Di Anna Laura Longo.

Stefano Taglietti

Stefano Taglietti

Il nostro dialogo potrà partire dal considerare quali possibilità abbia – oggi – la musica di esplicitare una propria “libertà d’essere”, ed ancora quali condizioni ci siano perché essa possa ritrovarsi in un’ipotesi di continuo “stato nascente”.

Non è esente da questa domanda un accostamento anche alla sua funzione nella società.

L’arte è utile all’anima che è, per così dire, qualcosa che associo alla sensibilità e alla capacità di avere una visione a partire da un’interiorità, riconosciuta e presente nella propria persona e oltre. L’anima, pur possedendola tutti, va cercata, curata, riconosciuta, alimentata, inseguita, arricchita, perché spesso è nascosta, mortificata, aggredita, oltraggiata da noi stessi e da condizioni esteriori. La sensibilità ti fa avvicinare all’utilità dell’arte. Questa è l’unica cosa che posso dire sull’argomento. Non credo che si possano far rivoluzioni di massa con la musica, ma un pezzo, così come un libro di poesie, un film, una sinfonia, un’immagine, un paesaggio, una persona, tutte queste cose, insieme o separatamente, possono cambiarti la vita. L’arte può rivoluzionare le persone interiormente e, se può fare questo, può cambiare una parte del mondo. Non credo alla commistione della musica con la politica. La politica non ha bisogno della musica d’arte e viceversa. Mi è molto piaciuta l’utopia Noniana, ma di quella esperienza, rimane oggi il solo valore artistico dell’opera di Luigi Nono mentre l’operaio aspira ad altro e “le illuminazioni delle fabbriche” si stanno spegnendo. La politica odierna si serve di quella musica, che è costruita come un qualsiasi prodotto da vendere, con strategie di marketing, e serve, in quanto oggetto con caratteristiche vendibili, e portatore di messaggio, a omologare la più grande quantità di persone possibile per scopi molto meno nobili di quelli che possono sembrare. Tutta la politica è orientata come un sistema di marketing e ci tratta ognuno, indistintamente, come consumatore. L’arte autentica è sincera, ti parla al cuore, incanta, sorprende e non vuole nulla in cambio, ti dona una seconda vita, ti consegna la libertà di liberarti e di proseguire il cammino con la tua coscienza. Il pubblico, spesso, premia quello che vuole sentirsi dire, senza sforzo, adagiandosi nell’illusione e nella certezza di un percorso consolidato, senza curiosità, senza avere il coraggio di cercare altro. Se sei sensibile, e sai guardare, ascoltare, vedere, una musica può cambiarti la vita. Credo che una composizione, anche quella più astratta e lontana, svolga una funzione nella collettività. Oggi la musica è vissuta collettivamente, ma anche molto in solitudine. La cultura del walkman è sempre più diffusa. Personalmente adoro camminare ascoltando musica e, da quando ero un ragazzino, ho sempre avuto un walkman. Nelle strade quasi tutti i ragazzi che vanno in giro hanno cuffie inforcate, e ascoltano musica. Credo che questa dimensione solipsistica crei un contatto diverso con il mondo, e con la società. La tecnologia ti permette di prendere un qualsiasi smartphone e di collegarti in rete. Puoi ascoltare qualsiasi cosa in ogni momento, quindi, non ci sono scuse per chi non conosce, per chi non sa e per chi si accontenta. La sensibilità è l’unico elemento che si mette fra la musica e noi. Io credo fermamente che la musica contemporanea d’Arte, che comprende anche i linguaggi più raffinati e ricercati della pop music, del jazz, della musica etnica, di quella legata alle nuove tecnologie, siano una grande sfera del pensiero e della ricerca emozionale e interiore. Fermarsi e ascoltare, questo è importante. Arricchirsi di sensibilità e ascoltare.

Quando si dice che tutta la musica è contemporanea, si può dire anche che tutta la musica svolge un ruolo nella coscienza di ognuno, e ognuno è parte integrante della società. Una persona sensibile e interiormente ricca è utile a tutti.

Il pianoforte preparato ricorre spesso nella tua prassi e nelle tue ricerche.

Quale personale elaborazione ne offri mediante la tua musica? E quali riflessioni hai maturato rispetto al concetto di trasformabilità di uno strumento?

Nei processi di orchestrazione, l’identità e il ruolo in uno strumento sono, allo stesso tempo, autenticità, trasformazione, mutazione e travestimento.

Da tanto tempo penso di scrivere un concerto con strumento elettrico e orchestra, sia esso violino, chitarra, violoncello. Cercare, anche in questo caso, lo strumento che possa essere amplificato, sia pur nei suoni più periferici e inusuali, svolge la funzione del sospiro nella recitazione. Mi ricorda e m’ispira, la ricerca della Phoné di Carmelo Bene. Recitare impostando il suono, per esempio vocale, ma a questo punto anche strumentale, appiattisce, in un certo senso, rende tutto il suono spinto in una prassi esecutiva quasi priva di sottili pianissimi ed espressioni dinamiche e semantiche che invece vengono offerte frontalmente e profondamente da una potente proiezione del suono. Il rapporto di uno strumento amplificato, alterato e preparato, propone un campo d’ascolto vastissimo e trasforma profondamente la ricerca dell’orchestrazione e il rapporto fra strumento solista e orchestra, in una nuova dimensione timbrica e dinamica.

Amor se giusto sei è il titolo di un tuo madrigale a sette voci, su testo anonimo del XVI secolo.

Mi interessa sapere quali colori – a tuo avviso – può restituirci la polifonia della contemporaneità, sulla scorta di reminiscenze di quella antica e come in particolare si muovono i tuoi procedimenti di scrittura in tal senso…

Il rapporto con la musica antica per me non è mai cessato e non credo cesserà mai. Come dicevo prima, esistono strade diverse, che non si superano ma che, per esigenza poetica, cambiano e si combinano si “includono” per osmosi. Oltre la qualità poetica storicizzata e definitiva su autori come Gesualdo, Lasso, Haendel, Bach, Perotinus, essi sono insuperabili, senza ragionare però con il concetto della retorica ottocentesca e passatista, e abbandonando il senso della cronologia, dell’ “in avanti”, e “l’indietro” che, secondo me, non va più inteso come migliorativo o peggiorativo, a seconda dei casi. Non si può sempre rendere, a priori, qualitativo, tutto quello che ha compiuto cento anni di età. La musica antica va trattata, filtrata, elaborata con libertà. La musica di oggi offre strade diverse, anche nuove, ma non migliori o peggiori. Al netto delle composizioni riuscite o meno, filosoficamente vorrei dire che esistono certamente le differenze, ma che nessuna strada, in fondo, è migliore o peggiore di un’altra. Nessuna scuola o accademia è definitiva sul ‘900. Ci sono mondi e repertori che interpretano vita, visioni e universi differenti, per fortuna.

La vocalità corale e polifonica è sempre enormemente seducente. Nessuna musica, in ogni tempo, può fare a meno della vocalità corale e dell’intelligenza poetica polifonica. Io credo che ognuno di noi sia un po’ reduce, testimone, sopravvissuto di ciò che ha conosciuto attraverso la storia. Non ho mai immaginato di essere distante da un profondo senso di modernità durante un ascolto del Viderunt Omnes di Perotinus.

L’articolazione vocale, scritta in neumi, della prima sillaba del VI (VI-DE-RUNT) consta di circa 96 note consecutive, un vero trionfo musicale in cui la parola è avvolta, divenuta divina, superiore al senso stesso letterale, per mano musicale.

La modernità è un volto antico, dallo sguardo inquieto, irrisolto e visionario, rivolto verso l’orizzonte.

Tutta la musica è in evoluzione, anche quella antica. Quando un linguaggio genera pensiero in divenire, significa che è in movimento, in evoluzione. La musica, oggi, si trova in uno stato di meravigliosa incompiutezza, è una terra senza confini, in movimento continuo. Anche rispetto alle scuole di pensiero, alle linee guida delle cosiddette accademie, si può star lontani, perché si ha tutto e il contrario di tutto. Insomma non dobbiamo render conto a nessuno, ognuno per la propria strada. L’eclettismo, in barba all’ortodossia accademica, è ormai una qualità riconosciuta.

Prova a collocarti a ridosso di un’espressione–chiave: la “costruzione di un ponte”. Di qui ti chiedo di lasciar emergere alcune considerazioni rispetto a quelle che sono state le figure cardine o le figure pregiate grazie a cui ti è stato possibile dare una valorizzazione ed un senso pregnante al concetto di PASSAGGIO (passaggio di umanità, esperienze, saperi).

Sono varie le figure che più mi hanno lasciato riflettere e mi hanno dato la libertà di costruire un mio pensiero. Non parlo quindi d’influenza o condizionamento, ma di passaggio e consegna di libertà. In fondo, ho sempre dubitato delle scuole di pensiero, delle cosiddette “accademie”, o dei “maestri”, che lasciano dietro il proprio cammino, una scia di imitatori, in fondo, senza futuro. La condizione accademica ti dà forza, perché non ti senti solo. La solitudine, prima o poi, deve essere una condizione necessaria al compositore. E’ un passaggio che, prima o poi, si deve fare, si deve comminare da soli. In un primo momento, Sylvano Bussotti ha avuto una certa importanza. Dopo qualche anno ho conosciuto Hans Werner Henze, e questo è stato un momento risolutivo che ha avuto su di me un effetto che ha creato una coscienza libera, lucida e serena. Il mondo dell’alea, della quasi improvvisazione totale, pur con il rispetto che devo, e l’importanza che merita, per cultura dell’abbattimento delle barriere, per l’impatto politico sociale, e anche per i risultati prettamente musicali, infine, mi sembrava tradisse qualcosa del senso di ciò che per me era indispensabile nella musica. Dopo un periodo di riflessioni, sempre all’interno di azioni musicali, in pratica non mi sono mai fermato. Gli incontri, le esperienze varie, i viaggi, le responsabilità dirette sul proprio fare, hanno avuto, e continuano ad avere, un effetto ancora evolutivo importante. Il significato dello scrivere musica ha assunto per me, da quegli anni in avanti, una necessità fondamentale. Soprattutto ho potuto riflettere sulla costruzione di una tecnica che mi permesso di dotarmi di strumenti reali e consistenti del fare musica, secondo una mia precisa volontà, connessa ad una espressione emozionale. Cerco spasmodicamente, la possibilità di smontare tutto, dal jazz alla musica rock, alla musica etnica, antica, classica e di ricostruire ogni cosa con grande libertà e realismo interiore.

Straniamento, erranza. Ti è successo, in qualità di ascoltatore di musiche altrui, di ritrovarti interessato o indirizzato verso tali criteri? E ti piace inoltre l’idea che essi possano in qualche modo ritrovarsi nella tua musica?

L’ascolto è necessario, a volte offre delle vie d’uscita e soluzioni inaspettate. Nei periodi di grande lavoro ascolto poco la musica. In altri periodi, l’ascolto di altre musiche, di altri autori, suggeriscono alternative e possibilità, cioè possono ispirare delle soluzioni. Capita che, di fronte ad un’incertezza, o ad uno stop compositivo momentaneo, ascoltare qualcosa possa far giungere a delle conclusioni nuove, diverse pure, da ciò che si è ascoltato. Non copio, mi lascio ispirare, ascolto e mi lascio affascinare, ma non copio, filtro ed elaboro, smonto e ricostruisco. Mi piace che nella mia musica si ritrovi una commozione di fondo, uno stupore per l’energia fisica, per le geometrie mentali, per le voci che riesco a captare dal quotidiano.

Si potrà far conoscere ai lettori qualcosa di specifico in merito al tuo sodalizio con l’artista Bizhan Bassiri ed inoltre quale sia, in generale, il tuo desiderio e i tuoi modi di degustazione non soltanto dell’arte musicale ma anche delle altre forme di linguaggi espressivi.

La musica, pur essendo un linguaggio autonomo e compiuto, non può trovarsi solo nella musica. Si scoprono mondi “musicali” anche nella poesia, nel teatro, nella pittura, nella scultura.

Le motivazioni dell’apertura verso altre grammatiche artistiche, si resero da subito necessarie, proprio in virtù del fatto che le ricerche drammaturgiche, poetiche, passano anche dentro e a cavallo delle altre discipline. L’incontro con Bizhan Bassiri è avvenuto nel 1994. I testi e le immagini di questo grande artista hanno dato dei frutti importanti di lavori che hanno segnato il mio percorso musicale.

Dall’evento della Divina devastazione, il mio primo, iniziarono tutta una serie di lavori come ben tre concerti scenici, installazioni in importanti musei, eventi concertistici che ininterrottamente stabiliscono una proficua collaborazione che dura ancora oggi. Comporre per progetti visivi è forse divenuto à la page, ma, oggettivamente, non ho mai fatto suonare, per così dire, in modo decorativo e privo di rapporto creativo reale, una mia musica sotto un quadro.

E’ stato possibile collaborare con Bassiri, perché le sue opere (sia le sculture, sia i testi poetici) sono straordinariamente visionarie. La drammaturgia e la visione che Bassiri esprime sono fatte di elementi di forte impatto emotivo e visivo, che permettono di mantenere, fra musica e immagine, un perfetto piano parallelo di lettura e di comunicazione.

Con flessibilità (e quasi per digressione) vorrei passare a parlare con te di come sia possibile essere partecipi di una vera e propria musicalità dei gesti quotidiani. Forse si tratta di una musicalità invisibile ai più. Si potrà in effetti far riferimento a particolari artigianalità, mestieri, atteggiamenti affettivi, per lo più desunti dal quotidiano, e mantenendo così uno sguardo più che allargato su quelli che sono i paesaggi che ci circondano, notare quali ritmicità, quali ripetitività, aggressività o morbidezze – non necessariamente quali suoni – si possano rilevare ed assaporare a riguardo. In definitiva ti chiedo di ritrovarti a pensare da quali di tali gesti o “sprazzi di quotidianità” ti senti maggiormente affascinato in virtù appunto della loro musicale – e spesso segreta – energia.

Il mio quotidiano è fatto di riflessioni e intuizioni, valori definitivi, sfumature e principi in transizione, come per tutti noi. Penso sempre che qualsiasi coerenza, infine, tradisca, soprattutto in Arte. Qualsiasi scuola, o politica o accademica, qualsiasi percorso non nato da una vera esigenza espressiva, alla fine tradisce. Anche la religione, se non filtrata da un proprio autentico sentimento, da una vera esigenza interiore, può tradire. Credo che nessuna generazione abbia la verità in tasca. Ci sono esempi, e su quelli si procede per trovare nuove strade ma, soprattutto, per arrivare alla propria. E’ un’illusione che i linguaggi siano “solidi e sicuri”, soltanto perché dentro ci si intravede una coerenza. I linguaggi che sembrano più riusciti non sono del tutto coerenti, o almeno, non con quel tipo di persistenza che dà luogo a manie e ossessioni. I linguaggi che definirei solidi, scrivono e tracciano dei sentieri a sorpresa. Non bisogna confondere la ricerca della propria identità e del proprio linguaggio con la coerenza a tutti i costi, con la “maniera” che diventa, come dicevo, una vera ossessione.

Vorrei confessare che nel mio quotidiano, vivo e combatto contro me stesso e gli altri, in un generale Je déteste:

Odio la coerenza del linguaggio quando diventa ossessione di maniera. Non mi piace assistere a manifestazioni di genere, sempre uguali a sé stesse e per i soliti stessi. Non mi piace il genere, mentre amo il linguaggio. Nel mio quotidiano entrano sempre e comunque molti elementi disparati, distanti, luminosi e scuri. Tutto si fonde e tende a “scrivere” un piccolo universo, in una direzione molto allargata. Nella mia educazione, uno dei principi fondamentali è quello di difendere sempre il più debole, lo tento, a volte riesco, a volte no. Odio la decadenza e l’induzione allo scoraggiamento dalle persone annoiate, quelle che giudicano le passioni, le esperienze e i tentativi del “fare” degli altri, come “cose già viste”. Non sopporto la cultura “eclusivista”, visto che per educazione e vocazione, sono “inclusivista”. Non amo per niente gli “onesti” sempre pronti al compromesso. Non amo i finti fragili, perché spesso nascondono una natura violenta e traditrice. Non mi piace la critica che chiude e fa muro su qualsiasi cosa non riesca a comprendere, a capire, soltanto perché non prevista dalla loro conoscenza, o che non passi attraverso il loro “metro”. Non amo la critica che mette sotto esame e costringe a umiliante verifica anche gli artisti dal valore sicuro e definitivo. Non amo il senso pratico, di quella praticità razionale, o finta funzionale, fatta di strategia e calcolo. L’artista non calcola, esprime un linguaggio e riesce a fare un universo, anche da un materiale misero. Non amo la cultura usata come compiacimento, e senza almeno il timido tentativo che sia spesa per il bene di tutti. Faccio tutto con urgenza. Scrivo solo quando non posso più trattenere la scrittura. Mi piace fare ogni giorno qualcosa con la musica, imparando, il più possibile, da tutto ciò che incontro nella vita, anche da tutto quello che non è nella musica. Non amo chi va in soccorso del vincitore, e neanche il gusto di convenienza. Non mi piacciono i graffiti decorativi e modaioli, quelli sui muri, senza contenuto, li trovo inquinanti e contribuiscono a determinare il detestabile chiasso delle città in cui viviamo. Non amo la ricchezza che non contribuisce alla crescita comune, quella che si rifugia a proteggere, con ogni mezzo (e storicamente lo ha dimostrato), unicamente i propri privilegi. Considero violenti e ipocriti i riconoscimenti post mortem, dopo che l’artista in vita ha sofferto, ed è stato messo all’angolo, magari anche dagli stessi che poi ne glorificheranno le gesta. Detesto l’ideologia alimentare, che è molto diversa dalla cultura di un precetto religioso. Detesto chi è contento della sconfitta degli altri, dell’invidia e, di conseguenza, della finta partecipazione alla vita culturale, mostrando una esteriore emancipazione e apparente progressismo. Partecipare alla vita culturale è solidarizzare, interessarsi, capire anche le cose differenti. Conoscere ciò che è differente dal proprio, fa capire meglio chi sei e dove stai andando. Pur amando l’avanguardia, non amo i passatisti dell’avanguardia storicizzata. Detesto gli ideologi della musica tonale. Non mi piace chi, fingendo, annuncia, a chi non è in grado di capire, o non conosce, la scoperta di una cosa nuova, che nuova non è affatto. Non posso sopportare i furori religiosi e i criminali che parlano in nome di Dio. Non mi piacciono i modelli comportamentali ed esistenziali proposti dalla scorza omologatrice e nazional popolare. Non mi piace il disturbo acustico della borghesia media, fatto di allarmi che suonano a qualsiasi ora, di ridde canicolari di poveri animali frustrati dentro un balcone prigione, di mobili continuamente spostati per noia. Non mi piacciono i modelli esistenziali proposti dalla società dei consumi.

Ecco, tutti i giorni, mi alzo dal letto e comincio la giornata lavorando, scrivendo e combattendo, al tempo stesso, con tutte queste cose che detesto, che sono dentro e fuori di me. Nella mia vita sono stato segnato di più da episodi marginali, ma artisticamente rivelatori e per me rilevanti, che da molti, tanti accadimenti intellettuali programmati. Non essendo un interprete, la mia esistenza prende forma nell’azione, nel fare di un ideale creativo, più o meno totale, più o meno riuscito.

L’importante è continuare, fino in fondo.

Non è importante essere capito, forse lo è più l’essere creduto.

© Nuove Tendenze 2015



Condividi
Copyright ©  2011-2017  Nuove Tendenze
Codice Fiscale 97361110584 - P.IVA 09009871006

Logo realizzato da Franco Avitabile