Di Oriana Rispoli.

Filippo Burchietti

Ho incontrato il Maestro Filippo Burchietti, violoncellista toscano dalla vivace personalità artistica e dalla vasta esperienza concertistica e didattica, durante le prove per le sue prossime esibizioni tra Toscana (Prato, Concerti di Primavera) e Liguria (Festival di Cervo).

Già soltanto l’espressione del viso, intensa e radiosa, lascia trasparire la passione di Filippo per la musica. Questa passione è accompagnata, come capiremo via via dalla conversazione, da una forte consapevolezza del ruolo dell’artista nella società, fondamentale per comprendere e comunicare i valori universali dell’arte e per tramandare una tradizione culturale di incommensurabile importanza per ogni generazione che ne è depositaria.

Per fare musica oggi in Italia ci vogliono sicuramente passione e cultura, ma anche notevoli doti di tenacia e di ottimismo, indispensabili ormai per affrontare le infinite difficoltà che s’incontrano quando si opera negli ambiti della formazione, della promozione e della valorizzazione del patrimonio musicale.

Filippo, con la lucidità della sua analisi, ci indica la via per superare questa impasse.

 

Incominciamo dalla tua attività concertistica, in particolare dalla musica da camera. Sei il violoncello del Quartetto Foné con Paolo Chiavacci, Marco Facchini (violini) e Chiara Foletto (viola). Di questo noto ensemble sono state più volte sottolineate dalla critica internazionale la perfetta armonia esecutiva, la lettura approfondita e precisa, la capacità di ricreare le atmosfere che fondano le opere eseguite. Quali sono i vostri progetti attuali, considerando il vastissimo repertorio del Quartetto che spazia dal Settecento al Novecento e che include tra l’altro prime esecuzioni di compositori contemporanei?

Nei primi mesi dell’anno abbiamo avuto la fortuna di collaborare con Pietro De Maria, collaborazione cominciata già diversi anni fa e che è sempre più stimolante e di grande soddisfazione; con lui suoneremo ancora a Prato il 23 maggio e poi al Festival di Cervo l’11 luglio prossimi.

Poi abbiamo in progetto collaborazioni con nomi prestigiosi quali Ivano Battiston, Gabriele Mirabassi e Giovanni Sollima, su progetti in cui svilupperemo la nostra ricerca su repertori non solo classici.

Ma il progetto che ora ci sta più impegnando è quello sulla riscoperta della prima Società del Quartetto italiana, nata a Firenze nel 1861, e delle idee visionarie del suo fondatore, Adriano Basevi; progetto che vedrà attuazione l’anno prossimo nel corso delle manifestazioni del 150°anniversario di Firenze Capitale.

 

Hai dedicato molta della tua ricerca di interprete a opere classiche che rappresentano dei capolavori assoluti, come i quartetti e i quintetti di Schubert (tra cui i celebri “Die Forelle” e “Der Tod und das Mädchen”) e di Beethoven: come intendi la tua missione di musicista nel far conoscere e trasmettere questo patrimonio artistico di assoluto valore?

Parlare di missione è il termine giusto, specie in Italia dove fare il musicista sembra ancora solo un hobby per chi ha tempo da perdere.

Chiunque sperimenti quanto ci sia di bello, immortale e formativo nelle opere di questi grandi geni, non può tenere queste scoperte per sé: sono fonti inesauribili che sarebbe un gravissimo peccato non condividere, oltre al fatto che nel condividerle se ne assapora ancora di più il valore.

 

Oggi un rischio reale, profilato anche dal musicologo americano Lawrence Kramer, è che i giovani si allontanino dall’ascolto e dalla pratica della musica classica. A tuo giudizio, attraverso quali canali o modalità si può ricomporre questo rapporto in crisi?

Fortunatamente ci sono segnali in controtendenza riguardo all’allontanamento dei giovani dalla musica classica, e comunque ovunque si riesca a comunicare e a far conoscere questo mondo si hanno risposte incredibili, a dimostrazione del fatto che molti giovani sono solo ignoranti, nel senso che ignorano la musica cosiddetta forte.

Quindi la responsabilità è della scuola, ma ancora prima degli adulti che per primi non hanno avuto la possibilità di conoscere questo mondo: già la mia generazione è musicalmente molto ignorante, veniamo da decenni di sottocultura musicale, nei quali la musica è diventata quasi esclusivamente un rumore di fondo, uno stimolo agli acquisti nei supermercati, un calmante nelle attese nelle sale d’aspetto.

Naturalmente la responsabilità è per la maggior parte di quei miopi dirigenti politici che non hanno colto nella musica le grandi capacità formative e civilizzanti, capacità che hanno permesso a nazioni che nel dopoguerra erano messe molto peggio di noi (guarda la Germania) di creare una cultura popolare, una coscienza di popolo capace di grandi scelte e grandi progressi economici e sociali.

 

Visto che tu esplori con grande apertura e curiosità le tradizioni musicali più varie, dalla musica classica e contemporanea al folk, rock, etnico, kletzmer e jazz, quale di questi generi ti appare in questo momento più dinamico e innovativo, riuscendo al contempo a rimanere vicino al pubblico e a coinvolgerlo?

Ho avuto la fortuna di suonare con grandi musicisti provenienti dai più disparati generi musicali e questo ha confermato l’idea che non ci sono generi musicali migliori di altri, ma che c’è musica bella o brutta e esecutori bravi o no, e che il pubblico partecipa con passione se può ascoltare musica bella suonata bene e nella giusta cornice, qualunque sia il genere. Come in cucina: buoni ingredienti cucinati bene e posti in piatti e locazioni che permettano di assaporarli. Naturalmente ci sono anche i gusti personali, o i generi che sono più adatti a una situazione piuttosto che a un’altra: proprio Kramer descrive benissimo le diverse funzioni che possono avere i diversi generi musicali nei vari ambiti sociali.

Quello di Kramer è un libro che consiglio a tutti i musicisti, sia quelli classici che vogliono avere conferme sull’importanza e attualità della musica “forte”, sia per i musicisti rock, pop jazz etc. che vogliono scoprire e ribadire l’importanza culturale della loro musica.

 

Negli ambiti concertistico e didattico in cui da molti anni sei attivo come musicista classico, quanto ti senti condizionato dalla situazione che stiamo vivendo in questo periodo, anche in rapporto, ad esempio, alle recenti riforme dei conservatori e scolastiche?

Purtroppo devo ancora consigliare ai miei migliori allievi di emigrare! Questa è la situazione: le orchestre chiudono, le associazioni concertistiche sono in perenne affanno economico, la riforma dei conservatori, che poteva essere uno stimolo al rinnovamento, è praticamente inattuabile per il fatto che il miglioramento della cultura musicale, anzi della cultura in generale, necessita dell’introduzione dell’insegnamento serio della musica a partire dalle scuole materne (le nazioni progredite insegnano). Come può una riforma partire dalla testa, se le fondamenta sono argilla sulla sabbia!

Che altro dire? Soltanto una grande passione, e la convinzione che l’arte musicale sia davvero una potente arma per migliorare il mondo in cui viviamo, ci possono dare la forza e il coraggio di andare avanti.

 

In che posizione si trova attualmente l’Italia, rispetto agli altri Paesi d’Europa, nella promozione, valorizzazione e diffusione tra più giovani e tra tutta la popolazione, della musica classica come patrimonio culturale, strumento educativo e formativo?

Secondo diversi studi siamo al penultimo posto, prima della Grecia. Considerando la nostra storia, l’immensa ricchezza da cui potremmo attingere, è semplicemente scandaloso. Ricordo le denunce e le giornate di studio propositive della “Musica e Cultura” promossa nel ’95 dal M° Farulli alla Scuola di Fiesole (il primo convegno “Musica e Cultura è del 1966!), e le promesse fatte dai politici di turno; tutto dimenticato, accantonato da tutte le dirigenze politiche che si sono succedute fino ad oggi come fossero questioni di  poco conto: prima l’economia, i posti di lavoro etc. Ora tutti gli studi economici dimostrano che l’investimento nella cultura e nell’educazione risulta l’investimento con maggior resa che si possa fare, proprio nella prospettiva di creare posti di lavoro, e specie in Italia. Quanto vogliamo aspettare ancora?

 

Sempre Kramer afferma che la musica classica “rende tangibile l’emozione, dando una forma sensibile e riproducibile a un qualcosa di transitorio e interiore”, inoltre “separa l’emozione dalle circostanze e dalle motivazioni specifiche, conferendole un’indipendenza che è una forma di piacere in sé”. Come si può fare capire il valore della musica classica a chi, oggi, è travolto dai ritmi frenetici e da un approccio consumistico, e non è più in grado di ascoltare se stesso e di conoscere questa forma di piacere?

 

Ribadisco che l’educazione è il primo e più importante strumento: imparare a leggere le manifestazioni artistiche delle più antiche civiltà, del nostro immenso patrimonio artistico, come imparare a riconoscere i capolavori della musica di tutti i tempi e di tutti i generi è il primo passo. Poi ci vogliono le occasioni per poterne fruire, e che siano “vive”: è evidente quanto la comunicazione musicale necessiti dell’esecutore vivo, come un medium, come un mago capace di far rivivere geni come Bach, Mozart, Beethoven. Quante persone incontriamo che non hanno mai avuto l’opportunità di ascoltare un concerto, o di ammirare un’opera d’arte, e che vengono stupite, a volte addirittura sopraffatte, dall’emozione della scoperta di una dimensione nuova.

Purtroppo questo mi capita troppo spesso, anche se per me è motivo di grande soddisfazione e stimolo a continuare questa missione.

 

In tempi recenti si è diffusa la tendenza di proporre ascolti di musica classica in contesti insoliti, non istituzionali (parchi naturali, spazi urbani, ospedali, carceri). Qual è la tua opinione a riguardo? Ritieni che in particolare alcuni di questi luoghi possano diventare veicolo privilegiato per la conoscenza della musica classica?

Ogni occasione per presentare l’arte è positiva, e queste insolite collocazioni aumentano la possibilità di incontrare quelli che mai hanno avuto “occasioni d’arte”; certo il contesto è importante: un quadro sotto una pessima luce, o dietro frotte di turisti di passaggio, come una pietanza delicata servita in un luogo dove c’è puzza di fumo, è più difficilmente apprezzabile. Quindi anche per la musica, bisogna dare agli ascoltatori la possibilità di ascoltare senza rumori esterni, e quindi partecipare al concerto con la propria attenzione e il proprio apprezzamento positivo o negativo.

Proprio Kramer testimonia di una violinista che suonava una partita di Bach in un andito della metropolitana di New York (in teoria il luogo peggiore in cui suonare con un violino solo) e del capannello di persone che, stupite da tale perla, con la propria partecipazione attiva avevano creato un ambiente protetto, un mondo a parte, nonostante il rumore dei treni e il passaggio di centinaia di persone affrettate; era evidente che le persone attratte da Bach, dal violino e dalla violinista sono cadute in una sorta di magia, attirate forse anche dalla possibilità di “guadagnare” un po’ di tempo per se stessi, il tempo incastonato nelle preziosissime note di Bach.

Una delle magie della musica, vero patrimonio dell’umanità.

 

 

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