Intervista di Oriana Rispoli

Una conversazione con Marco Moretti è un’occasione preziosa. Noto critico d’arte, curatore con Antonio Paolucci e Vittorio Sgarbi di alcune importanti mostre sull’arte italiana del Novecento, Moretti racconta con verve e passione dei suoi incontri con scrittori, poeti e artisti contemporanei. Tra le personalità più affini alla sua sensibilità riconosciamo Mario Tobino, Lorenzo Viani, Dino Campana, Louis Borges, Giorgio Caproni, Ottone Rosai, Cesare Pavese. Nello studio fiorentino in Oltrarno, in una piccola strada fiancheggiante l’antico convento del Carmine, fra le tante cose noto un ritratto fotografico di Moretti riflesso nello specchio. L’immagine richiama alla memoria un topos dell’arte di tutti i tempi, la rivelazione dell’enigmatico “doppio” che è in noi… Moretti indaga il doppio in molti modi: innanzitutto con la ricerca dell’essere umano in ogni artista; poi con la ricostruzione dell’immaginario visivo, anche inconscio, di cui si sostanzia la produzione di ogni autore; infine esaminando gli sviluppi, i rimandi interni e le corrispondenze nella produzione di un artista alla luce del contesto storico-culturale in cui questi si colloca. Vengo a conoscere il metodo di analisi di Marco Moretti e il suo pensiero sui linguaggi artistici “sul campo”, mentre cura il catalogo, di prossima pubblicazione, delle opere di un pittore fiorentino. Gli rivolgo così alcune domande.

1. In questo periodo sei meno interessato allo studio dei grandi movimenti artistici, quelli con l’iniziale maiuscola, sui quali tra l’altro già tanto si è scritto e hai scritto. Adesso noto che ti concentri piuttosto sull’individuo, sull’artista maturo ma non necessariamente celebre e ne decifri il DNA…
Sì; ho scritto anche su artisti e scrittori che sono pietre miliari nella cultura del Novecento. Poi varie contingenze, in primis l’amore per la ricerca, mi hanno portato a scandagliare personalità inedite o poco conosciute che per determinate ragioni non sono finora emerse quanto il loro lavoro in realtà merita. Il secolo appena concluso è un ampio tessuto di cui conosciamo solo i risvolti più appariscenti, ma che tra le sue pieghe nasconde ancora molte sorprese costituite da sublimi intuizioni, opere di pregio, collegamenti imprevisti. Coni d’ombra che nascondono artisti di grandi meriti, i quali spesso hanno badato più a lavorare che a farsi conoscere, accomunati da un DNA refrattario alle ambizioni di mercato. Personalità spesso bizzarre nei loro comportamenti caratteriali, che appunto offrono aspetti molto interessanti riguardo al lato umano oltre che documentario e critico della loro opera.

2. Il lavoro del critico (etimologicamente, dal greco ‘krino’, giudico, distinguo) comporta una scelta, un’interpretazione e conseguentemente un rischio e uno sbilanciamento. Ti sembra che la critica contemporanea sia fedele a questo impegno?
Sarò troppo drastico se affermo che oggi la vera critica non esiste più? Voglio dire che attualmente il “krino”, pur da sempre dipeso dall’ottica alterata del giudizio umano, sembra non esistere più, o almeno non come nel passato. Studiando i movimenti dell’avanguardia, non solo futuristi ma anche quelli del secondo dopoguerra, si possono leggere critiche atroci: cultori del figurativo contro gli astrattisti e gli informali; questi ultimi contro i sostenitori dell’arte figurativa, la quale al suo interno era divisa altrettanto polemicamente tra “visibilità oggettiva” e l’interpretazione più poetica del reale. Riguardo ai singoli artisti, si leggono stroncature da far rabbrividire. Adesso, anche il più sprovveduto e banale dei pittori, viene reclamizzato dalle televisioni commerciali e dalle pagine delle riviste d’arte, al rango di Maestro. Pochissime le voci che, in buona fede, perseguono l’analisi di un’opera d’arte. Contrariamente ai film, la cui critica, pur con la distorsione degli umani giudizi, viene espressa con la pagella spietata degli asterischi.

3. In che misura la conoscenza della tradizione e del classico aiuta il lavoro del critico nel valutare l’arte contemporanea?
Bisogna specificare cosa s’intende per arte contemporanea. Se per arte contemporanea s’intende un’avanguardia legata al concettuale, allora credo che le reminiscenze classiche della tradizione entrino un po’ a forza nel discorso. Se però per contemporaneità s’intende pittura e scultura figurativa, allora la conoscenza della storia dell’arte appare indispensabile per una corretta valutazione del percorso compiuto dall’artista, della sua correttezza formale da un lato e dalle auspicabili innovazioni stilistiche dall’altro. Dico sperabili perché ogni artista deve notoriamente saper connaturare la propria arte alla realtà del proprio tempo; la correttezza formale non basta. Un esempio di ciò che intendo per recupero moderno del figurativo, è la pittura di Lorenzo Bonechi, scomparso neppure quarantenne nel 1994. Le sue figure allungate, quasi neo manieriste, posano ieratiche sulla tela nei colori tersi che richiamano quelli dell’Angelico, in un silenzio d’attesa trascendente che s’incrocia con una stupefatta elaborazione metafisica. Credo che il suo esempio costituisca la migliore sintesi di modernità figurativa della nostra pittura negli ultimi cinquant’anni.

4. Molti degli artisti che hanno attirato la tua attenzione sono toscani. Si tratta del risultato di una selezione casuale o sei in grado di scorgere un comune denominatore in questa produzione artistica?
E’ inevitabile che ognuno si occupi delle cose di casa propria. La Toscana non occupa certo una posizione marginale nella storia dell’arte del Novecento. Basta pensare a Modigliani, a Severini, a Soffici, tanto per citare tre conterranei che trovarono la loro crescita spirituale nei fermenti della Parigi d’inizio secolo. Vi sono poi Viani, che pure andò a Parigi, e Rosai, che mai si mosse da Firenze, e che entrambi rappresentano i più alti esempi del peculiare espressionismo italiano. La Toscana è terra d’elezione anche per la scultura, poiché, oltre alla scuola del marmo di Carrara, vi fu a Firenze l’importantissima attività formativa di Libero Andreotti all’Istituto d’Arte di Porta Romana e di Domenico Trentacoste all’Accademia di Belle Arti, presso la quale si formò, tra tanti allievi meritevoli, Marino Marini. E nella stessa Accademia fiorentina fiorì tra le due guerre la scuola pittorica di Felice Carena, che attirò molti giovani da tutta Italia. Ogni periodo del secolo ha avuto artisti di diversa connotazione, quindi non parlerei di “comune denominatore”, considerato che nel secondo dopoguerra fiorirono pure, pur attaccate violentemente, diverse correnti astratte: da quella cosiddetta “del Tirreno”, pisana e livornese, a quella fiorentina degli “astrattisti classici”. E non direi neppure si tratti da parte mia di “selezione casuale”, quanto semmai una costante materia di studio in seguito a commissioni di saggi e di mostre, richieste nel tempo da varie istituzioni sensibili alla valorizzazione dei valori autoctoni.

5. Quanto conta per te nella conoscenza di un artista la possibilità di accostarti non solo alle sue tecniche, ai modelli, alle scuole ma anche al suo universo personale e umano?
Come dicevo ogni mia ricerca procede di pari passo tra critica e componente umana. L’arte riguarda l’analisi esercitata soprattutto in chiave storica, di scuole e di modelli oltre che di particolari inerenti alle varie tecniche. Ho sempre avuto grande interesse per i meccanismi costruttivi da cui prende vita ogni opera d’arte, sia essa un quadro, una scultura o un semplice manufatto, anche perché fin da bambino ho respirato l’ambiente artigianale della fabbrica di mio padre, ceramista. Da lui ho ripreso, inconsciamente, questo amore per l’arte attraverso il lavoro artigianale, nella scia del quale ho assorbito l’amore per le capacità di artisti che vi operavano, intenti soprattutto al loro lavoro. Seguendo questa spontanea predilezione, ho conosciuto fior di scultori come Antonio Berti, allievo di Andreotti e ritrattista insigne; Quinto Martini, sodale di Ardengo Soffici, Bruno Catarzi e Renato Bertelli, allievi assieme a Marino Marini nell’aula accademica di Trentacoste; il pittore Alvaro Cartei, amico di mio padre, grande disegnatore e pittore eclettico, ma incapace di vendere un solo quadro. E Silvio Loffredo, artista internazionale operante fuori dagli schemi.

6. Oltre alla frequentazione di pittori e scultori, è vivo in te anche l’interesse per figure letterarie come quelle di Mario Tobino e, soprattutto, di Dino Campana. Come è nata questa passione che, nel caso di Campana, ti ha anche portato a cimentarti nella regia cinematografica?
Ogni mio scritto articola le varie componenti in una preordinata forma di regia. La connessione dei vari elementi, critica, universo umano eccetera, è sostenuta da un particolare vincolo con la scrittura. Parte tutto da lì, da questo amore consolidatosi fin dalla prima gioventù tramite la lettura dei testi del Novecento italiano. Ho poi avuto la fortuna d’incontrare sulla mia strada due veri galantuomini: il poeta e scrittore trentino ma fiorentino d’adozione Gino Gerola, amico di Rosai, e il giornalista Gastone de Anna, che allora dirigeva la rivista «Toscana Qui», alla quale appunto, grazie a loro, cominciai a collaborare all’inizio degli anni Ottanta con lunghi articoli riguardanti incontri e profili di protagonisti del Novecento. Da Soffici a Prezzolini, da Bilenchi a Bonsanti, da Tobino a Caproni. Nel 1974, avevo scritto e girato a mie spese un film sceneggiato – il primo – sul poeta Dino Campana. Un’impresa che era durata quasi due anni – più uno di ricerche e di preparazione del testo e della sceneggiatura – la quale mi aprì l’universo del primo Novecento, sia sul versante artistico sia su quello letterario, del quale poi approfondii ed ampliai i miei studi fino agli anni tra le due guerre e le successive avanguardie giungendo al contemporaneo. Un film che in quei preziosi anni mi attirò la simpatia – finché uno è giovane ha sempre la simpatia dei più anziani – di molti artisti, poeti, intellettuali. Posso dire che Campana lo conoscevo da sempre. La lettura dei «Canti Orfici» operò la catarsi creativa che portò poi a prendere il coraggio a due mani e fare quel film, il quale vinse, nella sua unica uscita, un premio nazionale nel Gargano. Fu un’esperienza straordinaria che segnò per sempre la mia vita, avviandola stabilmente allo studio dell’arte e della letteratura di quel secolo così tragico eppure così affascinante.



Condividi
Copyright ©  2011-2017  Nuove Tendenze
Codice Fiscale 97361110584 - P.IVA 09009871006

Logo realizzato da Franco Avitabile