Tomaso PieragnolocopertinaPieragnolo

 

Per il vivo interesse che suscita e per la sua segreta bellezza, desideriamo presentare la nuova antologia di poeti ispanoamericani “Nell’imminenza del giorno” a cura di Tomaso Pieragnolo, gratuitamente scaricabile da questo link:

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http://www.larecherche.it/librolibero_download.asp?PathTesto=public/librolibero/Nell_imminenza_del_giorno_di_Tomaso_Pieragnolo.pdf&Id=143

 

Proponiamo qui una presentazione al volume scritta dallo stesso Pieragnolo per il nostro sito web. A seguire, alcune delle traduzioni antologizzate, dalle quali traspare tutta la ricchezza di tonalità stilistiche ed emotive degli autori ispanoamericani “ricreati” da Pieragnolo nella nostra lingua.

Ho iniziato a proporre traduzioni di poeti del Costa Rica nell’autunno del 2007 nella rivista online Sagarana, quando ancora in Italia la poesia di questo paese centroamericano era praticamente sconosciuta ed inedita. Il primo fu Jorge Debravo, morto nel 1967 all’età di 29 anni per un incidente stradale, con le poesie “Gli amanti” e “Poesia d’amore inevitabile”, intrise di passione celeste, terrena religiosità, fratellanza e amore. Seguirono Eunice Odio, con la sua raffinata, dolorosa spazialità e punte di personalissimo surrealismo, Laureano Albán, con un trasparente ed ipnotico onirismo, Julieta Dobles, con una toccante e quotidiana umanità, Alfonso Chase, con un realismo nostalgico ma fiducioso, ed altri ancora riuniti in questa antologia che racchiude parte delle traduzioni pubblicate online dal 2007 al 2013. Alcuni libri li incontrai durante le mie permanenze in Costa Rica iniziate nel 1990, altri mi furono donati dagli amici poeti, voci autorevoli dell’istmo.

Tutti i testi e gli autori proposti, al tempo della loro pubblicazione, erano inediti in Italia.

La poesia contemporanea del Costa Rica si inserisce pienamente nella scia più ampia della poesia ispanoamericana del Novecento, tutta tesa a trovare una propria lingua, una propria dimensione che non fosse epigona, lacerto della poesia europea. Più precisamente, a parte pochi autori che hanno intrapreso una strada più avanguardista in direzione del surrealismo e dell’onirismo, questi poeti prediligono un’attenzione acuta e penetrante all’intimità del ricordo, con uno stile colloquiale e quotidiano che però non esclude incursioni nella vitale fantasia dello spirito, giungendo, ognuno a proprio modo, ad un personale crepuscolarismo, a volte urbano, a volte agreste, più spesso esistenziale ed intimo. Nostalgia, memoria, paesaggio, evocazioni di luoghi e tempi reali, ripudio dell’insensatezza, sono nutrimenti di questa poesia, che fluisce sottilmente tra l’effusione del ricordo ed una delicata inquietudine, insistendo spesso su figure suscitate dall’amorosa attenzione al passato, giungendo alla testimonianza di una perdita, di un indefinito ma fiducioso disagio di vivere.

In ordine cronologico in base alle date della loro pubblicazione, ai poeti del Costa Rica affianco alcune traduzioni di poeti ispanoamericani che ho conosciuto o scoperto lungo la strada.

Molti dei testi raccolti in questa antologia sono stati ricercati, scelti e tradotti in collaborazione con Rosa Gallitelli, mia moglie; insieme abbiamo ideato e realizzato le quattro rubriche alla fine del libro, pubblicate nel 2011. A Rosa vanno la mia stima ed il mio ringraziamento, sempre troppo esiguo per la profusione del suo impegno.

 

Tomaso Pieragnolo

Alcuni testi tratti dall’antologia

 

JORGE DEBRAVO

1938 Guayabo de Turrialba, Costa Rica – 1967 San José, Costa Rica

 

 

NOI UOMINI

Vengo a cercarti, fratello, perché porto la poesia,

che è come portare il mondo sulle spalle.

Sono come un cane che ruggisce solo, latra

alle belve dell’odio e dell’angustia,

manda all’aria la vita nella metà della notte.

Porto sogni, tristezza, allegria, mansuetudini,

democrazie rotte come anfore,

religioni ammuffite fino all’anima,

ribellioni in germe che gettano lingue di fumo,

alberi che non hanno

sufficienti resine amorose.

Siamo senza amore, fratello mio,

ed è come essere ciechi in metà della terra.

Porto morti per impaurire tutti

coloro che giocano con le morti.

Vite per rallegrare i mansueti e i teneri,

speranze e uve per i dolenti.

Ma prima di tutto porto

un violento desiderio di abbracciare,

assordante e infinito

come una tormenta oceanica.

Voglio fare con le braccia

un solo lungo braccio

che circondi la terra.

E desidero che tutto, che la vita sia nostra

come l’acqua e il vento.

Che nessuno abbia altra patria che il vicino.

Che nessuno dica più la terra mia, la barca mia,

bensì la terra nostra, di Noi Uomini.

 

 

NOSOTROS LOS HOMBRES

Vengo a buscarte hermano, porque traigo el poema,

que es traer el mundo a las espaldas.

Soy como un perro que ruge a solas, ladra

a las fieras del odio y de la angustia,

echa a rodar la vida en mitad de la noche.

Traigo sueños, tristezas, alegrías, mansedumbres,

democracias quebradas como cántaros,

religiones mohosas hasta el alma,

rebeliones en germen echando lengua de humo,

árboles que no tienen

suficientes resinas amorosas.

Estamos sin amor, hermano mío,

y esto es como estar ciegos en mitad de la tierra.

Traigo muertes para asustar a todos

los que juegan con muertes.

Vidas para alegrar a los mansos y tiernos,

esperanzas y uvas para los dolorosos.

Pero traigo ante todo

un deseo violento de abrazar,

atronador y grande

como tormenta oceánica.

Quiero hacer con los brazos

un solo brazo dulce

que rodee la tierra.

Y deseo que todo, que la vida sea nuestra

como el agua y el viento.

Que nadie tenga nunca más patria que el vecino.

Que nadie diga más la finca mía, el barco mío,

sino la finca nuestra, de Nosotros los Hombres.

 

 

EUNICE ODIO

1919 San José, Costa Rica – 1974 Città del Messico

 

Poesia tratta dalla prima antologia italiana di Eunice Odio “Questo è il bosco” (Via del Vento, 2009 Pistoia), a cura di Tomaso Pieragnolo.

 

 

VORREI ESSERE BAMBINA

Io vorrei essere bambina

per accoppiare le nubi a distanza

(alte claudicanti della forma),

 

per giungere all’allegria delle piccole cose

e domandare,

come chi non lo conosce,

il colore delle foglie.

Com’era?

 

Per ignorare ciò che è verde,

il verde mare,

la risposta salubre del tramonto in ritirata,

il timido gocciolare degli astri

sul muro del vicino.

 

Essere la bambina

che cadeva d’improvviso

dentro un treno con angeli,

che arrivavano così, in vacanza,

a correre brevemente tra le uve,

o attraverso notturni

fuggiti da altre notti

di geometrie più alte.

 

Però adesso, che cosa devo essere?

Se mi sono nati questi occhi così grandi

e questi chiari desideri di sbieco.

 

Como potrò essere ora

quella che voglio io

bambina di verdi,

bambina vinta di contemplazioni

che cade da se stessa rosea

 

… se mi dolse moltissimo dire

per raggiungere nuovamente la parola

che fuggiva,

saetta scappata dalla mia carne,

 

e mi ha addolorato molto amare a tratti,

impenitente e sola

e parlare di cose incompiute,

tinte cose di bimbi,

di candore dissimulato,

o di semplici api

aggiogate a tristi rosari.

 

O essere colma di questi scatti

che mi cambiano il mondo a grande distanza.

 

Come potrò essere ora,

bambina in tumulto,

forma mutevole e pura,

o semplicemente, bambina alla leggera,

divergente in colori

e adatta per l’addio

in ogni momento.

 

 

YO QUISIERA SER NIÑA

Yo quisiera ser niña

para acoplar las nubes a distancia

(claudicadoras altas de la forma),

 

para ir a la alegría po lo pequeño

y preguntar,

como quien no lo sabe,

el color de las hojas.

¿Cómo era?

 

Para ignorar lo verde,

el verde mar,

la respuesta salobre del ocaso en retirada,

el tímido gotear de los luceros

en el muro del vecino.

 

Ser niña

que cayera de pronto

dentro de un tren con ángeles,

que llegaban así, de vacaciones,

a correr un poquito por las uvas,

o por nocturnos

fugados de otras noches

de geometría más altas.

 

Pero ya, ¿que he de ser?

Si me han nacido estos ojos tan grandes

y esos rubios quereres de soslayo.

 

Cómo voy a ser ya

esa que quiero yo

niña de verdes,

niña vencida de contemplaciones,

cayendo de sí misma sonrosada

 

…si me dolió muchísimo decir

para alcanzar de nuevo la palabra

que se iba,

escapada saeta de mi carne,

 

y me ha dolido mucho amar a trechos

impenitente y sola

y hablar de cosas inacabadas,

tintas cosas de niños,

de candor disimulado,

o de simples abejas,

enyugadas a rosarios tristes.

 

O estar llena de esos repentes

que me cambian el mundo a gran distancia.

 

Cómo voy a ser ya,

niña en tumulto,

forma mudable y pura,

o simplemente, niña a la ligera,

divergente en colores

y apta para el adiós

a toda hora.

 

 

 

LAUREANO ALBÁN

1942 Turrialba, Costa Rica.

 

Poesia tratta dalla prima antologia italiana di Laureano Albán “Poesie imperdonabi” (Passigli 2011) a cura di Tomaso Pieragnolo.

 

INVOCAZIONE DOLENTE

Il dolore è sempre

maggiore dell’uomo,

e ciò nonostante deve

entrargli nel cuore.

 

(Vladimir Holan)

 

 

Padre, come mi sta mancando

la tua forma di cadere,

la tua parcella di paura,

e questa ragione senza tregua d’essere villaggio

che sale dai tuoi occhi alla notte.

 

Come sanno d’erba deposta

il tuo nome senza città,

le reti screpolate delle tue mani.

 

Io, in solitario, ti dichiaro eroe,

ti nomino capitano delle dolcezze

smarrite e dolenti della terra,

ti abbraccio con la fretta dell’assenza,

e chiedo il tuo dolore, la tua piaga, il cieco

dono d’essere uomo rotto che mi manca.

 

Ho bisogno di cadere come cadesti

nella lenta atmosfera senza canti.

Ruotare sopra la terra

sotto i colpi continui

di cui nessuno conosce l’artefice.

E tacere, tacere

sotto la certezza della furia.

 

 

INVOCACIÓN DOLIENTE

 

El dolor siempre es

mayor que el hombre,

y sin embargo tiene

que caberle en el corazón.

 

(Vladimir Holan)

 

 

Padre, cómo me está faltando

tu forma de caer,

tu parcela de miedo,

y esa razón sin tregua de ser pueblo

que sube de tus ojos a la noche.

 

Cómo saben a yerba destronada

tu nombre sin ciudades,

las redes agrietadas de tus manos.

 

Yo, en solitario, te declaro héroe,

te nombro capitán de las ternuras

perdidas y dolientes de la tierra,

te abrazo con la prisa de la ausencia,

y pido tu dolor, tu llaga, el ciego

don de ser hombre roto que me falta.

 

Necesito caer como caíste

entre la lenta atmósfera sin cantos.

Rodar sobre la tierra

bajo golpes continuos

que nadie sabe quién los da.

Y callarme, callar

bajo la certidumbre de la furia.

 

 

 

JUAN CARLOS MESTRE

1957 Villafranca del Bierzo, León, Spagna.

 

 

PARLO CON TE

Parlo con te, ignoro dove sei, verso quale luce cerca il mio Essere

l’eco in cui ti ascolto.

 

Non c’è usura nella tua voce, io so che un’aria tersa ti respira, che

qualcosa che redime, una chiarità che trascina il fiume, porta

il tuo pensiero.

 

Parlo con te, un’intatta passione vive nel tuo fosforo, un’unica

luce che non si spegne mentre la morte fluisce, mentre la morte

soffre questa parola.

 

Io parlo, parlo con te al bordo di un vuoto, al bordo di me stesso

come colui che gira mutuo, come ciò che dentro noi

è prossimo e s’avvicina col suo fascio luminoso di purezza.

 

Parlo di fronte al destino che immagina l’uomo, di quello abbandonato,

di quello delirante e oscuro parlo con te. Ed è notte, è

notte in entrambi come metallo oscuro, e vediamo come lungamente

la verità estende il suo unico filo di saliva, un unico alfabeto

nel rumore di tutti.

 

Parlo con te, oh bontà compartita di chi è silenzioso,

ombra di quest’ombra che aleggia ed è volo di somigliante

eloquenza, colui che scrive, colui che ascolta, colui che foglio a foglio

infila nell’eco una voce che risponde, quella voce in me

stesso, quella che ci illumina e persuade da oltre la morte.

 

(traduzione di  Rosa Gallitelli)

 

 

 

HABLO CONTIGO

Hablo con tigo, ignoro dónde estás, hacia qué luz busca mi Ser

el eco en que te escucho.

 

No hay usura en tu voz, yo sé que un aire limpio te respira, que

algo redentor, alguna claridad que arrastra el río, lleva el

pensamiento tuyo.

 

Hablo con tigo, una intacta pasión vive en tu fósforo, una única

luz que no se apaga mientras la muerte fluye, mientras la muerte

sufre esta palabra.

 

Y hablo, hablo con tigo, alrededor de un hueco, alrededor de mí

como el que gira mutuo, como aquel que dentro de nosotros

es próximo y se acerca con su haz luminoso de pureza.

 

Hablo ante el destino que imagina el hombre, eso de desvalido,

eso de delirante y turbio hablo con tigo. Y es de noche, es de

noche en los dos como metal oscuro, y vemos como largamente

la verdad extiende su único alfabeto en

el rumor de todos.

 

Hablo con tigo, oh bondad compartida de quien es silencioso,

sombra de esa sombra que aletea y es vuelo de semeyante

elocuencia, el que escribe, el que escucha, el que lámina a lámina

va enhebrando en el eco una voz que responde, esa voz en mí

mismo, la que nos alumbra y persuade desde más allá de la muerte.

 



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