Per parlare del pensiero e dell’opera di Pierluigi Fresia non basta una mostra, né un’intervista, semplicemente perché essa è incredibilmente complessa. Nulla è come appare, nel suo lavoro e, per l’artista, nel reale.

La verità esiste, ma nelle infinite forme del reale. L’illusione di catturare un’immagine in un istante, di conoscere le risposte, di sapere chi siamo, la soggettività del tempo, il caso e l’esistenza, sono temi cari alla poetica di Fresia e possono avere voce e forma solo attraverso le sue creazioni.

 

Pierluigi Fresia è nato ad Asti nel 1962, vive e lavora a Pino Torinese.

Attivo in Italia e all’estero dal 1993. Le sue opere fanno parte di importanti collezioni d’arte private, di fondazioni e musei – tra cui la GAM di Torino – e sono state presentate in numerose fiere d’arte. Nel corso della sua carriera ha esposto in molteplici spazi pubblici e privati. Tra le personali si citano: Galleria Martano, Torino nel 2013, 2010, 2004, 1998; Galleria G7, Bologna, 2008, 2003 e 2000; Museo d’Arte Moderna e Contemporanea, Mombercelli, 2011; Galleria Milano, Milano, 2009; Galleria Leonardi V-idea, Genova, 2000. Si ricorda inoltre la sua presenza alla XXIV Biennale di Scultura di Gubbio, alla rassegna Fotografia Europea 2010 di Reggio Emilia.

 

fresia

INTERVIEW

Mercoledì 26 febbraio

Tiziana Tommei > Pierluigi Fresia

 

T.T. Cos’è per te la fotografia?

 

P. F. La fotografia per me non è mai stata un mezzo atto a testimoniare un accadimento o un esistenza. La fotografia è il metodo umano più illusoriamente vicino ad una parvenza di eternità o almeno di una pausa nello scorrere del tempo, non parlo del tempo del soggetto, ma del tempo del pensiero che ha individuato il soggetto. Considero la fotografia un mezzo terribilmente devastante, un concentrato di irrimediabile e inconsolabile nostalgia.

In essa è la presenza di un eternità seppur illusoria che ci fa comprendere quanto sia improbabile e improponibile qualsiasi tensione che sfugga al flusso del tutto di cui siamo parte. Non si tratta di Nichilismo, perché anche quello sarebbe una tensione fuorviante, infatti l’asserzione puramente nichilista dell’inesistenza della verità non la condivido: penso che la verità esista al di là della nostra reale capacità di concepirla o vederla e capirla.

 

 

T.T. Com’è nata l’opera “Quando riaprì gli occhi lui replicò: ‘ho solo preso il posto di quello che sarei potuto essere”?

 

P. F. L’opera che citi è nata in due fasi distinte, la foto è stata scatta nel corridoio di in un vecchio Hotel di Bologna dove mi trovavo da solo, la riflessione invece nasce, come tutte le altre, così per caso come un affiorare di senso improvviso nel caos, senso quasi consolatorio per quel poco che può un illusione.

Le parole indicano e sottolineano in modo colloquiale la casualità del nostro esistere, del nostro essere chi siamo e chi gli altri credono noi siamo, la realtà, la NOSTRA realtà è solo una delle possibilità, la più probabile in quel determinato frangente che è la nostra venuta al modo.

Io SONO perché tutte le altre infinite possibilità hanno avuto meno chance di quella che mi fa esistere e mi farà cessare di esistere.

 

 

T.T. Come definiresti le tue opere sul piano formale ?

 

P. F. Fotografia e testo o testo e fotografia, formalmente, e sottolineo formalmente, sono opere concettuali nella misura in cui l’arte concettuale ha utilizzato e utilizza sovente l’immagine fotografica.

 

 

T.T. Quali sono le specifiche tecniche dei tuoi lavori ?

 

P. F. I lavori sono quasi sempre stampe inkjet altre volte Lambda su carta fotografica.

 

 

T.T. nella gestazione dell’opera viene prima, in ordine di tempo, l’immagine o la parola?

 

P. F. Come ho già detto, immagini e testo seguono via parallele, ma distinte, anche cronologicamente, e solo in un secondo momento si incontrano: un’immagine di tre anni fa può benissimo incontrare parole scritte ieri e viceversa.

 

 

T.T. Cosa rende tale un artista?

 

P. F. Questa è difficile … e l’artista è il soggetto meno indicato a dare una risposta. Forse, nel mio caso, mi ha spinto la sensazione che ci fosse qualcosa di altro oltre l’apparente, qualcosa di irrisolto che meritava di essere indagato, analizzato ed osservato. Un territorio che in fondo tutti conoscono, ma che rimane nel cono d’ombra del cammino umano, in quell’ombra che proprio in quanto tale rende più luminosa (non dico vera !) la realtà.

 

 

Grazie a Pierluigi Fresia

www.pierluigifresia.it

 



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