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Di Maria Savigni.

Un’artista eclettica, sognatrice solitaria della pace in Medioriente, una voce calda, profondamente femminile e vibrante: ecco Achinoam Nini, in arte Noa, cantante israeliana celebre in tutto in mondo, che lo scorso sabato 17 ottobre ha stregato il pubblico lucchese nella chiesa di S. Francesco in una performance unica.

La serata è incominciata con un’intervista, in cui Noa è stata letteralmente sommersa di domande sulla situazione mediorientale, dalla terza intifada all’Isis. Con grande classe la cantante è riuscita a destreggiarsi in questo campo minato, negli occhi il timore e la speranza per il futuro del suo Paese, oggi più in pericolo che mai. In Israele ciò che manca è il coraggio, senza il quale a trionfare è una leadership debole e miope. Ma, nell’ombra, c’è qualcosa che freme per uscire: è la nuova generazione. Una generazione che non è mai stanca di fare domande, interconnessa in ogni momento; una generazione che, con la stessa rapidità con cui ricorre alla violenza, è pronta a rimettersi in discussione, che non accetta verità preconfezionate. È in questa nuova generazione che si può ricavare uno spazio per un futuro diverso.

Nelle sue parole, si coglie anche una sottile diffidenza verso la stampa: ogni cinque ragazzi palestinesi pronti a scagliarsi su civili inermi, ce ne sono cinquemila che frequentano campi estivi con israeliani, assieme. Cinquemila invisibili che silenziosamente abbattono muri.

E, mentre esegue brani tratti dall’ultimo album, Love Medicine, l’impressione che si ha è che quella voce, dolce e potente, sia davvero in grado di abbattere muri. A colpire è la forte intesa con gli altri musicisti, in primis l’israeliano Gil Dor (il primo insegnate di musica di Noa, da lei ricordato più volte con tenerezza) alla chitarra, gli italiani Giovanni Tommaso al contrabbasso, Claudio Filippini al piano e Marco Valeri alla batteria, e la rivelazione di un lato nuovo di Noa, quello di performer jazz, prezioso regalo di questa undicesima edizione del festival Lucca Jazz Donna.

A sorprendere è l’assenza – forse per lasciare spazio alle sessioni jazz – dell’esecuzione di almeno un pezzo della tradizione musicale napoletana, a cui Noa ha dedicato l’album Noapolis. Per l’artista israeliana, più che un luogo fisico, Napoli è uno stato dell’anima. Nel suo essere voce di partenze e di sospiri, la musica napoletana ha qualcosa di affine a quella ebraica.

In compenso, ad emergere – nei giochi vocali di brani come Happy Song – è anche il lato più scherzoso di Noa. Torna alla mente l’idea di artista raccontata nella conversazione iniziale con De Robertis: un artista è come un bambino, pronto a giocare, che non teme uno sconosciuto. Come un uccello si alza in volo, perso in un’altra dimensione, e dal cielo azzurro non vede confini, ma una sola umanità.

© Nuove Tendenze 2015



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