20140904_172457La monografia di Franco Avitabile è molto di più di una silloge che raccoglie esempi di tutte le sue stagioni artistiche: è un vero e proprio viaggio attraverso l’arte alla ricerca di uno stile originale, di un linguaggio cromatico e, quindi, pittorico capace di distinguere il suo lavoro rispetto alle energie che l’hanno reso possibile. Certo, dietro questa indagine, c’è un lungo lavoro su tutti i fenomeni che fanno parte del nostro tempo e con i quali tutti i grafici, i pittori e gli scultori della generazione che ha esordito negli ultimi anni Sessanta hanno fatto i conti: la Pop Art, la Body Art, il Concettuale, l’Astrattismo grafico, la Poesia visiva e il lavoro, per certi versi autonomo, di personaggi come Turcato (si vedano le bandiere rosse trasfigurate in triangoli – vela a sottolineare il rapporto dialettico tra linguaggio formale ed estremizzazione metaforica), Schifano e Dorazio, solo per citare qualche nome. Ma ovviamente ci sono anche il passato e il divenire del segno e del confronto (dalle intuizioni di fine Ottocento al bosco immaginifico della prima metà del Novecento agli approdi del nuovo Millennio) visto che è necessario che un artista non fermi la sua sensibilità alla genesi della curiosità iniziale. Ma c’è di più. Avitabile riesce a muoversi nel labirinto della modernità, dominata dalle campagne pubblicitarie interne alla società dei consumi, legata alla ricerca della piacevolezza, sottomessa alle ferree leggi dell’eidomatica, esprimendo con le sue geometrie acuminate, sempre raffinate da una ricerca attenta delle potenzialità, anche concettuali, del colore, una volontà di critica radicale dell’esistente e uno sguardo attento alle caratteristiche di un territorio, reale e interiore, molto spesso modificato dall’incoscienza speculativa degli artefici del suo saccheggio. Mi vengono in mente certe “marine” versiliesi dove il “mare etrusco” non si vede perché “palizzato”, murato dalle sagome triangolari, anzi piramidali delle cabine dei bagni, vere e proprie barriere che negano la conquista della natura o di ciò che ne resta. Attraverso i suoi lavori, è possibile, infatti, cogliere il macrocosmo, sempre più colorato, logorroico, ricco di trovate, dall’aforisma alla morale lapidica, alla pomposità solenne di citazioni sottratte alla pensosità del loro contesto, che ci circonda e circuisce, ridotto alla sua funzione algebrica dal pensiero graffiante e beffardo di cui l’artista si serve. Smascherare l’ipocrisia e la pericolosità morale della pubblicità invadente (le nostre città come nuove, estese Disneyland dove i drammi sono coperti dalle sdilinquite dolcezze e dai quadretti familiari acquerellati da equilibri e da retoriche che non tengono conto dei drammi domestici e privati anche delle classi medie) attraverso il segno ironico è uno degli imperativi dell’artista. Questo per stare dentro le fonti culturali e la forma ideologica dell’opera di Avitabile.
Il lavoro di un creativo ha bisogno però anche di uno sguardo che permetta di cogliere il valore delle opere sul piano del loro realizzarsi e del loro stare dentro una dimensione estetica. In effetti, il rapporto tra lettere, forme geometriche, la stesura del colore rimandano al suono, alla scansione ritmica. Difficilmente le opere conservano simbolicamente tracce del vuoto, e quindi di quel “bianco caos” che allude alla potenzialità che precede l’atto creativo: il celeste, i colori freddi occupano tutta la dimensione del foglio e sembrano accogliere oggetti e figure dando loro tutta la capacità di imporsi in quanto forme autonomamente sbocciate, partorite da una forza che sta oltre la superficie dimensionale ponendosi con la stessa prepotenza di una lacerazione alla Fontana. Rimando, come esempio, a Kitsch (acrilico su multistrato, cm. 100×100): ombrelli aperti policromi, grigio, viola, rosso e giallo, a salire lentamente verso un cielo plumbago dominato dai caratteri ultramagnetic bold della parola Kitsch tramontante su un letto color albicocca. È proprio in questa ossessione per il timbro cromatico, degli oggetti e dello sfondo, che la parola acquisisce quel particolare ritmo fonico che richiama la magia del prender vita, del sentire la sonorità dell’immagine.
La originalità di Avitabile e, assieme la sua vivacità, sta nel vivere la sua intuizione dentro il fiume espressivo che ha preso forza in modo particolare nel secondo Novecento quando alcuni artisti hanno tentato di portare alle loro estreme conseguenze il disegno e la pittura, di uscire dalla mortificante impotenza legata al concetto proprio degli inizi del secolo relativo all’indebolimento e alla così detta morte dell’arte. Evadere dal tracciato, dal labirinto concepito come impossibilità e inutilità degli oggetti rappresentabili, deflagrazione e ricomposizione del mondo dei segni, il colore come base della pittura, la tela bianca di Kazimir Severinovic Malevic, questo l’imperativo categorico. Senza per questo rinunciare alla sua via fondata su convincimenti originali anche rispetto al pop, al minimal al geometrico. La felice sonorità anche ironica delle lettere – parole, inserite nei lavori di Franco, e l’astrattismo corretto dalla ricerca della “cosa” e del segno lessicale (lo sguardo all’opera di Mondrian ma con la volontà di tener presente il significato del punto estremo raggiunto dalla pittura, rappresentano il suo tratto più vistosamente originale, l’apice del suo procedere verso una realtà. Specialmente nei lavori più recenti l’artista cerca di definire, proprio all’interno della sua attività di art designer, la funzione degli oggetti che, certamente vengono ad assumere un ruolo in quello che potrebbe essere anche definito il racconto grafico di cui sono i personaggi principali. Credo, in definitiva, che Franco Avitabile sia riuscito, pur muovendosi dalla complessità dei suoi punti di partenza, a trovare una sua strada coltivando quella che potremmo chiamare coscienza analitica di un meta designer.
Il testo si presenta con una precisa divisione critico – cronologica: gli anni Settanta (si vedano Carri armati, Lampo e Protesta); la fine dei Settanta (Statusimbol, Uomini contro); gli anni Ottanta dove predominano il decorativo e il gusto verso una visione analitica del progetto pubblicitario; gli anni Ottanta della grafica e il periodo lucchese, dal 2005 al 2014, dove dominano, accanto alla ricerca sulle diverse potenzialità del colore, gli elementi della musicalità, della complessità dell’oggetto in rapporto al valore polisemantico della parola, vista come proiezione dell’idea sulle cose.
Insomma, il catalogo non racconta solamente l’itinerario, travagliato e pensoso, di un artista, ma può essere considerato il primo volume di una autobiografia. Questa mia affermazione trae valore anche dall’ultima sezione del testo che implica una straordinaria Photogallery con immagini che vanno dall’infanzia alla piena maturità di Franco Avitabile.

Lucca
febbraio 2015



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