di Elisa Coppedè.

vernissage33 Camminando in centro a Modena, in un sabato di festa, tra un bicchiere di lambrusco sotto il portico e una tigella fumante offerta da un gentile e caratteristico venditore, non è possibile non imbatterci in Via Carteria, riferimento importante che collega la zona della Pomposa a quella di Sant’Eufemia, il nord al sud, il fuori al dentro, la storia alla modernità.

Partendo infatti dalla Via Emilia, punto cardine dell’antico sistema viario romano e centro nevralgico di Modena, Via Carteria conduce verso nuovi e innovativi studi di architetti, originali laboratori di vestiti handmade, negozi di tendenza, punti di ritrovo per giovani volenterosi e per artisti speranzosi fino ad arrivare alla Galleria 42, una delle poche gallerie ancora in attività, a pochi passi in linea d’aria dal “colosso Mazzoli” che continua indisturbato la sua ascesa.

Fuori dalla Galleria trovo Marco Mango, il direttore, che seduto attorniato da amici e curiosi ammira la sua opera che si sta aprendo al pubblico proprio in quegli istanti. Siamo infatti arrivati al momento solenne dell’inaugurazione di una nuova mostra. Dalla Galleria udiamo suoni strani e una luce blu, che si diffonde dalla vetrina attirando i passanti nel vorticoso gioco della curiosità.

Lucio Cavallari ritrattoAvvicinandosi, dopo aver salutato Marco che preso un bicchiere di vino lo sorseggia soddisfatto, si nota la locandina della mostra che finalmente mostra il nome dell’artista che ha ideato questo nuovo grande gioco: Lucio Cavallari.

La prima volta che ho incontrato il trentenne Lucio, nel suo studio-galleria nelle vicinanze di Modena a prima vista avrei potuto benissimo scambiarlo per il Che Guevara. Barba e capelli folti e neri incorniciano occhi spietati nella loro fugacità e creatività. La sua determinazione, addolcita dal suo modo di fare, riprende vigore quando l’artista parla delle sue opere. Dalle sue parole si apprende uno stimolante vissuto che viene da lui raccontato con l’umiltà e la semplicità che lo contraddistingue.  Scopro così della sua vita londinese, dove per sei anni ha lavorato con artisti e curatori, del suo pellegrinaggio attraverso la Spagna, del suo viaggio nella natura selvaggia e nei riti sciamanici della Costa Rica. Devo dire che guardando “Prop&Nihil” la mostra appena inaugurata, tutte queste esperienze vengono alla luce e si mescolano per formare un’arte che ci riporta all’antico, alla magia, all’ancestrale ma che si manifesta mediante supporti non convenzionali e tecniche innovative. Il quadro ruotante che ci dà il benvenuto sulla destra accanto all’entrata ne è una prova lampante. Attraverso un meccanismo particolare che fa scivolare un perno circolare attaccato al supporto su una guida semicircolare fissata nel muro il quadro è libero di ruotare di 360° e creare quasi un effetto ipnotico sullo spettatore che ne guarda fissamente il centro. Questi quadri ruotanti richiamano le teorie dell’Optical art di Victor Vasarely e la tecnica del dripping di Jackson Pollock che conduce verso le riflessioni sciamaniche e i riti ancestrali ben mostrate da Joseph Beuys. Il gesto di Lucio conduce verso una ricomposizione della forma che si trasforma in qualcosa di organico, di umano. L’abbandono della figuratività è, infatti, per il pittore il ritrovare la forma, non tanto nella sua delineazione chiara e netta ma nella sua essenza e presenza. Passeggiando per la galleria si scoprono i diversi linguaggi utilizzati da Lucio, sintomo di un’ancora viva ricerca e di un’urgenza nel comunicare che non si è placata. Alcuni quadri ricordano le composizioni armoniche di Kandinskij, altri il disegno graffiato di Basquiat o la ricerca seriale di Warhol. Anche in quest’ultimo caso l’immagine ben definita e stampata non ha valore nel suo significato di immagine, ma assume importanza grazie alla variazione di colori del supporto e alla sequenzialità di tali fogli che uno dopo l’altro mostrano il movimento e le prodezze di due  lottatori di sumo catturati attimo dopo attimo. La percezione è l’elemento cardine di tutta la mostra, l’artista si rivolge allo spettatore attraverso una comunicazione empatica e immateriale.

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icona_pdfIl titolo Prop&Nihil gioca proprio sulla “quasi assenza” della materia (“prope nihil”, quasi niente), intesa come forma e contorno, per condurre invece l’attenzione sull’essenza presentata in questa mostra attraverso gesti, azioni “appuntellati”, appoggiati, fissati che si collegano al termine “prop” che in inglese significa proprio puntello, appoggio. Le immagini che non significano nulla sono fermamente appoggiate alla realtà perché hanno al loro interno il tutto, l’anima, la magia, il sentimento che rende la realtà reale, al di là di superflue materialità. Ecco che la luce blu, i suoni, l’ambiente che sembra inglobare lo spettatore nel suo turbinante ruotare provoca una condizione esistenziale nuova, illuminata, un diverso modo di guardare al quadro.

 

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