di Elisa Coppedè.

seconda parte: La guerra nell’arte di Giovanni Colacicchi

Il Giorno della Memoria appena trascorso, corredato da approfondimenti televisivi, conferenze e dibattiti, sicuramente ci ha fatto ricordare uno dei più vergognosi periodi della storia e ci riconduce, inevitabilmente, alle tristi  immagini narrate da chi ha vissuto quel momento. A volte, però, emergono anche storie di coraggio e di valore, che riguardano personalità che si sono impegnate a nascondere e aiutare chi si trovava in difficoltà.

Giovanni Colacicchi con la modella Giulietta Mi vorrei soffermare su uno di questi personaggi: Giovanni Colacicchi (1900 – 1992), un uomo, ma anche un artista importante del panorama culturale di Firenze, fautore del breve ma incisivo movimento del Nuovo Umanesimo, direttore dell’Accademia di Belle Arti, convinto sostenitore del progetto di ricostruzione di Firenze dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale e attivo difensore dei diritti dei più deboli: numerosi sono, infatti, i documenti che attestano l’aiuto dato ai molti ebrei durante la guerra nella Firenze del 1942-43 assediata e senza punti di riferimento. Grazie al lavoro di approfondimento su questo pittore che è diventato il protagonista della mia tesi magistrale, ho potuto indagare le relazioni e gli avvenimenti che accompagnano la Firenze  della Seconda Guerra Mondiale dove l’artista vive, lavora ed insegna e il loro ripercuotersi sulla sua arte.

(Giovanni Colacicchi con la modella Giulietta)

Giovanni Colacicchi, trasferitosi da adolescente dal paese di Anagni in Ciociaria alla moderna Firenze abita negli anni Quaranta, insieme alla compagna e ai due figli in Via dell’Osservatorio, non lontano dal centro fiorentino e insegna all’Accademia di Belle Arti in Piazza San Marco, epicentro culturale e artistico.

Proprio a causa della guerra la famiglia, come molte altre, è costretta ad abbandonare la propria casa, troppo vicina alla ferrovia e quindi in costante pericolo di bombardamento, per rifugiarsi nelle campagne, lontano dal pericoloso centro cittadino. È  Bernard Berenson critico americano e storico dell’arte che offre al pittore e amico in difficoltà un rifugio a Vallombrosa: Casa al Dono, una grande dimora in pietra nei pressi del Passo della Consuma, che il critico d’arte aveva da poco comprato per trovare un po’ di pace e tranquillità. Casa al Dono da luogo di villeggiatura diventerà, con i Colacicchi, un nucleo di assistenza per i più bisognosi durante tutta la durata del conflitto mondiale e l’intera famiglia sarà impegnata nell’aiutare molti renitenti alla leva, ebrei o rifugiati politici. È Giovanni Colacicchi stesso a trovare una via di scampo ai prigionieri fuggiti dai campi di concentramento, dopo averli ospitati a casa sua e averli riforniti di vettovaglie; a nascondere ebrei per poi avviarli verso la Svizzera; a indirizzare soldati russi dispersi; ad accogliere presso la propria ormai affollata abitazione fuori dal centro cittadino figli di amici che decidono di rimanere in città, e ad aiutare renitenti e fuggiaschi. Lo stesso Valodia, fratello disertore della compagna di Colacicchi, viene nascosto dalla famiglia dapprima a Casa al Dono e successivamente fino alla fine della guerra nelle cantine dell’Accademia di Belle Arti.

Leggendo e documentandomi attraverso scritti, articoli e memorie dei sopravvissuti riguardo a questo periodo, mi ha molto stupito il modo in cui l’abitudine riesce a prendere il sopravvento anche in situazioni tragiche, quando si rischia la vita ogni giorno. La tensione, sempre molto presente nella vita del periodo, il terrore e la paura  finiscono, infatti,  per accompagnare le normali attività quotidiane tanto che nelle memorie di Flavia Alotta, compagna di Colacicchi che negli anni Cinquanta diventerà sua moglie, molto spesso fatti anche cruenti vengono raccontati con la levità e l’ironia che potrebbero ben adattarsi più a novelle o barzellette che a racconti di guerra. «Sembra incredibile, eppure si rideva di tutto, come fosse un gioco» afferma Flavia Arlotta in  Ricordi, libro recentemente pubblicato. Famoso è il racconto dell’episodio che riguarda la realizzazione del quadro del San Sebastiano, eseguito da Colacicchi con pennellata densa e pastosa che definisce le membra del santo sofferente e rimanda alla ferocia dei valori umani calpestati. L’episodio narrato dall’Arlotta racconta di come il modello Guido Fabiani, durante una sessione di posa si fosse addormentato mezzo nudo legato con corde al ramo tagliato. Ad un certo punto nella stanza abbandonata da Colacicchi, che si stava concedendo una pausa dopo aver delineato il bozzetto, entrò Carla, una amica di famiglia e non trovando nessuno in casa e vedendo Guido in quella posizione immerso nel sonno pensò subito alla strage della famiglia e alla tortura dello sventurato modello. Solo dopo, nel panico e con le lacrime agli occhi, vide rientrare tutto tranquillo il pittore che riposatosi era pronto a riprendere il lavoro.

L'uomo legato, di Giovanni Colacicchi-1

(L’uomo legato, di Giovanni Colacicchi)

L’episodio viene raccontato con un certo humour, e alla fine di esso non si può frenare una risata che però viene subito bloccata dalla tragicità espressa dalla vicenda; lo stesso quadro verrà poi ribattezzato dal pittore L’uomo legato proprio per rimandare agli orrori della guerra e alle tante immagini di prigionieri feriti e torturati che facevano parte della realtà quotidiana. In questo quadro riluce tuttavia anche la speranza del pittore verso una ripresa, verso una nuova fiducia nell’umanità: caratteristica, questa, sempre portata avanti dall’artista in ogni sua opera. Il corpo del santo che riconduce a celebri modelli rinascimentali, infatti, si mostra nella sua bellezza, nella finezza delle membra, nel suo candore e si va a stemperare nella drammaticità espressa dall’abetaia sullo sfondo, oscura e solitaria. La bellezza del corpo, che in Colacicchi equivale alla calma d’animo, alla completezza dell’essere umano,  non viene quindi distrutta dalle atrocità del presente ma vive nell’eternità.  Da questa convinzione nasce e si rafforza l’impulso a combattere contro le tenebre, a salvare vite umane nell’attesa che l’uomo ritorni alla pace e alla bellezza, che sono per Colacicchi sinonimo di umanità, di intelligenza e di bontà. Tali qualità vengono coltivate dall’artista stesso attraverso azioni coraggiose e solidali.

 

(I – continua)

 

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