Di Anna Laura Longo.

Un ascolto allargato delle tue musiche, finisce per rilevare, a parer mio, degli aspetti di discorsività geometricamente fluente. E’ mio interesse sapere se – accanto ad un margine esplorativo, che immagino accompagni di volta in volta la strutturazione di ciascun pezzo, facendone un mondo a sé stante – esiste una COSTANTE (o alcune costanti), per cui si possa parlare di “riconoscibilità” del tuo linguaggio.

Come premessa alla risposta va detto che la mia attività musicale procede parallelamente alla mia attività di docente di matematica in una scuola superiore. Anche se il mio lavoro di compositore non intende seguire rigorosamente un approccio logico deduttivo, o comunque far un uso esplicito di risultati e modelli matematici per sviluppare un pezzo, certamente si può affermare che, anche a livello inconscio, ma non solo, c’è un legame tra il mio modo di fare musica e il mondo della matematica, il mondo in generale della razionalità. Negli ultimi anni ho sempre più lavorato e pensato la mia musica come se fosse un organismo nel senso biologico del termine. Tale organismo ovviamente è formato da ulteriori organismi di livello inferiore che possono anche ricordare delle forme geometriche a struttura variabile: micro strutture costituite spesso da cellule melodiche, un accordo (o due), una certa disposizione degli strumenti, un determinato pattern ritmico. Tali strutture poi mutano, si trasformano e generano un insieme di forme che costituiscono la composizione, che come ho detto è un organismo complesso. E’ spesso possibile che ci siano anche tipologie diverse di queste forme, nel senso che non tutto è trasformazione di un micro organismo iniziale, o comunque di un’idea iniziale. In tal senso vorrei sfuggire all’imperativo categorico secondo cui il rigore costruttivo è il primum movens dell’attività di un compositore. Tornando alla scuola e ai miei alunni se presentassi gli argomenti di una lezione in forma assolutamente rigorosa, avrei senz’altro una risposta negativa e comunque rischierei di annoiarli. Tale metafora ovviamente non ha la pretesa di mettere sullo stesso piano due mondi e due esperienze che non necessariamente hanno le stesse logiche (la scuola e l’esperienza dell’ascolto), per cui  ciò che funziona in un contesto deve necessariamente funzionare nell’altro. Personalmente ritengo che questo approccio abbia un valore molto forte se non altro per un fatto di “deformazione professionale”.

 

E’ di qualche settimana fa il conferimento a Steve Reich del Leone d’Oro alla Carriera 2014. Mi risulta esistano degli addentellati, delle vere e proprie vicinanze tra il tuo pensiero musicale e le tipicità della musica americana. Puoi brevemente addentrarti in questo argomento?

Certamente: la musica americana ha avuto una certa influenza sulla mia attività di compositore. Negli anni ho guardato con curiosità ai minimalisti e ai post minimalisti, alle loro trame sonore, all’importanza del ritmo e dei ritmi simultanei, all’utilizzo di organici desueti e non solo. C’è anche un impatto sonoro nella musica di questi autori che, al di là di dissertazioni estetiche, mi ha incuriosito e talvolta mi ha trascinato. Non per ridurre tutto ad una questione di epidermide, ma come in molte cose, l’aspetto intuitivo e quello di impatto hanno una loro importanza.

 

Emerge, in generale, la tua predilezione per gli organici “allargati”. Mi piace a tale proposito ricordare la composizione che porta il titolo Gioco delle parti, eseguita a Copenaghen (Danish Radio Concerthuset) ed ancora Movimenti nel bianco,  incisa dall’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano sotto la direzione di Alessandro Calcagnile. Ci tengo quindi a sapere qual è la tua personale visione di suono orchestrale: ad esempio quale compattezza o rarefazione persegui, quale interesse nutri per il contenimento e/o accrescimento del suono, quali valorizzazioni ti preme dare alla dovizia di dettagli timbrici ed altro ancora….

Ho certamente più interesse verso gli organici ampi e ritengo che siano più congeniali al mio modo di essere e di esprimere le idee attraverso la musica. Non ho nulla in contrario alla musica per strumento solo o ai duo: è una mera questione di predilezione personale. Mi esprimo meglio se ho a disposizione più strumenti. Non mi dispiacciono neanche gli organici formati da strumenti della stessa famiglia, per esempio gli ensemble di violoncelli, di clarinetti, ecc.

Poiché un altro motivo di interesse per me è l’elemento spazio, mi piacerebbe anche scrivere qualcosa che contrapponga due ensemble diversi ma omogenei per timbro: per esempio un ensemble di percussioni e un coro (maschile o femminile), o un gruppo di violoncelli (o anche archi) e gruppo di strumentini, ovviamente studiando la disposizione nel luogo dei due ensemble.

 

Una specifica domanda riguarderà ora la questione attualissima della progettazione di spazi musicali. Più estesamente sono interessata ad un possibile parere circa la necessità di fusione tra paesaggi ed architetture. Un argomento che si lega alla ben più ampia questione delle trasformazioni urbane. Fatta questa premessa, può esistere a tuo avviso una LUNGIMIRANZA rispetto alla conformazione di nuovi spazi sonori, soprattutto in direzione di un sempre più agevole (nonché rinnovato) ascolto? E come inoltre gli spazi già esistenti potranno eventualmente conoscere una rivitalizzazione, a patto che non siano meramente intesi come luoghi di attraversamento fisico e uditivo, ma come veri e propri contenitori per tragitti esperienziali ad ampio raggio?

E’ evidente che la musica contemporanea e classica, in genere, non godono oggi di ottima salute e lo dimostra l’interesse sempre minore da parte del pubblico. Uno dei molteplici tentativi che si fanno per attirare pubblico e soprattutto nuovo pubblico, è certamente quello di proporre differenti spazi d’ascolto. Su questo terreno si è provato di tutto, dagli scenari dolomitici ai chiostri delle chiese e dei conventi, dalle piazze raccolte dei centri storici ai giardini dei palazzi, dalle biblioteche ai centri commerciali e così via. Va detto che la musica talvolta ha bisogno di spazi specifici e che il modo in cui il suono si diffonde è centrale. La nitidezza del suono, la precisione, una riverberazione naturale  sono condizioni strategiche perché un pezzo possa essere apprezzato e possa lasciare traccia nell’ascoltatore. Il problema fondamentale della emorragia del pubblico è principalmente un problema culturale. Ma questo è senz’altro un argomento che merita una riflessione più ampia.

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Daniele Corsi con Federico Placidi

Ha preso avvio da qualche tempo un tuo nuovo progetto la cui origine si ritrova in un dipinto di Bosch. Quali possibilità e qualità di sviluppo sono ipotizzabili e quali compagni di viaggio si uniscono a te in questo percorso?

Si tratta di un lavoro basato sul famoso dipinto di Bosch “Il giardino delle delizie”. Lo scopo è quello di creare una drammaturgia dell’immagine attraverso la musica, che prevede come organico un violino, un violoncello e l’elettronica. E’ un lavoro a quattro mani e il mio compagno di viaggio è Federico Placidi, un musicista molto esperto e dotato che lavora soprattutto nel mondo dell’elettronica.

SI tratta di una commissione che ci è stata affidata da parte di un duo di Vienna formato dalle musiciste Edua Zadory e Ana Topalovic. Il lavoro si articola seguendo la logica della struttura del trittico di Bosch. C’è un’introduzione che rappresenta la Creazione e che si vede solamente richiudendo  i due pannelli laterali sul pannello centrale, di dimensioni più ampie. Poi c’è lo sviluppo dei tre pannelli, a cominciare da quello di sinistra che raffigura Adamo ed Eva, passando per quello di destra che rappresenta l’Inferno per poi terminare con il pannello centrale che dovrebbe raffigurare il Paradiso perduto. Lavoriamo da tempo alla stesura del pezzo, e siamo già ad un buon punto, definendo insieme ogni scelta. Procediamo, per fortuna, in piena armonia, mettendo noi stessi in discussione e cercando soluzioni che siano totalmente condivise. Va anche detto che creiamo in modo molto libero, con suggestioni che vengono non solo dalla musica colta e dall’elettronica ma anche dal mondo del cinema.

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Daniele Corsi con la violinista Edua Zadory (a sinistra) e con la violoncellista Ana Topalovic (a destra) al Forum austriaco di Roma

Sono pronta a chiederti – in chiusura – quanto e come la musica possa significativamente inserirsi all’interno di un processo di valorizzazione dell’interiorità.

L’interiorità è ovviamente un aspetto importante nella creazione musicale. Al di là delle discussioni sulla forma o sui contenuti, ci sono aspetti legati alla propria psicologia, alla “spiritualità”, che al di là del fatto che si sia credenti o meno, rappresenta certamente un elemento centrale nell’ispirazione di un musicista. Tuttavia nel mio caso l’interiorità è anche un conflitto tra il lato razionale del mio ego e la mia natura un po’ tormentata e  malinconica.

Profilo di Daniele Corsi

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