Di Anna laura Longo.

Un’unità chiaroscurale viva, accompagnata ad un serrato grado di animazione interna.

Questi i presupposti su cui ha trovato appoggio – e calibratura – il concerto di chiusura del 51° Festival di Nuova Consonanza 2014, affidato all’Ensemble Ludus Gravis, presente negli spazi di Centrale Preneste in Roma con uno schieramento di sette contrabbassi agili e ultravividi.

Ludus GravisIl suono, senza mai eccedenza, si è fatto largo in sala, guadagnando una sua attendibilissima forza, tale da liberare coefficienti – caldi – di gradimento.

Il programma ha preso avvio con Julio Estrada in Bajo el Volcàn (per sei contrabbassi).

Il brano è sembrato sorgere mediante una sorta di concepimento piacevolmente sfuggente, cumulando, strada facendo, vere e proprie escrescenze e caparbie grumosità di timbri, fondamentalmente ben sorvegliati e “lavorati” con rotondità e sapienza gestuale.

E’ difatti affiorata, al cospetto degli ascoltatori, l’importanza del concetto di presenza in scena del musicista e dunque l’ipotesi che la plasticità dei corpi, musicalmente parlando, debba o possa essere, in definitiva, una vicenda fortemente DUALE.

Mi riferisco alla possibile caratterizzazione (e soprattutto al mantenimento) di una flessibile forza intercorrente tra la plasticità – in primo luogo – dello strumentista, presente attraverso il suo peso, le sue angolazioni ed implicazioni strutturali, e d’altra parte, l’altrettanto nitida plasticità dello strumento, assertivo e “vivente” non soltanto in virtù del suo suono ma anche in virtù della sua sagoma ed icasticità, del suo assetto figurale. Una volta accertata ed emozionalmente carpita una tale congiuntura non stupisce certo la scelta compositiva di aver voluto trasformare il tutto in materiale decisamente sfruttabile, ricorrendo a procedimenti ed azioni tendenti a sottolineare, per l’appunto, la componente fisica e tali da restituire alla musica stessa indelebili tracce di individualità e valorizzazione scenica.

Liberato dalle scaglie semi-notturne e tuttavia streganti del primo brano, il programma ha poi cercato e conquistato la chiarezza e la dilatazione che son proprie del GIORNO. La musica, divenuta sorgiva, ha portato alla ribalta un suono particolarmente libero e diaframmatico (dunque quasi “vocale”) con Daniele Roccato in veste di solista e propugnatore delle idee musicali di Gavin Bryars in Tre Laude dolce.

I connotati ancestrali ed un impianto strutturale per lo più circolare, non però filiforme, hanno denotato questa musica, palesatasi in tutta la sua capienza e sagace ampiezza.

Un nuovo ed intrigante cambiamento stilistico, rispetto alla suddetta ambientazione sonora, è sopraggiunto con Edgar Alandia Canipa nel cui Concerto Grosso son tornati ad essere scattanti e tesi i colori ed i fraseggi, con attacchi e colpi affilati e decisi sugli strumenti, per una densità compositiva per lo più zigzagante e prolifica in termini di varietà di traiettorie.

Ludus Gravis 2Il gesto direttoriale dello stesso Canipa è risultato estremamente complanare, quasi visivamente necessario all’esecuzione.

Procedendo verso la foce del programma ci si è infine imbattuti in un brano emblematico del minimalismo musicale, trattasi di una rivisitazione firmata da Stefano Scodanibbio di In C di Terry Riley, in questo caso riproposto con il titolo In D. La partitura, un vero e proprio mosaico variegato, si compone di 53 cellule, quasi tessere a sé stanti e tuttavia predisposte in modo tale da essere intercalate, avvicendate, reiterate, per lo più basandosi su criteri di vigile estemporaneità. Il tutto ha così condotto verso un agile micromondo, caratterizzato da incastonature sonore, in cui è apparsa evidente la natura fluida e versatile di una musica da percepirsi come un congegno.



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