Di Maria Savigni.

“La nostra è una linea non di sangue ma di testo”, afferma Amos Oz nel suo Gli ebrei e le parole.

Miriam CameriniL’identità ebraica è un continuo interrogarsi, porsi in dialogo con se stessi ed il mondo. Di ebraismo e di una forma di espressione, il teatro, ho parlato con Miriam Camerini.

Miriam Camerini è una giovane autrice, regista teatrale e attrice. Nata a Gerusalemme la sera di Purim del 1983, è cresciuta a Milano, dove si è laureata in Lettere Moderne ad indirizzo teatrale. Al lavoro come regista teatrale, svolto a Milano, Venezia, Zurigo, Budapest e Gerusalemme, si affianca il forte interesse per gli studi ebraici, approfonditi all’Istituto Pardes di Gerusalemme, e il canto. Senza perdere mai di vista la sua vera passione, il teatro ebraico della tradizione aschkenazita e mitteleuropea.

LAVORI:

1) Il Processo di Shamgorod di Elie Wiesel, Milano 2005. Mittelfest, Cividale del Friuli 2008.
2) Il Golem, Milano 2008. Teatro Franco Parenti, Milano 2010. Ripercorre l’antica leggenda del mostro di argilla.
3) Un grembo, due nazioni, molte anime, Milano 2011. Torino Spiritualità, Torino 2014. Uno spettacolo/conferenza sul ruolo degli ebrei italiani nel Risorgimento.
4) Il mare in valigia, Milano 2012. GAM, Roma 2014. Poestate, Lugano 2015. Sulla poetessa ebrea tedesca espressionista Else Lasker-Schüler.
5) Caffè Odessa, Milano e Camaldoli 2013… A breve a Merano, Bergamo e Pisa! Concerto con il chitarrista Manuel Buda e la violoncellista e pianista Bruna Di Virgilio; un viaggio attorno al mondo in cerca della “musica ebraica”.
6) Lo Shabbat di tutti, Festivaletteratura, Mantova 2013. Settimana delle religioni in Ticino, Lugano 2014. Una cena/performance per fare esperienza del sabato ebraico.
7) E Miriam prese il tamburello, Venezia, Giornata Europea della Cultura Ebraica 2014. Sul “femminile” nella Bibbia e nella tradizione ebraica.
8) Chouchani: in cerca di un Maestro, Milano, Pisa e Camaldoli 2014. Sull’enigmatica figura di Chouchani, misterioso maestro di Emmanuel Levinas ed Elie Wiesel.

Attualmente sta lavorando alla sua prima regia lirica – il Flauto Magico di Mozart – e a un “evento teatrale”: il sessantesimo compleanno del CDEC, (Centro documentazione ebraica contemporanea) a Milano.

Partiamo da uno dei tuoi ultimi lavori.. Hai recitato in un film, Felice nel box, la tua prima esperienza cinematografica. Ci racconti di questo progetto?

Il film è un mediometraggio che prende spunto da una storia familiare della regista milanese Ghila Valabrega, ed appartiene al genere del realismo magico, di cui sono esponenti per esempio autori come l’israeliano Etgar Keret. Il padre, un fotografo ebreo, in uno dei suoi viaggi arriva al cimitero ebraico ormai abbandonato del piccolo centro lombardo di Sabbioneta. D’istinto prende una lapide e la porta con sé a Milano, per salvarla dall’abbandono: il fantasma del sepolto, Felice Leon Foà, lo seguirà, diventando parte della famiglia. Il concetto di fondo – trovare il trascendentale nella quotidianità, nell’ordinario – ha qualcosa di profondamente ebraico. Presentato ai Jewish Film Festival di Atlanta, Denver e Toronto, è stato proiettato per la prima italiana il 7 Giugno a Milano, in occasione del Festival del Nuovo Cinema Israeliano. Cerca di far raccontare una realtà poco conosciuta, specialmente attraverso il linguaggio cinematografico, come quella della comunità ebraica italiana, in particolare di Sabbioneta. È stata la prima volta per me, che provengo dal mondo del teatro e della regia teatrale in particolare.

Parlando di teatro, qual è stato il tuo primo progetto?

Non è facile distinguere tra i progetti ancora “studenteschi” e quelli già professionali: ho sempre vissuto a stretto contatto con il mondo del teatro… Quella che considero la mia prima regia teatrale è Il processo di Shamgorod, unica opera teatrale di Elie Wiesel. Era il 2004 ed io ero ancora all’università. Entrando in contatto con il testo, ho avuto l’impressione che mi stesse chiamando… Parlandone all’assessore alla cultura della Comunità ebraica di Milano, mi propose di metterlo in scena per la Giornata Europea della Cultura Ebraica del 2005. All’epoca avevo soltanto ventun’anni: eravamo tutti ancora studenti e avevamo a disposizione solo pochi mesi per provare ed un budget ridotto, dovendo costruire tutto da zero, con costumi e musiche originali! Ricordo una dedizione incredibile da parte di tutti. L’opera era davvero impegnativa, a partire dalla trama, ambientata nel 1649 in un villaggio dell’Europa orientale. Tre attori arrivano ad una locanda per la sera di Purim (ndr: Festa ebraica che si celebra mascherandosi e allestendo spettacoli), per mettere in scena una rappresentazione teatrale. Ad accoglierli, però, la devastazione di un pogrom: gli unici sopravvissuti sono proprio l’oste e sua figlia. È proprio l’oste a chiedere di mettere in scena un processo a Dio, per giudicarlo della strage. I tre attori saranno la corte, ma non si riesce a trovare un difensore… All’improvviso arriva un misterioso straniero che si offre di difendere Dio, trovando anche delle forti argomentazioni, a cui gli altri non sanno cosa replicare. Il processo di nuovo si interrompe perché irrompe sulla scena un pope ortodosso, che afferma gli ebrei siano ancora in pericolo: l’unica soluzione è la conversione. Proprio nel momento di massima tensione lo straniero esce allo scoperto, rivelando di essere il diavolo! Ho deciso di concludere l’opera mostrando, dopo la scena di devastazione finale, un bambino con in mano una candela, e in sottofondo le voci di bambini che studiano la Mishnah (ndr: il commento da parte di saggi rabbinici alla Toràh, la Bibbia; rappresenta una forte eredità culturale e continuità). Quando incontrai lo stesso Wiesel, a New York, mi espresse la sua disapprovazione per la mia necessità di concludere con un messaggio di speranza, ma – seppur con grande travaglio – decisi di fare lo stesso di testa mia.. Credo che questo rientri appieno nella mentalità ebraica, in cui gli allievi sono incoraggiati a contraddire i Maestri quando ritengono di doverlo fare. Posso capire il punto di vista di Wiesel in quanto sopravvissuto, ma io appartengo alla terza generazione dopo la Shoah e devo pensarla diversamente. La Giornata Europea è inoltre una ricorrenza in cui le comunità ebraiche si aprono al mondo esterno, si fanno conoscere… Sarebbe stato giusto lasciare il messaggio “è tutto morto”? Non credo: alla fine, noi siamo ancora qua.

Registra, attrice, cantante, scrittrice… c’è dell’altro? E se dovessi scegliere una cosa sola, cosa faresti?

Beh, a dir la verità sì: ho insegnato alle scuole ebraiche di Milano e di Trieste, mentre oggi insegno tenendo conferenze o lezioni rivolte ad adulti, dove c’è uno scambio “alla pari”. In realtà in tutto questo un filo conduttore c’è, ed è il dialogo con il mondo vivendo la mia identità ebraica, esprimendomi attraverso canzoni, il teatro, la scrittura… Il mio progetto di vita, che mi terrà impegnata per i prossimi anni, è quello di creare un teatro o meglio una “casa” dove rendere possibile tutto questo. È piacevole andare di festival in festival, ma la mia idea, il mio progetto di vita, è quello di dare vita ad un teatro ebraico, uno spazio fisico e reale da riempire, che possa vivere e respirare dentro la città di Milano e da lasciare alle generazioni future.

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