Albero di NataleDicembre, mese di raffreddori, mal di gola e regali di Natale. Stamattina in treno, nel tentativo di evitare il più possibile vicinanze perniciose di passeggeri scatarranti a destra e a manca, scorrendo lungo il corridoio in cerca di un vagone non troppo surriscaldato e vedendo, dopo qualche istante di bagno di folla, che forse mi sarei dovuta accontentare di uno strapuntino consunto, ho girato in lungo e in largo il mitico regionale delle 7 e 42, che da anni mi porta a lavoro. Nonostante la vita del pendolare sia veramente dura e cruda, adoro viaggiare in treno e non bastano i frequenti e un po’ stupidi “ci dispiace per il disagio”, a farmi cambiare idea su questo mezzo straordinario. Così, sudata, affannata e ancora un po’ assonnata, sono arrivata davanti ad una porta del treno veramente strana, che non avevo mai vista prima e che già ad un primo sguardo mi ha catturato l’attenzione. Una porta rossa, va beh sul treno siamo abituati a vederne di tutti i colori! Ma…anche morbida al tatto e deliziosamente profumata, questo è veramente troppo! Sogno o son desta? Giro piano la maniglia e mi affaccio perplessa e leggermente intimorita, quando un odore di croccante mi avvolge subito, unito al brusio di voci che si spande intorno. Allora, mentre sento che il treno sta muovendosi, mi decido ed entro. Qualche passo e sono accanto ad un esserino non ben inquadrabile nel genere di appartenenza e neanche nella specie. Da un cappellino di lana rossa, sbucano due teneri e piccoli orecchi rosa, coperti da una sottile e rada peluria, che mi ricordano subito qualcuno. Comunque, i suoi occhietti penetranti ammiccano allegri e, ancor prima che io possa aprire bocca, l’esserino mi ha già trascinato davanti al suo bellissimo banco stracolmo di oggetti non ancora ben identificabili, invitandomi a servirmi di qualcosa. “Parole antiche” dice l’insegna. Dentro anforine di vetro sottile e delicato, c’è una nebbiolina colorata e, fluttuanti in questo magma, galleggiano per ogni anfora una parola. Non sono parole facili da leggere: agorà, albagie, azzimato, baccano, macramè… Fosse qui con me Tano, il mio amico grande esperto di parole antiche, potrebbe senza ombra di dubbio, chiarirmi il significato di alcune di esse! Ma, appena mi riprendo da quell’iniziale senso di inadeguatezza, mi domando a che cosa possano servire tutte quelle anfore di parole antiche e a chi. Forse, penso, saranno articoli per collezionisti o per ricercatori o per scrittori di romanzi! E qui il mio amico dagli orecchi pelosetti mi giunge in aiuto, spiegandomi con grandi gesti, che nelle parole antiche c’è il Sapere, proprio quello con la lettera maiuscola, e che chiunque animato da curiosità e vivacità mentale adeguata, può appropriarsene con dedizione, pazienza e costanza: basterà aprire l’anforetta e dare così il via al processo.

- Bello! – dico io – e quanto costa un’anforetta? -

- Niente – dice lui.

- Niente? – ribadisco per essere certa.

- Certamente! Apprendere conoscenza, prima o poi, darà i suoi frutti e così pagherai il tuo debito alla comunità -

Più in là, si intrattengono un fitto capanello di persone, stranamente agghindate di cappelli sgargianti e guanti di tutte le forge e dimensioni, alcuni con strane corazze sulle spalle, motociclisti concludo ingenua, altri con grandi e rumorosi strascichi di perline e capelli intrecciati insieme. Mi avvicino incuriosita, mentre un tizio passando tira fuori da un immacolato telo bianco un fragrante e profumato bombolone alla crema. Con un sorriso me lo porge e va via. Che posto meraviglioso, penso, affondando il mio primo bel morso nella pasta dorata e succhiando un lungo fiotto di tiepida crema!

Mi faccio largo tra l’animato gruppo di personaggi e un secondo grande banco di questo inaspettato mercatino, si rende ora in parte visibile. Non riesco ancora bene a leggere cosa si vende, ma a giudicare dal grande uggiolio, deve trattarsi di animali, anzi per l’esattezza, di cani. Prendo lo slancio e mi butto più avanti…” Trova il tuo cane”, dice un cartello, ” Solo una carezza”, ne afferma un altro. Sono in prima fila e davanti a me si apre uno scenario che mi lascia senza parole: una miriade di barattoli, tutti impilati, fa bella posta su enormi scaffali e non se ne vede la fine. Su ogni lattina ci sono dei nomi: Briciola, Diana, Bella, Toga…  Ad un certo punto il mio cuore ha un sussulto! Lì a portata di mano leggo: Mezzanotte, l’inconfondibile nome del mio cane, che da quattro anni, ormai vecchissima, mi ha lasciata. Allungo la mano, ma il barattolo fa un salto ed è già tra le mie braccia, non sta fermo un attimo, si agita e tenendolo stretto al petto sento che emana l’infinita dolcezza di un’amicizia vera, meravigliosamente ritrovata. Il mio cane è qui, lo riconosco anche da quel suo inconfondibile odore di salamino. Ma come e cosa è successo? Come è possibile che tra mille e mille barattoli sia stata così fortunata da trovare subito quello mio! E com’è che esiste tutto questo? Apro il barattolo e come per magia questo diventa un batuffolo caldo e peloso che d’istinto stringo ed accarezzo; il coso mi guarda e senza udire verbo capisco che è Mezzanotte che mi ha trovato e che, solo per Natale, i desideri si avverano e gli amori, quelli veri, si rinnovano.

Questo mercatino di Natale è veramente fantastico! Sarà un vero peccato, stamani, arrivare a destinazione, ma tra non molto dovrò scendere ed è la prima volta che mi auguro che il treno faccia un po’ di ritardo. Con il mio batuffolo nero mi aggiro trasognata ancora tra una folla rumorosa e festante,  fino a che un cartello che dice “Da Fofò di tutto un popò ” alla lucchese, mi invita a scuriosare e ad attardarmi ancora.

Sei cavalli a dondolo grandi grandi sono disposti a semicerchio e vedo che c’è da fare una lunghissima fila perché, questa volta, la sorpresa è salire là sopra e farsi un giretto! È la Giostra dei Ricordi! Sul grande e colorato cartellone pubblicitario leggo: fate il vostro giro nella Giostra dei Ricordi e da lontano, da molto lontano verrà a voi un sorprendente avvenimento. Scelgo di tentare l’attesa sperando di fare in tempo a salire sulla giostra. Finalmente arriva anche il mio turno, ed ho ancora qualche minuto. Il viaggio che mi aspetta va al di là di ogni mia immaginazione. Sento una voce…

- O regina reginella, quanti passi devo fare per arrivare al tuo castello con la fede o con l’anello? -

Ecco, arriva il babbo! Il mio eroe torna a casa e, da in fondo alle scale, la sua voce allegra echeggia in una filastrocca. Le sue gambe lunghe e magre non si affacciano ancora sulla soglia, che già mi prende in braccio e vola vola vola, siamo il vento! Poi, inizia il rito lento del rientro: all’acquaio si lava le mani e le braccia, facendo una schiuma nera nera, ma bella, poi è la volta del viso che si strofina ben bene fino ai capelli. Si leva gli scarponi pesanti che odorano di officina, come le sue camice, e mi prende di nuovo in collo per un’ altra giravolta.

Mi guarda stanco e sorridente, mentre mangia la sua cena in silenzio e mi fa gli scherzi con gli occhi: mi guarda con gli occhiacci da orso e con voce cavernosa e profonda : – per mangiarti meglio – dice serio. Ma io non ho mai paura, anzi rido, rido proprio come fanno tutti i bambini per compiacere e conquistarsi le grazie degli adulti. Ma non questa sera.

L’antefatto riguardava che erano da poco finite le feste di Natale. Tremavo ancora in quei giorni quando in casa si parlava della befana, che, anche quell’anno, era venuta vecchia, storta, brutta e gobba più che mai. Avevo cominciato a piangere ancor prima che facesse il suo ingresso nel salone dell’albergo di mia zia: non la volevo vedere, non mi importava nulla dei suoi regali, volevo solo andare via. C’era un sacco di gente che urlava, la chiamava, ma io ero atterrita e abbarbicata al collo della mamma. Attimi interminabili di terrore puro in cui la paura aveva il sopravvento su tutto.

Quando tutto questo era da qualche settimana dimenticato, una mattina all’asilo una compagna mi dice che non dovevo avere paura della befana, perché la befana era il mio babbo! Dapprima, un silenzio sbigottito. Poi, la negazione, con tutte le mie forze confusa e indignata, alle continue e petulanti insinuazioni di quei bambini fino a che, un pianto convulso, mi trae in salvo tra le braccia della maestra.

Apriti cielo! A casa faccio un’inchiesta angosciata a mia madre e mia nonna, poi mi attacco al telefono, tirando in ballo generazioni di parenti, mi dibatto tutto il giorno in mille dubbi e mille spiegazioni, ma non oso chiedere nulla a mio padre. Tutto mi sembra durare un tempo infinito; lui mi guarda e non dice nulla ed io col fiato sospeso attendo una qualche rivelazione, che plachi il mio spirito e metta ordine alla confusione. Mi sono ormai rassegnata a restare in un oscuro limbo, quando il babbo mi solleva sulle sue ginocchia e tenendomi forte e guardandomi dritta negli occhi mi dice: – Silvietta mia, ma se io fossi la befana, chi sarebbe Babbo Natale? -

Scendo dal treno, riprendo la mia giornata sentendo adesso che il Natale è alle porte. Tutto sommato, non è un luogo comune pensare che la vita è veramente un viaggio…in treno, aggiungerei io, dove la destinazione è uguale per tutti, una stazione, e dove non conta tanto il biglietto di prima o seconda classe, ma la magia del tuo vedere, del tuo sentire, del tuo ascoltare che può riempire di meraviglia il cammino.

© Silvia Pastorelli/Nuove Tendenze 2014



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