di Oriana Rispoli.

Ennio Speranza-1    Gabriele Sabatini in Neurosi

Copertina Teatro Ossessivo    Caterina Gramaglia Gabriele Granito e Gabriele Sabatini in Ero-Leandro

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Ennio Speranza, scrittore, sceneggiatore, musicologo e musicista classico, ha appena pubblicato con l’editore Perrone i suoi scritti teatrali sotto il titolo “Teatro ossessivo”.

“Neurosi delle 7 e 47”, “Ero/Leandro”, “MeTaLlo EletTriCo (Metal Macbeth)” sono trame che catturano immediatamente l’attenzione essendo basate su dialoghi intensi, pregnanti, tragici o – nei loro tratti estremi – paradossalmente comici, in cui i personaggi agiscono attraverso la parola, secondo “una partitura vocale da consegnare alla visione del teatro, quasi senza didascalia, persino senza obbligo, aspettando il proprio regista, il proprio attore – aspettando di entrare nella luce di un altro sguardo, nella misura di un corpo.” (A. Scarpellini).

“Teatro ossessivo” verrà presentato nei prossimi mesi in alcune città d’Italia, a partire da Roma, il 12 dicembre alle ore 18.30 presso Beba do Samba (Via de’ Messapi 8, San Lorenzo), con la partecipazione dello scrittore e critico teatrale Graziano Graziani e con letture degli attori Gabiele Sabatini e Barbara Petti.

Ho incontrato lo scrittore in RAI, dove Speranza attualmente cura la regia e le scelte musicali della trasmissione “Qui comincia…” di Radio3, e gli ho posto qualche domanda un po’ su tutta la sua produzione teatrale.

 

I tuoi personaggi, spesso derelitti, riflettono l’immagine di un’umanità totalmente logora, esausta, segnata da un destino senza quasi possibilità di riscatto. Perché hai pensato proprio a loro? C’è una volontà di denuncia? Che altro?

Difficile per me sostenere di pensare a dei personaggi. Sono più loro che pensano a me. Detta così sembra una battuta a buon mercato, ma quando scrivo, e maggiormente quando scrivo per il teatro, più che partire da personaggi in sé comincio con un movimento, un pensiero, una frase, una vera e propria azione, uno scambio dialogico. Da lì, come una sorta di cascata, si dipana il resto e tutto accade in maniera consequenziale – come nel caso di Neurosi, scritto febbrilemente in tre giorni, di notte – o con una gran faticaccia – come nel caso di MeTaLlo EletTriCo, ultimato dopo un anno e mezzo dalla stesura delle prime battute, fra pause e ripensamenti. No, nessuna denuncia. Semmai la messa in scena di un disagio emotivo di cui il linguaggio non può che essere un pallido e imperfetto riflesso. Il teatro ossessivo di queste pagine è ossessivo proprio in rapporto al linguaggio.

 

Dai dialoghi di alcune tue pièce emerge una dinamica logico-intellettuale sempre fine, anche se apparentemente in contraddizione con un linguaggio dei personaggi in larga misura triviale. Riesci ad unire bene registri alti e bassi, e l’ironia ne è uno degli esiti principali…

L’ironia è un’arma fondamentale, mentre il sarcasmo è al postutto una resa. Credo che l’esplosione o la presa d’atto delle contraddizioni dell’esistenza e dell’esistente sia una delle funzioni più importanti di un testo teatrale. Di qui la mescolanza di registri. In parte è una scelta consapevole, in parte è un portato della mia storia personale.

 

In MeTaLlo EletTriCo (Metal Macbeth) accogli quattro secoli di teatro fondendo insieme Shakespeare e il teatro dell’assurdo, e producendo un risultato di forte modernità sia nei contenuti sia nella forma linguistica, e in cui tutta l’eredità del passato viene triturata, pur rimanendo sempre indispensabile ed eterna. Questa tua pièce sarebbe certamente apprezzata a Londra, ad esempio, perché in Gran Bretagna il gusto dissacrante verso i classici, l’ironia – e anche quella che in Italia verrebbe considerata blasfemia, ma non è il tuo caso – sono del tutto accettati e graditi. Dunque, ti suggeriamo la fuga…

O un buon traduttore, forse.

 

Chi è l’autore di una pièce teatrale? È un personaggio ulteriore della pièce, che rimane fuori scena (come sembra in Ero/Leandro), oppure addirittura è un semplice strumento, una mera appendice dei suoi personaggi? Se quest’ultima è la risposta corretta, allora per favore fatti da parte e fammi proseguire con ʻLadi Macbetʼ…

Nel mio caso direi che l’autore è un povero demiurgo da quattro soldi che essendo fallito come demiurgo tenta di rifarsi sui suoi personaggi. Naturalmente gioco. E quindi sono serissimo.

 

Il lettore non può che appassionarsi e anche divertirsi, leggendoti: le citazioni e le parafrasi da classici teatrali e letterari sono continue, si spazia da S. Agostino a Giorgio Gaber; si gioca con il teatro nel teatro; i dialoghi si rivelano (tranne dove non è opportuno) arguti e brillanti pur nella tragicità di fondo e costantemente forti; emozioni e sentimenti vengono profondamente sollecitati. Tu che reazioni ti aspetti dal pubblico?

Guarda, non lo faccio apposta, la mia non è una presa di posizione cosciente, almeno così mi pare. Quando scrivo – e quando scrivo per il teatro scrivo ancora a penna, piuttosto velocemente, su quaderni che mi porto appresso e poi trascrivo tutto al computer aggiustando  e amplificando il testo nel momento in cui avviene la trascrizione – cerco di centrifugare quello che sento e quello che ho dentro e fatalmente, alla fine escono fuori anche le mie letture, le mie predilezioni. Spesso certe parafrasi o citazioni sono buttate lì senza pensarci, al primo colpo. E spesso me le hanno fatte notare a cose fatte. In diversi casi le reazioni del pubblico stupiscono anche me, e credo che molto dipenda da come gli attori intonino certe battute o da come il regista legga il testo. Nel caso di Neurosi (delle 7 e 47) pensavo di aver scritto un testo cupissimo e disperato, e certo di fondo lo è, ma poi i due attori che sino a ora lo hanno intepretato (Martino Duane e Gabriele Sabatini, bravissimi entrambi) hanno portato all’estremo certe dinamiche di quel personaggio facendolo risultare talmente sopra le righe da tirare fuori degli effetti comici inaspettati. Il mio ideale è quello della compresenza simultanea dei registri e, per esempio, grazie al lavoro del regista Marco Maltauro su Ero/Leandro, questo è precisamente ciò che è avvenuto nella messa in scena. In quel caso, anche per la bravura di Caterina Gramaglia, Gabriele Sabatini e Gabriele Granito, splendidi sia nel registro comico sia in quello drammatico.

 

In Ero/Leandro. Un tentativo, trasponi il mito greco nel mondo contemporaneo narrando la vicenda di due soccombenti, ovvero di una buona maggioranza della nostra società. Chi può ancora, secondo te, salvarsi oggi dal naufragio, riuscendo a vivere nella società moderna senza rinunciare alla propria identità, ai propri sentimenti e alla propria etica?

Una domanda insidiosa. Non so dare risposte. Potrei forse risponderti con le parole del personaggio del regista di Ero/Leandro che dice: «in fin dei conti vorremmo tutti salvarci. E per farlo pensiamo che la via migliore sia quella dell’amore. Una parola un po’ del cazzo, se ci pensate. C’è dentro tutto. Anche il peggio. Ma soprattutto il meglio. Fate voi.»

 

Se tu potessi scegliere tra i grandi attori e le grandi attrici teatrali della nostra epoca, chi chiameresti per interpretare le tue pièce?

Anche in questo caso non riesco a dare risposte nette e precise, o a fare nomi. Più che a grandi nomi penso ad attori e ad attrici disposti a immergersi totalmente nel testo rimanendone alle stesso tempo leggermente fuori. Ma forse dico sciocchezze.

 

Pensi che esista ancora qualche autentica forma di teatro d’avanguardia oggi in Italia?

Oggi non esiste più l’avanguardia, l’idea stessa di avanguardia credo sia finita con la presunta fine del moderno e delle teleologie. Però c’è tanto teatro che potremmo considerare ‘di ricerca’, ‘tangenziale’, ‘impuro’. Un teatro vivo e vegeto. Interessante. Talvolta emozionante. Non sono uno che ama magnificare il bel tempo che fu. I bei tempi che furono forse li pensiamo belli perché sono passati. Quando li abbiamo vissuti non ci sembravano poi così belli.

 

Informazioni editoriali

 

Teatro ossessivo

di Ennio Speranza

Postfazione di Attilio Scarpellini

Roma, Perrone, 2013

pp. 160, € 13,00

 

© Nuove Tendenze 2013



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