di Elisa Coppedè.

prima parte: Giovanni Colacicchi tra coraggio, guerra e arte

Intorno all’agosto del ‘44 la situazione a Firenze si fa sempre più complicata a causa dell’avanzata, seppur lenta, degli alleati che, minando le certezze dei tedeschi, stanno entrando nella città. Flavia Arlotta nei suoi ricordi ci descrive la città come ormai devastata, senza acqua, luce e senza un negozio aperto, dove gli ultimi tedeschi rimasti cercano con violenza estrema di mantenere il predominio. L’apice della sconsideratezza tedesca e il sintomo di una ormai bruciante sconfitta germanica è raggiunto il 3 agosto del 1943 quando vengono fatti saltare tutti i ponti della città all’infuori di Ponte Vecchio.

Proprio in questi ultimi momenti Colacicchi si trasferisce insieme alla famiglia in Piazza San Marco presso l’Accademia di Belle Arti che, considerata zona neutrale, accoglie le famiglie dei professori che lì avevano insegnato e tra cui riconosciamo quella di Felice Carena sistemata in un’aula di pittura, quella di Colacicchi collocata nell’altra, quella di Ennio Pozzi,  di Luigi Biagi e altri. In tutto sono sessantaquattro persone che nei periodi più bui si ritrovano a «mangiare i pesci rossi che stanno nella vasca del giardino fra gli studi di scultura e quelli di incisione» ricorda Flavia Alotta nelle sue memorie. Si fissa all’11 agosto la liberazione di Firenze anche se gli scontri specialmente sulle colline non si placano fino a settembre.

Colacicchi, proprio grazie al riconoscimento dell’aiuto dato in favore della liberazione, verrà poi nominato, dal presidente del Comitato di liberazione Toscano Ludovico Ragghianti, direttore temporaneo dell’Accademia in fase di riorganizzazione. In Accademia Colacicchi, oltre ad assumere il ruolo di direttore, che poi verrà esteso per molti anni a venire, prosegue il suo incarico di professore di decorazione continuando a dedicarsi con entusiasmo alla didattica dell’arte insegnata in maniera libera e appassionata. Nel suo studio sistemato di fianco all’aula in cui insegna, i suoi studenti possono vedere il pittore all’opera e proprio qui Colacicchi compirà alcuni dei suoi più grandi capolavori come Allegoria del cinematografo.

gc1Giovanni Colacicchi, Natura morta, 1943.

Nella produzione di Colacicchi durante i primi anni Quaranta troviamo soprattutto nature morte in cui oggetti naturali e boschivi, elementi identificativi delle lunghe camminate del pittore per il bosco di Vallombrosa, si fondono con il richiamo all’antico, sempre presente nelle sue opere, che in questi casi si connota di significati legati alla realtà tragica del momento: frammenti di busti, di statue, di bassorilievi riportano alla mente, infatti, la furia della guerra e la distruzione di Firenze ma sottolineano anche l’attenzione verso la bellezza, frammentata ma perfetta, che sfugge al nichilismo e alla distruzione causata dall’uomo.

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Giovanni Colacicchi, Anagni con il palazzo di Bonifacio VIII, 1945.

Questo carattere di felicità, speranza e serenità viene esaltato e bloccato, quasi a volerlo fissare eternamente, nei paesaggi raffigurati da Colacicchi in questi anni, dove l’atemporalità della natura e la bellezza della storia diventano protagoniste, facendo dimenticare la miseria e la tristezza dei luoghi reali.  Il pittore si rifugia in quegli angoli di Anagni in cui può evocare ancora il sentimento di arcaicità, di genuinità, di gioia di vivere, dove la natura eterna e immutabile diventa il punto fermo rispetto all’instabilità provocata dalla guerra.

gc3Giovanni Colacicchi, Niobidi, 1946.

È solo nella pittura di figura umana che la tragicità evocata nelle nature morte e rifiutata nella pittura di paesaggio si mostra nella sua drammaticità. Avendo già parlato del San Sebastiano che con pittura grassa e materica allude ai torturati e ai giustiziati, possiamo adesso rivolgere l’attenzione verso le Niobidi del 1946, quadro raffigurante la morte di tre donne, che come suggerisce il titolo vengono riconosciute in alcune delle figlie di Niobe uccise dalle frecce scagliate dagli dèi. La pennellata è agile e vigorosa e ci ricorda, con le dovute differenze, il soggiorno romano di Colacicchi nel 1938 e l’amicizia con gli esponenti della Scuola Romana, Mario Mafai e Renato Guttuso.  In questo caso, rispetto al San Sebastiano del 1943 i corpi sono fugaci e lacerati dalle ferite quasi a voler esprimere quel presagio di morte che si era ormai irrimediabilmente concretizzato. Raggiunto il culmine della sofferenza con questa opera, gli anni a venire ritroveranno nelle forme e nei corpi la bellezza florida e prosperosa delle opere precedenti la guerra, e la speranza nelle capacità dell’uomo e nella dignità umana tornerà ben salda nelle convinzioni di Colacicchi. Capiterà, però,  a volte, di notare in alcune sue creazioni una certa inquietudine di fondo, un retrogusto amaro, indice di un vissuto impegnativo e problematico; di una “vita” che certo non si può scordare.



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