Di Anna Laura Longo

Federico Costanza compositoreConsideriamo come  presupposto il fatto che ascoltare voglia dire “farsi capienti”. E’ a partire difatti da una condizione di capienza (e di viva accoglienza) che si puo’ innescare un presupposto di vicinanza con il materiale sonoro o con uno specifico “tessuto” musicale. Da questa considerazione preliminare vorrei si dipanasse la tua personale posizione inerente la dimensione dell’ascolto.

FC – La dimensione, o meglio “lo stato” di ascolto è per me essenzialmente un processo di scoperta nel quale l’ascoltatore partecipa alla vita del suono, e se vuoi, egli è come un “testimone” che entra in contatto e in reazione a questa vibrazione.

Certamente questo “stato” investe chiunque (chi compone, chi suona e chi ascolta), ma è importante aprirsi a questo ascolto, essere in viva accoglienza come tu dici. Siamo senza dubbio corpi (per intero) che reagiscono, e questa esperienza del suono può metterci in contatto con i nostri limiti. Ecco, credo bisogna vivere questo contatto come un tentativo di aprire delle porte o quantomeno essere consapevoli di sentire queste porte chiuse per iniziare poi un percorso di cambiamento. Ovviamente quando mi riferisco al suono non lo intendo separato in parametri, bensì lo considero una materia che tocco e che mi tocca, che ascolto e attraverso la quale ho esperienza delle cose del mondo. E che, attraverso una pratica quotidiana (sia come compositore sia come esecutore) mi permette di avvicinarmi a qualcosa.

 

Epicentro, acme, Forma compiuta. Ruotano attorno a questi termini anche i concetti di controllo e/o libertà del gesto compositivo. Vorrei sapere se secondo il tuo parere i livelli di fusione (o di mera prossimità) col suono possono venir condizionati da una precisa scelta di direzione di scrittura o, in altri termini, dall’assunzione di un particolareggiato progetto organizzativo della pagina musicale.

FC Credo di aver sempre pensato, più che a forme compiute, a come inventare o immaginare un suono (suono come materia che ha la sua necessaria durata e le sue relazioni interne) e successivamente lavorare a uno spazio, plasticamente chiaro, nel quale farlo agire. Certamente il lavoro consiste nella traduzione di questo suono in questioni pratiche e tecniche, e in scrittura nel caso di opere scritte. In codice che possa manifestare l’energia del suono immaginato. Posso dirti che il lavoro e la sperimentazione fatta di persona o a stretto contatto con i musicisti su uno strumento, per esempio, mi rivela le questioni tecniche e i processi che il suono richiede. E da qui mi concentro sulla costruzione dello spazio che dovrà accogliere il suono come anche degli ostacoli e delle gabbie al suono stesso e che hanno funzione di dare movimento e vibrazione. Quindi uno sviluppo di un processo che conduca (esecutore ed ascoltatore) a momenti di forte intensità.

 

Federico Costanza e il toy pianoE’ stato recentemente trasmesso su Rai Radio3 ‘Il canto di un Mangiasuono’, lavoro orchestrale di cui desidererei conoscere i connotati. Puoi tracciare una micro-storia di questa composizione?

FC – ‘Il canto di un Mangiasuono’ mi è stato commissionato dalla Fondazione Teatro La Fenice ed è stato eseguito al Teatro Malibran di Venezia lo scorso maggio 2013 dall’Orchestra del Teatro La Fenice sotto la direzione del M ° Stefano Montanari.

È un lavoro che ho sviluppato su un’idea di suono ben precisa: quella di una spensierata melodia divorata. Un canto-suono affidato ad alcuni strumenti gravi dell’orchestra, che viene continuamente ostacolato, masticato, nella relazione con altri contesti timbrico-sonori. Il Mangiasuono è un’entità che ha la sua voce, e in questo brano cerco di costruire un luogo dove poterne manifestare il canto. La costruzione di un luogo sonoro si svela, ad esempio, con il continuo lavorio sulla campitura sonora, affidata alla sezione degli archi, e che nella relazione e nel confronto con il canto (una serie di piccole figure musicali) ne manifesta le sue energie, i suoi movimenti nello spazio costruito da questo continuo processo.

Sto ancora riflettendo e ragionando sul brano a distanza di mesi dalle due esecuzioni e attualmente sto rielaborando alcune sezioni della composizione per realizzarne la versione definitiva, anche grazie all’esperienza fatta durante le prove a stretto contatto con il direttore e l’orchestra.

Inoltre questa occasione mi ha dato la possibilità di conoscere e vedere all’opera il M° Stefano Montanari, un musicista incredibile che è riuscito a lavorare assieme all’orchestra della Fenice con una serietà e musicalità che mi hanno insegnato molto, e con il quale mi sono confrontato durante tutte le prove. È stato molto interessante discutere con lui anche di strumenti antichi e barocchi; come saprai il M° Montanari, oltre che direttore, è anche un violinista di grande esperienza nell’ambito della musica barocca e con il quale si è discusso di una relazione fra strumenti antichi e musica d’oggi; e come abbiamo ipotizzato con Montanari, mi auguro presto possa nascere e svilupparsi concretamente un progetto insieme.

 

Dai confini orchestrali il passo si muove in direzione dell’esiguità timbrica di uno strumento come il toy piano, su cui hai sviluppato un tuo progetto…

FC – Sì, il pianoforte giocattolo è uno strumento che amo molto. Sono attratto dai forti limiti che questo piccolo strumento m’impone sia come compositore sia come esecutore. Da anni sto conducendo alcuni lavori sul pianoforte giocattolo per studiarne il suono, cercando di superare i vari stereotipi legati alla sua natura. È di certo un giocattolo, ma io lo assumo nel mio lavoro come uno strumento dal carattere fortemente magico, rituale e che mi permette di costruire e scoprire un suono essenziale.

Ci sono vari tipi di pianoforte giocattolo che hanno differenze timbriche fra loro, personalmente preferisco i rari modelli francesi Michelsonne (http://en.wikipedia.org/wiki/Michelsonne)per il loro suono inimitabile e profondo; inoltre con l’ausilio della elaborazione elettronica questo strumento rivela possibilità e spazi interni molto interessanti.

Dopo varie esperienze ho iniziato a sviluppare un progetto su una piccola opera da camera sul tema della relazione tra un fratello e una sorella su frammenti tratti da E. A. Poe e dove il pianoforte giocattolo ha un ruolo principale all’interno di un organico già molto essenziale costituito da una voce femminile e da un basso elettrico. Intorno a questo progetto, recentemente ho sviluppato un brano satellite durante la mia residenza presso lo ZKM | Istitut für Musik und Akustik di Karlsruhe, dove ho lavorato alla prima versione di ‘Sister Bone Blues’ (https://soundcloud.com/federico-costanza/sister-bone-blues-demo-vers-1), un pezzo che utilizza un pianoforte giocattolo amplificato (modello Michelsonne), una lastra metallica con attuatori, elaborazioni elettroniche in tempo reale. Questa versione è strutturata in quattro momenti di improvvisazione controllata che evoca il rapporto fra i fratelli Madeline e Roderick Usher (da ‘La caduta della Casa Usher’ di Poe). L’intero susseguirsi dei momenti può essere considerato come la storia di una sorella sepolta viva nella tomba e un fratello che sente il suo canto o forse “le sue urla silenziose”. Ho eseguito personalmente questo lavoro durante una diretta radio per la SWR presso lo ZKM.

Attualmente sto lavorando ad un altro “satellite” del progetto, ‘Brother Bone Blues’, un lavoro per pianoforte giocattolo amplificato, elaborazioni elettroniche dal vivo e basso elettrico preparato, dove cerco di sgambettarmi e cadere suonando tutto il set strumentale ed elettronico.

Infine, per continuare a sviluppare ulteriormente il mio studio su questo strumento giocattolo, sia come autore sia come performer, ho fondato insieme ad un’altra musicista, Lucia D’Errico (chitarrista e bassista) un duo un po’ particolare per le sue sonorità: pianoforti giocattolo amplificati e basso elettrico. Questo è un duo che intende formare un programma di nuove opere per questo specifico organico e personalmente ho chiesto ad alcuni compositori, di cui stimo il lavoro e dei quali m’interesso, di scrivere dei brani appositamente per il gruppo. Abbiamo già realizzato concerti dove sono stati presentati alcuni di questi nuovi lavori e devo dire gli esiti si stanno rivelando molto interessanti.

 

Parliamo ora della complessa, ma vivificante interazione con il proprio strumento o più in generale dell’interazione con lo strumento (o organico) di cui si vuol mettere in evidenza la gamma di risorse più o meno conosciute o recondite. 

FC – Questa è una questione non semplice. Il pianoforte è lo strumento che ho studiato e su cui ho iniziato il mio percorso musicale. Ho avuto inizialmente qualche ostacolo quando ho iniziato a scrivere per questo strumento e in special modo quando si è trattato di lavorare a brani solistici, ma ho cercato una via personale. Una strada che mi permettesse di trasformare, al mio orecchio, il suono-pianoforte. Di lavorare sulla percezione di chi suona (il pianista con tutta la sua complessa sfera di relazioni gesto-suono-letteratura) e di chi ascolta questo strumento. Su questa intuizione ho lavorato in ‘Tintinnio delle ossa-linga’ (https://soundcloud.com/federico-costanza/tintinnio-delle-ossa-linga), un brano per pianoforte solo che considero un esercizio molto importante per la mia ricerca sonora su questo strumento.

Con venature diverse lo stesso discorso si può estendere nel lavoro su organici che pongono problematiche simili.

 

Tra assertività del sentire, purezza ed astrazione geometrica o radicalità ideativa quale flusso consideri più attraente o inebriante?

FC – Nessuno. Ho il solo interesse di sperimentare ogni volta la materia del suono e la sua possibilità di relazione, senza mai concedermi adogmi o opportunità.

 

Sei incline a pensare che esista una salubrità nel fare arte oggi? Parlo di una salubrità di tipo operativo (non necessariamente di risultato) Ed inoltre: in virtù della musica ti rendi conto di poter  raggiungere – o di aver raggiunto nel corso del tempo -  la costruzione di un quotidiano obliquo o rettilineo? Potrebbe essere naturalmente interessante ognuna di queste ipotesi.

FC – Credo che una pratica costante di quel fenomeno totalmente “inutile” qual è l’arte, possa mettere l’uomo in condizioni altre, e dunque generare diverse possibilità di relazione con le faccende quotidiane e con l’Altro.

 

© Nuove Tendenze 2014



Condividi
Copyright ©  2011-2017  Nuove Tendenze
Codice Fiscale 97361110584 - P.IVA 09009871006

Logo realizzato da Franco Avitabile