddisfazione, perché rafforza l’impegno e la convizione del musicista, che si è sacrificato nello studio… il percorso fatto viene coronato, dunque, ma non finisce, mai. Questo però avviene se si è studiato per essere maturi e coerenti musicalmente e non solo per essere preparati a un concorso, altrimenti, passati i 30-35 anni, età limite per i concorsi più importanti, il modo di suonare è ormai profondamente intaccato, forse anche radicalmente. La maturazione più profonda di un musicista avviene, secondo me, dai 18 anni in poi, e se qualcuno investe questo tempo soltanto nell’imparare a sbagliare meno (…come se fosse possibile suonare qualcosa in modo perfetto) allora ecco che a 40 anni non si avrà più niente da insegnare agli altri.

Le vittorie che ricordo con piacere sono: quella al concorso di Spoleto a 12 anni, quella al ‘G. Rospigliosi’ di Lamporecchio, a 13 anni, e la più recente, a 18 anni al Riviera della Versilia ‘D. Ridolfi’. Curiosa è stata anche quella al concorso di Piombino, il ‘Riviera Etrusca’, dove ho avuto l’impressione di avere suonato malissimo, ma alla fine, invece, ho soddisfatto la commissione… 96/100!

Per fare conoscere un repertorio nuovo o poco noto, ma anche per distinguerti tra i giovani chitarristi che intraprendono la carriera concertistica che cosa ritieni sia più interessante proporre al pubblico?

Ottima domanda! Ritengo che nella letteratura chitarristica ci siano alcuni brani imprescindibili… (una Suite di Bach, i brani di Dowland, le Rossiniane di Giuliani, gli studi di Sor e ancora Paganini, Tansman, Rodrigo, Ponce, Brouwer…). Ecco, questi brani vanno eseguiti obbligatoriamente, sia perché sono stupendi, sia per l’importanza che rivestono nella letteratura musicale. Ovviamente saranno brani suonati e risuonati, sentiti e risentiti non solo nei concerti, ma anche nei concorsi, ma nonostante questo… chi si appresta a studiarli ci mette l’anima perché ne è consapevole e sa che al pubblico o alla giuria piaceranno soltanto se l’interpretazione data a quel determinato brano sarà originale, personale e quindi unica. Per me è sempre stato un incentivo suonare brani molto conosciuti, per eseguirli meglio degli altri… come facevo e faccio tutt’ora, ad esempio, con gli studi di Sor. Sono brani che tutti preparano perché sono obbligatori, essendo inseriti nel programma ministeriale degli esami di V e VIII anno, ma quasi nessuno li suona con sentimento e profondità in quanto sono considerati soltanto studi di tecnica. Se gli studenti non li trattassero come brani ‘obbligatori’, capirebbero che da mezza pagina di musica può essere estrapolata una grandissima quantità di significati.

Sono anche consapevole del fatto che, concorsi e concerti a parte, per fare carriera occorre lanciarsi, sperimentare e attraversare terre inesplorate, anche per destare l’interesse di una casa discografica…

Che cosa ti aspetti dal pubblico che viene ad ascoltare i tuoi concerti?

La domanda più corretta sarebbe: che cosa si aspetta da me il pubblico che viene ai concerti?

In ogni caso, è difficile rispondere: ogni musicista si augura che il pubblico sia attento, che capisca bene ciò che verrà eseguito… è difficile mettersi nei panni del pubblico. Quando vado ad un concerto, fondamentalmente lo faccio perché voglio rilassarmi e ascoltare della buona musica dal vivo. Lo stesso immagino facciano gli altri. Una cosa che noto spesso nel mio pubblico è la curiosità: si trovano davanti un ragazzo che, eccetto mani e sguardo, rimane molto fermo e concentrato… quando osservo le mie performance in video mi scruto con curiosità anche io, lo confesso! Concludendo, posso dire che dal mio pubblico mi aspetto calore e, semplicemente, un applauso… tutti gli artisti meritano un applauso.

Sei soddisfatto della scelta che hai compiuto nel dedicarti interamente all’interpretazione del repertorio classico?

Certamente! Gli altri generi musicali sono adatti per divertirsi, ma la musica vera è quella classica. Da lì deriva tutto. Talvolta, quando mi capita di ascoltare altra musica, trovo spunti di classica ovunque. Casomai non sono troppo soddisfatto di suonare esclusivamente come solista: mi piacerebbe anche fare parte di un insieme cameristico, per vivere la musica come attività di gruppo, cosa che ho sempre sognato, ma che per adesso non sono ancora riuscito a fare.

Ti attrae di più una carriera in Italia o all’estero?

Sicuramente una carriera che si rispetti non può essere limitata solo alla propria nazione. Purtroppo però, l’Italia non eccelle certo per meriti e attenzioni culturali… tranne sporadiche eccezioni. Detto questo, l’idea di spostarmi all’estero in futuro non mi dispiace affatto. Spero di non essere banale se dico di sognare una tournée negli U.S.A., o, perché no, un bel viaggio in Spagna, patria e culla della chitarra…

Quanto può essere importante oggi riproporre le esecuzioni del repertorio antico su strumenti d’epoca?

Filologicamente è fondamentale, non necessario però per eseguire bene un brano. Le trascrizioni di cui disponiamo oggi per la musica antica, intendo quelle davvero di qualità, sono molto valide e coerenti, e quindi si può proporre al pubblico un’esecuzione apprezzabile sotto ogni punto di vista anche se eseguita con la chitarra… l’effetto con un liuto, ad esempio, sarebbe del tutto differente, in quanto liuto e chitarra hanno una tecnica molto diversa e dunque l’esecuzione con questi due strumenti porta a risultati non comparabili. È inutile lamentarsi di questo, perché non possiamo pretendere di eseguire del tutto fedelmente una musica che non è per il nostro strumento. Occorre sapersi accontentare di una certa approssimazione, cosa teoricamente impossibile per un musicista, ma è così. Mi sorprendo io stesso a dirlo…

Questa intervista è pubblicata anche sul mensile Living Tuscany del novembre 2010.



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