Albero

Intervista, pre e postfazione critica a cura di Tiziana Tommei.

foto luciferi
PREFAZIONE

L’arte non descrive la realtà e soprattutto non si ferma alla contemplazione dei suoi aspetti esteriori e piacevoli. L’arte interpreta l’hic et nunc, di cui rappresenta una necessaria ed inevitabile espressione.

Chi fa arte, come chi si rapporta ad essa con passione e curiosità, deve essere disposto ad andare in profondità con onestà e con coraggio. 

 

La ’33′, a 9 mesi dalla sua nascita, torna ad ospitare un’opera ideata e realizzata per la galleria stessa. Un’installazione che ha in nuce un messaggio di speranza e rinascita, ma che rappresenta anche il simbolo per antonomasia della vita e dell’uomo: l’albero (che a sua volta può essere letto come metafora dell’arte: l’arte è vita, ma soprattutto è una cosa umana e per questo essa non necessita di alcuna iniziazione per essere goduta).
Un albero non piantato a terra, ma capovolto. Un’anima recuperata da uno scenario apocalittico, che si rigenera volgendo i rami al terreno fangoso il quale l’ha dapprima generata e poi, per azione di una natura matrigna, ripudiata e rispetto al quale prova un sentimento dolente d’inappartenenza. Così questa entità, orfana del proprio apparato radicale, cerca nuova linfa nella dimensione celeste, nell’ignoto, in un luogo insondato, fuori dalle coordinate spazio temporali della realtà data.

Se il capovolgimento dell’objet trouvé e la sua decontestualizzazione, con conseguente ricollocazione in un ambiente asettico e lontano dall’habitat naturale, è un’operazione banale, ciò che l’ha generata non lo è altrettanto. Il potenziale di questa impresa sta nella sua origine, che non è una folgorazione piuttosto che l’emozione scatenata di fronte alla natura. Non c’è nessuna ascendenza romantica: l’opera, infatti, prende forma dall’urgenza di penetrare la realtà del nostro tempo, attraverso l’interrogazione della coscienza e lo scavo in profondità nell’interiorità umana.

INTERVIEW

T. Tommei > Luciferi *

 

1- com’è nata l’idea di realizzare quest’opera?

(E) l’opera non ha avuto una gestazione precisa, è un’idea nata piuttosto estemporaneamente. non siamo degli artisti propriamente detti, quindi, per quanto tra noi si parli molto di estetica e di arte, non avevamo mai pensato di produrre un progetto artistico.

(L) l’idea è stata una folgorazione che abbiamo avuto entrambi in una precisa circostanza, che ci è nata da un’esperienza concreta. Eravamo a fare uno shoot fotografico tra i boschi della Val d’Ambra, e siamo incappati in una splendida betullaia. abbiamo attraversato un enorme cespuglio di rovi spinosi e siamo giunti in questo spiazzo. a terra la fanghiglia dovuta alle piogge dei giorni precedenti aveva praticamente creato uno scenario da “alluvione”: il fondo del terreno era tutto scosceso e pieno di resti di arbusti sradicati. ma è bastato alzare lo sguardo all’altezza degli occhi e tutti quei tronchi bianchi ci hanno donato un senso di tranquillità, di pace e di serenità indescrivibili. 

(E) abbiamo praticamente pensato in quel momento la stessa cosa: dovevamo catturare quella sensazione e quella percezione, e in qualche modo provare a riprodurla. non sapevamo come, ma dovevamo…

2- come si è sviluppata? Qual è stato l’iter concettuale fino al momento in cui ha assunto una forma concreta, delineata, per scelta di materia, non cromia e essenzialità delle forme?

(L) una volta che avevamo in mente che l’albero doveva assolutamente essere la betulla, tutto è venuto in modo molto automatico e spontaneo. è un albero la cui forma è già di per sé essenziale e minimale. è un archetipo che in qualche modo è presente già nella testa di chiunque. in più l’essenzialità è una caratteristica che ci contraddistingue in ogni nostra creazione, soprattutto nei nostri prodotti di arte grafica. per non parlare del bianco.. io sono praticamente nel mio “periodo bianco”, sono un maniaco dell’ “a-cromia”.
(E) io invece ho lavorato sul concetto di inversione: ripercorrendo le sensazioni che avevamo provato quel pomeriggio nel bosco, ho cercato di attualizzarle e dar loro un senso che potesse diventare critico ma anche condiviso. beh, credo che le nostre generazioni davvero non sappiano più da che prospettiva guardare il mondo, e questo da un lato spaventa e dall’altro stimola. è anche vero che il tema dell’inversione non è poi una grande novità: è dal “Gargantua e pantagruele” di Rebelais che l’uomo si domanda intorno al senso dell’ordine delle cose e del suo sconvolgimento. ma credo anche che sia un tema che non si esaurisce mai e che rappresenta perfettamente il sentito di un’intera era storica, la nostra.

3- la condivisione della gestazione e realizzazione di un’opera: una scelta ponderata o istintiva? quali i pro e i contro?

(E) in realtà non credo che ci si sia mai domandati se quest’opera andasse realizzata insieme o meno. è successo che le idee si siano sommate e completate a vicenda, senza che ci si sedesse a un tavolino per sviluppare in modo lineare il progetto. in più, condividendo vita professionale e privata, ogni momento della giornata era adeguato a fare un passo avanti nella generazione teorica dell’opera.

(L) essere in due a ragionare su un’installazione artistica porta con sé dei problemi, se non altro il fatto stesso di essere due teste, invece di una. ma noi sappiamo dove e quando risolvere eventuali disaccordi. nell’economia generale dell’ideazione il confronto è stato sicuramente un vantaggio, piuttosto che un limite.

4- Quanto c’è dell’uno e quanto dell’altro?

(L) Enrico è molto bravo con i concetti, io molto bravo a visualizzare potenzialità estetiche. Quindi credo che ognuno di noi abbia messo dentro quest’opera tutto ciò che riesce a manipolare con spontaneità e ponderatezza. non ci sono parti dominanti, ciascuno ha cercato il proprio spazio, anche se abbiamo dovuto mediare.

5- Perché secondo voi la vostra creazione è arte?   

(E) fare arte è una cosa che mi causa preoccupazione, non sono sicuro che la nostra creazione sia arte, o meglio, spero che lo sia, ma senza volerlo. Abbiamo semplicemente provato a parlare di noi, di quello che possiamo avere in comune con gli altri, di quello che gli altri, e noi, possono pensare. abbiamo cercato un linguaggio diverso, provato a porre domande silenziose; se poi questo sia arte, lo lasciamo dire agli esperti.

6- Che sensazione dà pensare e creare un’opera per una galleria d’arte, mettersi in mostra e in gioco in veste di artisti?

(E) Ansia…

(L) L’opera è stata pensata proprio come allestimento all’interno della Galleria33, non riusciremmo ad immaginarcela altrove. è lì che acquista senso ed è lì che deve essere esposta. La nostra installazione ha come elemento scenico imprescindibile la Galleria di Tiziana Tommei, quindi quello spazio è implicito all’opera stessa. Certo, dovesse essere esposta in altri ambienti, credo possa avere un valore indipendente. ma quello è il suo habitat, è la sua placenta.

(E) abbiamo sottolineato più volte che non siamo degli aspiranti artisti, quindi pensare che dopo quest’esperienza le persone potrebbero considerarci tali un po’ ci spaventa, ma un po’ ci esalta. entrambi abbiamo sempre avuto l’aspirazione a parlare del nostro tempo, delle nostre impressioni e sensazioni. quindi magari questa è l’occasione per trovare un nuovo canale.

7- Installazione e fotografia: due cose che possono viaggiare in tandem. Soprattutto in questo caso, sia per le potenzialità di resa fotografica dell’opera realizzata per la 33, che per il progetto sul medesimo soggetto esposto nel vostro studio. due parole su quest’ultimo?

(L) Credo che l’installazione sia stata pensata proprio con occhio fotografico, visto che entrambi ci occupiamo di fotografia artistica da diversi anni. quindi il legame c’è, e spero si veda. Anzi, invitiamo tutti i fotografi a visionare l’opera e a immortalare il loro sguardo con degli scatti personali. Noi ovviamente faremo i nostri.

(E) per quel che riguarda i lavori che esporremo in studio durante l’ultimo mese del 2013, è il primo progetto nel quale il gruppo di sperimentazione fotografica di cui facciamo parte si è dato un tema, l’albero appunto. il progetto del gruppo fotografico nasce dall’esigenza di trovare un soggetto universale che potesse sottolineare, proprio tramite la sua universalità, l’eterogeneità degli sguardi fotografici di ciascun componente del gruppo; in più l’uso di tecniche miste di stampa renderà i prodotti davvero interessanti per i fruitori. probabilmente è stato durante il periodo in cui ci interrogavamo su cosa un albero potesse dire di nuovo attraverso uno scatto che è nata l’idea dell’installazione. Fruire fisicamente l’essenza di un albero è un’esperienza diversa dal vedere una foto che riproduce una porzione di realtà il cui protagonista è l’albero.

(L) il progetto fotografico sull’albero ci ha praticamente ossessionato per alcuni mesi, quindi l’installazione è stata un’altra risposta che abbiamo dato alle domande che ci ponevamo durante i vari shoot fatti per l’esposizione fotografica.

POSTFAZIONE

Lungi dal rappresentare la messa in condivisione di un’esperienza, il risultato ultimo dell’iter processuale di concezione e creazione – la cui valenza artistica vera o presunta non costituisce in questo frangente oggetto di discussione – va innanzitutto inteso quale momento di autoriflessione.

Il punto d’inizio è, per assurdo, nell’ultimo anello della catena della storia raccontata.

Essi partono da una realtà naturale, ad alto gradiente di concentrazione emotiva, per sondare il proprio io, per conoscere se stessi tramite le sensazioni che essi provano stando immersi nella realtà che li circonda.

Quest’opera non nasce dalla contemplazione di una dimensione fenomenica, ma da un’emergenza interiore, dal bisogno di riflettere sul sé, scatenando quesiti. Interrogativi potenzialmente applicabili ad una generazione, perché fondati su considerazioni razionali riguardanti la contemporaneità, il ‘qui ed ora’.

Luciferi non sono dei personaggi e la loro impresa non ha nulla di visionario.  Luca ed Enrico, lo garantisco, hanno i piedi ben piantati a terra, forma mentis e know-how ipertecnologici. Il loro albero è vero e preso dal reale, ma sembra astratto …. Ma, se l’arte ce l’hai dentro, prima o poi devi esternarla.

LUCA ANDREA DE PASQUALE*

Nato nel 1983, in un luogo non ben definito del nord Italia, Luca comprende sin da piccolo che dedicherà la sua vita alle arti visive. Già nella prima adolescenza scopre la sua passione per la tipografia antica e successivamente si iscrive all’Istituto d’Arte, dedicando la sua formazione al Graphic Design. Poco più che 20enne lavora in una grande azienda come grafico pubblicitario ed editoriale, coltivando al contempo la passione per la fotografia, specialmente analogica. Collabora con artisti ed editori di fama internazionale, curando pubblicazioni e cataloghi; cura installazioni museali e lavora come grafico e fotografo freelance. Sulla soglia dei 30 anni decide di abbandonare il nord Italia, avendo compreso che quel territorio non gli apparteneva, e decide di trasferirsi in  Toscana, per mettersi in proprio nel campo della fotografia e della grafica.  Lo stile grafico e fotografico rispecchiano molto le influenze scandinave e nordeuropee che Luca ha interiorizzato durante le sue numerose esperienze e collaborazioni all’estero. Ha una grande passione per la tipografia e l’editoria artigianale che ripropone come prodotti unici e inimitabili all’interno del laboratorio fotografico LuciferiVisionibus, aperto nel 2013 ad Arezzo.

ENRICO FICO*

Classe 1985. Napoletano di origine, Enrico trascorre la sua adolescenza girovagando per il centro Italia, per poi approdare ad Arezzo,dove risiede attualmente, poco dopo i 20 anni. Durante l’adolescenza i suoi plurimi interessi lo portano a sperimentare vari canali e discipline: mentre consegue la maturità classica si dedica prima alla scenografia e alla costumistica teatrale, poi al cinema, realizzando alcuni cortometraggi per concorsi di cinema delle scuole della Campania. Intraprende poi la carriera universitaria laureandosi in filosofia estetica e dell’arte a Siena, con proficue collaborazioni con L’École Normale Superieure de Paris. Durante gli anni universitari sviluppa la passione per la fotografia, ideando un suo modo di scattare, denominato “fotografia metafisica casuale”, ed inizia come autodidatta ad occuparsi di arte grafica. Dopo una breve esperienza di un anno come dottorando a Milano, decide che la carriera accademica non è la sua strada, incontra Luca e si dedica interamente alla fotografia e alla grafica, nel laboratorio fotografico LuciferiVisionibus. Poiché l’arte non sempre paga, attualmente lavora anche nel sociale, in un centro di riabilitazione per adulti con malattie psichiatriche.

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Opening

 ALBERO

Omnia tempus habent

22. 12. 2013 | 6. 01. 2014

 Arezzo, 8 dicembre 2013

Albero. Torna l’installazione alla 33.

A nove mesi dalla sua apertura, la 33 mette in mostra un’opera sperimentale, ideata e realizzata da Luciferi, alias Luca de Pasquale e Enrico Fico, intitolata Albero. Omnia tempus habent.

L’opera sarà svelata domenica 22 dicembre alle ore 18 in via Garibaldi 33, Arezzo. Esclusivamente per l’occasione sarà possibile vederla da vicino, circumnavigandola. Infatti, fino al 6 gennaio, Albero resterà al centro della 33, ma visibile solo dall’esterno.

Albero non viene proposto come esempio di originale creazione artistica, ma come veicolo di un messaggio generazionale, un monito a riflettere sulla contemporaneità. Totalmente alieno da qualsivoglia interpretazione religiosa, Albero parla della condizione interiore delle nuove generazioni e delle difficoltà materiali che l’uomo moderno incontra nel tentativo di rapportarsi al suo tempo e all’ambiente in cui opera.

In altri termini non vuole essere un’opera d’arte o costituire qualcosa di nuovo nella sua forma. È una metafora, che si origina da un’esigenza profonda e personale, ma, allo stesso tempo, capace di assumere valenza collettiva. Un “nuovo nato” che, nudo e privo di difese, rimuove il passato e ribalta la sua posizione nel mondo, capovolgendo lo sguardo verso quel suolo che lo ha espulso, per attingere dall’alto l’energia di cui necessita per rinnovarsi. Ha rami proiettati verso il basso, ma non cerca di ancorarsi a terra e non mostra le radici, ma solo il suo scheletro. Esiste, appartiene al presente ed è una prova tangibile di speranza e rinascita.

«Interpelliamo l’albero con le grida e le rivendicazioni di una generazione che non riesce più a comprendere quale sia il verso giusto in cui guardare il mondo, quale sia la prospettiva corretta perché questo acquisti un senso»: questo è il nocciolo del progetto di Luciferi, rispetto al quale l’albero rappresenta una «rilettura postmoderna di un simbolo universale e polisemantico».

Il duo scrive in merito: «l’albero, l’elemento terrestre per eccellenza, viene innestato nella dimensione uranica: l’inversione diventa la cifra di rilettura della contemporaneità, soprattutto nel momento conclusivo del ciclo del tempo che segna la fine, ma che nell’inversione è in realtà un inizio. L’inversione della prospettiva diventa la chiave di volta per comprendere il senso della realtà attuale. Il bianco è il suo colore, contiene tutto lo spettro cromatico e, come il nero, simboleggia un confine, quello iniziale della vita. L’essenzialità delle forme concretizza l’approccio ermeneutico della decodifica del mondo». È dunque l’albero dell’inizio, della vita.

Questa entità, orfana del proprio apparato radicale, cerca nuova linfa nella dimensione celeste, nell’ignoto, in un luogo insondato, fuori dalle coordinate spazio temporali della realtà data. Si rigenera volgendo i rami alla terra che l’ha dapprima generata e poi ripudiata, e rispetto alla quale prova un sentimento dolente d’inappartenenza. L’opera non nasce dalla contemplazione di una dimensione fenomenica, ma da un’emergenza interiore, dal bisogno di riflettere sul sé, scatenando quesiti. Essa muove dall’urgenza di penetrare la realtà del nostro tempo, attraverso l’interrogazione della coscienza e lo scavo in profondità nell’interiorità umana.

In linea con il messaggio dell’opera proposta, come cocktail d’inaugurazione sarà offerto un pasto povero ed essenziale: pane e acqua.

L’iniziativa è in collaborazione con lo studio di sperimentazione fotografica Luciferi Visionibus, che propone, fino al 6 gennaio, nella sua sede in via de Redi 15 ad Arezzo, l’esito di un progetto, opera di un collettivo di sei fotografi, dedicato al medesimo tema, l’albero. Una mostra, quest’ultima, in cui passato e presente convivono: la cianotipia, antica tecnica di stampa fotografica, reinterpreta e affianca forme e mezzi della contemporaneità.

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