Di Oriana Rispoli.

Sandro BonvissutoSandro Bonvissuto non ha bisogno di presentazione. Autore della raccolta di racconti “Dentro”, pubblicata da Einaudi nel 2012, ha incontrato un larghissimo successo di pubblico e di critica e ha vinto, nel corso del 2013, il premio Città di Cuneo e il premio Chiara. E’ laureato in filosofia ed è padre di due splendidi figli adolescenti.

 

Durante un tuo recente intervento pubblico hai dichiarato di essere uno scrittore atipico, in quanto hai scritto “Dentro” come avresti voluto leggerlo, e ti vedi come un lettore prestato alla scrittura. Dunque, vedi scrittore e lettore come due realtà che si oppongono? Che sforzo deve fare lo scrittore per mettersi dalla parte del lettore?

In realtà vedo scrittore e lettore come due realtà che si completano, perché scrittura e lettura sono come due momenti della stessa cosa ed è forse addirittura sbagliata l’abitudine che abbiamo di pensarne una senza l’altra, e questo fondamentalmente perché sono relazioni diverse allo stesso oggetto che è la parola scritta. La parola scritta dal canto suo è la rappresentazione grafica del linguaggio, della lingua parlata, e proprio in virtù di questa sua esistenza materiale che si presta a due accessi: può essere infatti scrittura o lettura, e noi possiamo fare solo una delle due cose per volta, in quanto costitutivamente separate, perciò quando siamo lettori o quando siamo scrittori siamo in realtà solo la metà di quella cosa che è o può essere il nostro rapporto completo con la parola scritta. Per ricomporre la frattura non ci resta che pensare le due cose allo stesso momento e cogliere scrittura e lettura insieme, per questo durante la stesura di “Dentro” sono stato stabilmente dall’altra parte, dalla parte di chi legge. Detto questo, lo sforzo che deve fare lo scrittore per mettersi al posto del lettore è l’impegno e la disponibilità che dovrebbe avere chiunque nel mettersi nei panni di chiunque altro.

 

E’ vero che l’arte dovrebbe avere come finalità di renderci migliori e più consapevoli? Oppure può essere anche provocazione, rivolta, negazione?

L’arte non deve avere altro fine che se stessa, e saremo migliori e più consapevoli solo quando riusciremo a svincolarla per sempre dalle questioni morali. Solo a questo punto l’arte può davvero essere tutto, anche provocazione, rivolta, e negazione. Non credo che debba avere finalità umanistiche o pedagogiche, vero è che al termine del rapporto con qualunque forma d’arte ci scopriremo migliori, è come un effetto “indesiderato” o collaterale, ma positivo e benefico. Nel caso specifico di quello che faccio, penso che a volte la scrittura sia addirittura molto vicina alla conoscenza pura; può anche darsi che questa sia una volgare forzatura epistemologica, ma amo molto quel modo con il quale la parola scritta riesce a percepire il disperato fluire della vita, evitando di attribuire a questo scorrere un ordine necessariamente razionale, ma limitandosi solo a restituirci all’infinito l’esistenza, con il risultato di lasciarci un’aumentata consapevolezza delle umane cose; ecco in questo caso, la scrittura che replica la vita, ce la fa capire meglio per ripetizione, insomma come dicevano i latini: repetita iuvant.

 

 In riferimento al racconto: “Il giardino delle arance amare”, pensi che sia possibile conciliare uno Stato democratico con la questione della detenzione?

Non credo che debba essere semplicemente possibile ma doveroso: allora l’unico indice in crescita di una grande democrazia capitalista occidentale al culmine della sua evoluzione è quello relativo al numero dei suoi detenuti, gli altri comparti del proprio sviluppo aumentano dello zero virgola niente, o dell’uno per mille, quindi che il perfezionamento dei sistemi democratici comporti un aumento della detenzione oggi è qualcosa che non è più possibile porre in discussione. Credo che per considerare questo il migliore dei mondi possibili dovremmo, tra le altre cose, riuscire finalmente a portare la democrazia dentro il carcere, perché altrimenti sarà inutile averla anche fuori da lì, insomma al termine della fase di sviluppo strutturale del sistema, è giusto agire sugli opportuni correttivi etici; se dell’uomo non se n’è potuto tenere conto prima, perché questo sviluppo sembra non avere pietà per niente, nemmeno per chi lo ha inventato, sarebbe però bene preoccuparsene almeno successivamente, quando si è ripreso il controllo del “mezzo”. Non pretendo che la democrazia torni indietro, ma che mi dimostri adesso di saper essere una cosa umana. Un moderno paese sviluppato oggi non è altro che il luogo che ospita un mercato finanziario, e si sa che il mercato per vivere ha bisogno di ordinamenti autoritari, e si sa pure che le leggi a protezione dell’economia, mandano la gente in galera più di quanto sarebbe necessario. Aggiungiamoci pure che la detenzione, così com’è oggi, è una cosa umiliante e ingiusta e basta, e uno stato disposto a sopportare in silenzio che anche uno solo dei suoi figli viva umiliato in condizioni di ingiustizia non è uno stato democratico, una sola vita persa in quelle condizioni, invalida tutto il sistema delle vite degli altri.

In “Dentro” prevale nettamente l’essere sull’avere. Niente di quello di cui trattano i tre racconti contempla in modo centrale il possesso, perché prima di tutto, in essi si esplica la dimensione interiore dell’individuo. Come pensi che questa visione si concili con l’estrema materialità del tempo in cui viviamo?

Credo che non si possa conciliare affatto, ma che ne costituisca in qualche modo l’unica risposta, l’unica opposizione; “Dentro” parla proprio di questo, rimesta nella dimensione interiore e ne svela in qualche modo la grandezza e l’importanza, suscitando nel lettore una forma di comprensione per empatia, mi spiego meglio: nel libro secondo me quello che convince non è ciò che si dice, ma come lo si dice, la scrittura stessa svela l’esistenza di un tempo, un luogo, un modo dell’essere, un’attività della coscienza, nel quale il lettore (e io stesso mentre leggo) percepisce il battito di quell’esistenza così simile alla sua; è un mondo emotivo, un mondo che non esiste, ma che c’è; è il riscatto dell’invisibile.

 

Che cosa può fare uno scrittore per la società nella quale vive?

 Innanzi tutto non fare danni, e questo farebbe di lui già uno scrittore di successo, poi rispettare i lettori, perché quando si viene letti da qualcuno, si incontra questo qualcuno senza saperlo, senza conoscere niente di lui o di lei, ed è gente con la propria esistenza, la propria guerra quotidiana, e questo qualcuno ci regala il tempo della sua vita, che è la cosa più preziosa che abbia, un tempo che potrebbe impiegare altrimenti, e ce lo regala ad un appuntamento al quale noi non sappiamo nemmeno di essere andati. Ecco, lo scrittore dovrebbe sempre ricordarsi di questo, di essere un fortunato, di essere uno al quale gli altri regalano la cosa più preziosa che hanno. E poi credo che gli scrittori debbano dire le cose proprio come vanno dette, è probabile che per il resto non servano a un cazzo.

Nel tuo “apprendistato” di scrittore quali sono stati i grandi modelli narrativi, italiani e stranieri, che più ti hanno ispirato?

Non mi ritengo uno straordinario lettore, ma semplicemente un buon lettore. Sono figlio del grande romanzo europeo del ‘900, che ho molto amato come movimento culturale come emanazione di un’epoca spezzata e contraddittoria, nella quale abbiamo assistito alla comparsa dell’espressionismo in letteratura, all’irruzione della psicanalisi, a un perfezionamento tecnico vertiginoso, insomma un momento unico e irripetibile che ha lasciato milioni di morti, e opere immortali che non finiscono ancora di stupire; insomma in lettura sono un “continentale”, e vi invito a considerare questo come un mio limite. Detto questo di modelli narrativi ne potrei citare migliaia, anche solo per un passaggio del quale mi sono innamorato, o che mi ha girato in testa per giorni o settimane, e lo stesso per quello che riguarda gli scrittori proprio, ma se dovessi scegliere un maestro solo, uno di numero, direi senz’altro Albert Camus, che nella sua opera di romanziere e saggista, resta per me semplicemente il più grande scrittore di sempre.

 

Nel novero dei tuoi amici c’è anche Ascanio Celestini. Quanto senti vicine ai tuoi interessi letterari le tematiche che Celestini affronta nel suo vasto impegno politico oltre che artistico?

Celestini ha un approccio completamente diverso dal mio, e per me costituisce un’altra prospettiva sulle cose, un completamento, un’altra versione; questo è il bello di appartenere a una contemporaneità di scrittori attivi, perché nessuno di noi da solo è in grado di decriptare pienamente il presente, ma tutti insieme possiamo scomporlo, tradurlo, e riconsegnare la materia nei libri o in quello che sappiamo fare. Lui fa un lavoro ancora più difficile secondo me perché mirato e circoscritto, e congiuntamente di grande pregio letterario, insomma ha fatto dell’impegno letteratura, e in più fa anche opera di divulgazione teatrale in prima persona, insomma per tutto questo ha la mia stima incrollabile. Mi ricordo (ormai parlo come gli anziani) di una notte infinita trascorsa insieme a Mantova a parlare di carcere, passando da un bar all’altro, finché l’ultimo locale ha chiuso ma noi, seduti fuori, non ce ne siamo nemmeno accorti. Insomma Ascanio lo sento vicino proprio come persona, ma non so se è una risposta valida per la tua domanda.

 

Con “Dentro” hai vinto diversi premi letterari: ma qual è per uno scrittore il ‘premio’ più importante?

Per me tutto quello che precede la dimensione pubblica; il premio vero è l’esercizio stesso della scrittura, che come un incantesimo permette allo scrittore di svelare i misteri dell’esistenza umana, attraverso la traduzione della vita. La scrittura è inoltre persuasione, seduzione, profezia e sentenza, un autentico furto del fuoco, e infine successo biologico o addirittura immortalità, nel momento nel quale chi scrive, incontrando i lettori, comprende che quelle sue parole possono vivere in altre coscienze, in una vera esperienza trascendentale. La cosa più bella è scrivere, non essere premiati per quello che si è scritto, questo è un in più.

 

Raccontaci di Roma, la città nella quale sei nato e vivi. Qual è il tuo rapporto con questa metropoli piena di contraddizioni?

Semplicemente la amo; so che ha un sacco di difetti, o almeno così dicono, ma come ben sapete l’occhio dell’amante è miope, o guercio del tutto. Ho visto nella mia vita posti naturalisticamente molto belli, paesaggi meravigliosi, ma fra i luoghi costruiti da qualcuno Roma è senz’altro il più bello di tutti, e io ci sono addirittura nato, questo è quello che si dice avere una fortuna sfacciata, anche perché l’avrei amata comunque, pure fossi nato a Nairobi o a San Pietroburgo, e ci sarei dovuto venire a vivere per forza, perciò diciamo che stavolta ho risparmiato un trasloco. Noi romani passiamo ore nel traffico ogni giorno, per raggiungere il luogo di lavoro, o per sbrigare le normali faccende di ogni famiglia, e questa è certo una grossa seccatura, ma è proprio in quelle ore trascorse in auto, in fila al semaforo, che Roma si lascia guardare, per giorni, per anni, e si finisce per assumerla passivamente come una droga, della quale poi non si riesce più a fare a meno, quindi io sono un tossicodipendente di Roma, questo è il mio rapporto con Lei.

 

La peggiore affermazione scritta sul tuo libro/la peggiore domanda posta da un giornalista?

La peggiore affermazione scritta su libro l’ho vista su un inserto “Lettura” del Corriere della Sera in fondo ad un articolino a firma di un certo Alessandro Trocino; non ho avuto modo di conoscerlo, però a intuito mi sento di quotarlo anche per l’altra classifica, quella delle domande peggiori; sono certo che potrebbe ben figurare anche lì. Ma voglio ricordarmi anche delle cose belle e degli articoli che hanno contribuito a far crescere l’attenzione intorno a “Dentro”, come quello monumentale di Videtti su un numero estivo del Venerdì, prima ancora ci fu Paladini su Panorama, poi Cotroneo, Quaranta, Onofri, e La Porta sui rispettivi quotidiani, Michela Murgia che su Repubblica mi ha regalato una recensione spaziale, e infine le parole indimenticabili del maestro Goffredo Fofi su Internazionale.

 

A conclusione di questa chiacchierata un’ultima domanda me la voglio rivolgere da solo, in un eccesso di slancio, che spero mi perdoneranno i lettori di questa intervista: stai lavorando a qualcos’altro? Cosa dobbiamo aspettarci per il futuro prossimo?

Un romanzo per Einaudi, il mio primo romanzo. A presto.

 

Sandro Bonvissuto, Dentro 

 

© Nuove Tendenze 2014



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