Intervista di Oriana Rispoli

Come hai incominciato a studiare la musica classica? Ci sono dei musicisti nella tua famiglia?

Nella mia famiglia non ci sono musicisti. La mia mamma, tedesca, è medico specialista in Medicina interna e lavora moltissimo, forse troppo. Il mio babbo, italiano, è stato professore universitario di Letteratura italiana (ora è in pensione). Non sono musicisti ma amano la musica classica. Ho cominciato a sei anni ad andare a lezione di pianoforte e i miei mi hanno comprato un pianoforte Schimmer nuovo. Nessuno in casa pensava, però, che dovesse diventare una cosa così seria. All’inizio suonavo poco, ogni due giorni una ventina di minuti, forse. Ma mi dicevano che facevo progressi veloci. Così a otto anni ho suonato a mente il Concerto per pianoforte e orchestra in re maggiore (Hob.XVIII:2) di Haydn. La mia insegnante allora voleva che vendessi il mio pianoforte e comprassi un coda, perché diceva che era tutta un’altra cosa. Per convincere i miei mi ha fatto esaminare da una professoressa, la Lipatova, direttrice a Kiev di un collegio per bambini prodigio. Mi voleva con sé a Kiev, ma i miei naturalmente si sono opposti e mi hanno comprato un pianoforte a coda. Poi la Lipatova mi ha detto che dovevo confrontarmi con gli altri della mia età in un concorso per piccoli pianisti. Il concorso più importante per noi di Monaco di Baviera era lo “Steinway-Karl Lang”. Mi sono messa alla prova e l’ho vinto. Poi un altro insegnante mi ha detto che avevo l’orecchio assoluto perché riconoscevo le note senza vederle. Così è stato consigliato ai miei genitori di pensare subito a una carriera di musicista e di mettere in programma lo studio di un secondo strumento perché più tardi mi sarebbe stato richiesto negli studi. La mia insegnante mi ha detto che il violoncello era in chiave con il mio carattere e il mio babbo me ne ha comprato uno usato, un tre quarti di violoncello. Ho diviso così il mio tempo fra il pianoforte e il violoncello, più pianoforte che violoncello, fino a dodici anni. Poi mi mancava il tempo e fra i due strumenti ho dato la preferenza al pianoforte. Ho però ancora nostalgia del mio violoncello. È rimasto un “tre quarti” e me lo tengo in stanza: ogni tanto lo guardo, ogni tanto lo suono, non sono andata avanti, ma non l’ho neppure dimenticato.
A nove anni la mia insegnante mi ha presentata a un professore famoso del Mozarteum, Karl-Heinz Kämmerling. Mi ha ascoltato in due brevi pezzi di Mozart e di Bach, mi ha suonato accordi e intervalli, poi mi ha detto che era contentissimo e mi ha preso nella sua classe di pianoforte. Soprattutto da quel momento il pianoforte è diventato il centro della mia vita. A dodici anni, poi, ho vinto un posto al Mozarteum nell’Istituto per bambini prodigio. Ma forse sono andata un po’ più in la della domanda che mi avevi fatto…

Che cosa ti attira in particolare, nello strumento che hai scelto di conoscere così a fondo?
Il pianoforte è uno strumento più completo degli altri, mi dà la possibilità di suonare tutte insieme le note musicalmente più importanti. Lo so che ha una sua voce difficile da tirar fuori, da far cantare, perché le dita battono sui dei martelletti e non vibrano sulle corde come nel violoncello, per esempio. E come strumento solista il pianoforte è il più solista di tutti e a me piace essere una solista.

Lo studio scolastico, sommato allo studio del pianoforte, ti costringono a sacrificare molte cose che ti stanno a cuore, oppure vivi con serenità e determinazione la scelta della carriera di musicista?
Frequento una classe di liceo classico che corrisponde in Italia alla quinta ginnasio, mi dice il mio babbo. Ho cominciato la scuola un anno prima del solito, a cinque annni. Certamente portare avanti le due cose, più vado avanti, più diventa davvero un problema. Ma suonare è diventato per me una necessità come dormire, mangiare e pensare. Certamente qualche volta è più duro del solito passare dalla scuola al pianoforte, qualche volta mi costa rinunciare a uno svago, ma sento dentro di me che lo devo fare. Poi arriva un concerto, gli applausi, tanti, e mi sento bene, felice. Se rileggo la tua domanda vedo però che mi chiedi se sono serena e determinata. Serena sono senz’altro e anche ambiziosa, vanitosa forse. Ti devo dire inoltre che se per qualche ragione dovessi smettere di suonare allora sí che che la mia serenità se ne andrebbe.

Qual è il rapporto con i tuoi insegnanti? Fino ad ora, chi ti ha dato di più, tra tutti quelli con cui hai studiato?
Io ho fiducia in loro, li stimo e loro credono in me, mi incoraggiano. Tra tutti, naturalmente, ho lavorato di più con il prof. Kämmerling, il mio professore di pianoforte. Quando a nove anni sono andata da lui, lui ha rinnovato, su basi per me nuove, la mia formazione tecnica, ha modificato la posizione della mia mano, ha insistito sul metro, sul tocco, sui vari tipi di pedalizzazione, sulle parole che si nascondono fra le note, perché si creasse in me l’abitudine a trattare le figure musicali come espressioni verbali. La nostra Meisterklasse al Mozarteum è una classe internazionale composta di allievi che vanno dagli undici ai ventotto anni. Il suo livello è molto alto. Lo studio universitario ufficiale con tutte le materie incomincia dopo i diciotto anni. Noi sotto i diciotto siamo però già stati ammessi, come eccezione, nella classe, dopo un esame, e così ne facciamo parte in tutti i sensi. Ciò vuol dire in pratica che ci dobbiamo confrontare tra di noi sotto l’occhio del professore per vedere a che punto siamo e allenare l’istinto di concorrenza. Il confronto avviene soprattutto in quelle che noi chiamiamo “Klassenstunden”, cioè saggi dei pezzi nuovi, generalmente a mente, davanti a tutta la classe al completo. Gli allievi vengono da tutte le parti del mondo, soprattutto Russia, Giappone, Corea, ma anche Francia, Germania, Austria, Turchia, Croazia, e Italia.
Ma specie negli ultimi semestri molto mi ha dato anche il prof. Firlinger, il mio insegnante di Armonia, educazione dell’orecchio e Direzione. È un professore proprio unico, sa tutto: sa improvvisare una fuga a quattro voci, riconosce tutti gli accordi che esistono a orecchio, è perfino spiritoso: ho imparato con lui a innamorarmi di cose che credevo noiose e che noiose non sono, come il basso numerato e il contrappunto. Con il prof. Brunner, insegnante di Improvvisazione, è stata dura: ho smesso di suonare solo quello che leggevo e mi sono messa a fantasticare sulla tastiera, prima male poi sempre meglio. Alla fine di aprile abbiamo fatto un bel concerto e io ho improvvisato sotto un film muto di Chaplin, The Emigrant.

Su quali aspetti della tecnica e dell’interpretazione pianistica ti concentri maggiormente?
Sull’articolazione, la dinamica, il fraseggio, il tocco, su tutti i tipi di pedalizzazione e naturalmente il metro. Anche per gli aspetti tecnici dell’articolazione e del tocco lavoro concretamente con esercizi nati dai vari passaggi del pezzo che sto studiando (e non con studi di Czerny o altri), esercizi datimi dal professore o qualche volta escogitati da me. Ad ogni modo la base del virtuosismo è rappresentata dagli studi di Chopin sia dell’op. 10 sia dell’op. 25 (per ora ne ho cinque in programma) e di Liszt (i sei d’après Paganini per es.). Anche lo studio delle ottave nasce dal concreto del pezzo, con esercizi suggeriti dal professore e tre o quattro presi da quelli della Scuola delle ottave Kullak. Il tutto a diverse velocità controllate sul metronomo. Questi principi generali vengono adattati alle mie capacità e influenzati dai miei risultati.
Per l’interpretazione la cosa più importante è trasformare le note in un discorso, in un racconto. Poi imprimere al pezzo musicale energia e spinta, indovinando il passo adatto. Sotto le note ci sono sempre delle parole che io devo scoprire per trovare dentro di me quello che l’autore ha voluto dire. Ma al centro di tutto è la bellezza del suono. Lo devo tenere sotto controllo e non solo con le orecchie, ma anche con la testa, senza però mai rinunciare alla mia spontaneità. Non è per nulla facile! I miei professori mi ripetono e mi ripetono che l’ascoltatore deve sentirsi a suo agio e sapere in anticipo dove io voglio arrivare, che cosa gli voglio fare scoprire.
Inoltre ascolto molta musica, da camera e sinfonica e molte interpretazioni autorevoli di grandi pianisti in CD.

Nel Carnaval di Schumann, uno dei brani del tuo già ampio repertorio, sono richieste molte abilità tecniche (ad esempio ci sono dei passaggi estremamente repentini dal forte al pianissimo, come in Paganini). In che modo hai affrontato queste sfide nella preparazione del pezzo?
Carnaval è stata una mia scelta. Nessuno lo suona a 15 anni, è una pazzia. Il mio professore non voleva. Io, però, avevo già suonato gli Intermezzi op. 4 e gli erano molto piaciuti. Insomma in un momento di debolezza mi ha detto sì, non convinto che ce la facessi. Era agosto dell’anno scorso, a dicembre me lo ha fatto suonare in un concerto pubblico a Ratisbona, alla fine di un suo corso di perfezionamento e ho ricevuto sulla Neu Musikzeitung (il giornale che arriva a tutti gli insegnanti di musica in Germania) un giudizio entusiasta.
Per rispondere ora alla tua domanda, sapevo bene che si trattava di una sfida tecnica per le ragioni a cui tu hai accennato, ma anche una sfida interpretativa, per il cambio continuo dei ritmi e dei colori. E proprio per questo mi ci sono buttata. Volevo sfidare me stessa. Hai sentito la registrazione del Carnaval di Sokolov a sedici anni, durante il concorso Ciaikovski, che poi ha vinto?
Appunto, le volate di crome in accelerando, i salti contemporanei e indipendenti delle due mani a rotta di collo in Paganini (e sono in molti a rompercisi il collo, specie in concerto), li ho provati con esercizi ad hoc, tirati fuori dal mio professore, ma soprattutto da me (sulla base degli schemi imparati da lui). Gli esercizi sono costituiti da gruppi di crome o biscrome ispirate al passaggio in questione, e ripetute con un accento sempre spostato dalla prima nota alla seconda alla terza e alla quarta del gruppo per permettere a ogni dita della mano di rafforzarsi e premere uniformemente, senza bucare o afflosciare. Dopo ogni gruppo, una pausa distensiva di un quarto. È solo un esempio. Forse non mi sono nemmeno spiegata bene. Bisognerebbe te lo facessi vedere sulla tastiera.
Per quanto riguarda i passaggi repentini dal forte al piano, vengono da sé, d’istinto. Ho solo dovuto provare e riprovare a non rallentare il tempo nel piano. Tu sai che la tendenza di tutti è di suonare un piano rallentando e un crescendo accelerando. Generalmente quando si va a lezione (ho lezione due volte al mese solamente) il brano deve essere già pronto, nel senso di già letto e suonato privatamente alla cosiddetta velocità di studio, più lenta, cioè, rispetto a quella prevista dall’autore. A lezione, poi, il lavoro si concentra sul controllo dei dettagli, da tutti i punti di vista, e sulla scelta della velocità finale di esecuzione, anche con l’aiuto del metronomo, di cui conosciamo ormai a mente tutte le posizioni.

Se suonassi in duo, a quale altro strumento vorresti unire il suono del tuo pianoforte?
Il violoncello, il violino anche e il clarinetto. Però la settimana scorsa ho fatto per la prima volta, per caso, l’esperienza di suonare insieme a una tromba il Concert-Etude op. 49 di Alexander Goedicke e mi è piaciuto molto.

Ascoltandoti dal vivo si capisce subito che hai una grande capacità comunicativa e che ti piace un rapporto diretto e spontaneo con il pubblico. Nei concerti rock, jazz e pop i cantanti e i musicisti molto spesso dialogano con la platea e la coinvolgono in varie maniere: a te viene in mente un modo in cui si potrebbe fare partecipare più attivamente il pubblico di un concerto di classica?
Mi piacerebbe molto dialogare con il pubblico. Qualche volta in casa o a scuola tengo banco, imitando i dialetti tedeschi, raccontando freddure e vedo che la gente ci sta.
Ma non si può naturalmente fare di numeri da rivista prima di un concerto di classica.
Non saprei, mi piacerebbe fare un po’ come so che fa la Gabriele Montero. Chiedere al pubblico di cantarmi un motivetto e improvvisare in maniera divertente su questo; trasformare un passaggio di una sonata, o altro in un ritmo di danza. Oppure altre cose divertenti come imitare lo stile di pianisti famosi, che ne so, Glenn Gould e Murray Perahia nel tema delle Goldberg-Variationen di Bach; o raccontare aneddoti curiosi sull’autore o sul pezzo. Bello sarebbe anche prendere qualche idea da Bernstein nei suoi Bernstein’s Young People’s Concerts alla Carnegy Hall.

Quali sono i tuoi compositori preferiti? Ti attrae la musica contemporanea?
Non ho compositori preferiti. E poi sono superstiziosa.
La musica contemporanea mi piace. Ho imparato ad apprezzarla suonando. Ma non conosco ancora bene capire come vorrei le forme della musica atonale. Forse perché sono molto ancora un’adolescente mi sento molto attratta dalla musica romantica e dal classicismo viennese.

Ti piacerebbe diventare compositrice?
Certamente e mi sto preparando.

Sei cresciuta e vivi in Germania, un paese in cui la musica classica è assai amata e diffusa, e molto eseguita anche a livello amatoriale. Ti senti stimolata, nel coltivare lo studio del pianoforte con tanto impegno e dedizione, da questo ambiente particolarmente fertile? Oppure ti sentiresti di vivere in Italia, portando avanti il tuo impegno pianistico senza preoccuparti della diversa capacità del Paese di apprezzare e sostenere ciò che stai costruendo?
La tua domanda sottintende un giudizio molto positivo sulla vita musicale tedesca. Non è proprio così. Se escludi le grandi sale da concerto, gli open-air, gli altri concerti sono frequentati male. E’ vero che in Germania c’è una rete molto fitta di scuole pubbliche di musica e gli insegnanti di musica fanno molte lezione private. Ma i più smettono presto di studiare uno strumento. Non conosco la situazione in Italia. Ma credo facilmente a quello che dici.
Il mio impegno sinceramente non ha molto a che fare con l’ambiente culturale del paese in cui vivo, ha a che fare con me. La mia formazione musicale è tutta sulle spalle economiche dei miei genitori. Il Mozarteum mi offre gratis le sue lezioni e strutture, ma tutto il resto – e non poco – lo devono mettere fuori loro. L’Italia è bellissima, è la metà della mia anima e del mio nome. Certo che ci vivrei volentieri continuando a costruire ciò che ho già cominciato.

Qual è il tuo pianista preferito?
Martha Argerich.

Sai già cosa farai prossimamente? Hai concerti in vista?
A fine mese di giugno ho un concerto a Berlino, a metà luglio a Monaco di Baviera, in agosto a St. Moritz e a forse anche a Seravezza (LU), il paese originario del mio babbo (dovrei suonare il Concerto per pianoforte e orchestra n. 3 di Beethoven)

Quali pezzi nuovi stai studiando attualmente?
La Sonata in si minore di Liszt, due Concerti per pianoforte e orchestra (quello in la minore di Schumann e il n. 3 di Rachmaninov), di Bach le Goldberg-Variationen e la Partita n. 5.



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