Gerusalemme è una città strana.

Divora i suoi incauti visitatori, lentamente, li leviga fino a farli diventare una delle sue docili pietre.

Di giorno o di notte, con la luce della luna che accarezza i suoi tetti, Gerusalemme è bellissima. Di una bellezza orientale, speziata, dorata come le sue mura secolari. Ma c’è un grande prezzo da pagare per poter vivere qui, sotto i suoi palazzi, a cercare di risolvere il suo enigma.

Gli abitanti lo conoscono bene, e anch’io l’ho scoperto dopo pochi giorni: Il prezzo è quello della presenta costante e silenziosa di soldati, armati fino ai denti, sopra ogni autobus, ogni tram, annidati in ogni luogo pubblico. Per questo Gerusalemme è una città che divora: giorno dopo giorno, la vista di ventenni che trascinano a fatica fucili enormi, mi ha spento qualcosa dentro. Impossibile non chiedersi se, dopo anni ad imbracciare armi simili, saranno rimasti quelli di un tempo.

La realtà del conflitto armato diventa quotidiana. Studiando all’università di Gerusalemme, ti ritrovi a vagare nelle aule dove ha insegnato Einstein, ma non solo: sei costretto a fare i conti con la sua storia. Costruita nell’area Est, quando Gerusalemme era spaccata in due, tra l’area giordana e quella israeliana, gli studenti si sono ritrovati costretti a fare lezione qua e là in aule improvvisate, in edifici sparsi un po’ ovunque per la città.

Poche settimane, e la consapevolezza che il conflitto armato non è il peggiore possibile ha attraversato la mia mente. Ovunque ti volti, la presenza del Muro che separa la zona palestinese da quella di Israele ti segue. Non è una presenza sempre fisica, ma ovunque visibile. Per questo Gerusalemme divora: il Muro è ovunque, una barriera che divide i suoi abitanti. E’ cresciuto lentamente anche nelle teste dei loro figli, dopo decenni di sangue e divisioni.

Ne ho avvertito il peso, così forte da restarne quasi schiacciata, camminando sulla Spianata delle Moschee, quando una folla di donne ha iniziato a gridare “Allahu Akbar”, Allah è grande, con violenza, di fronte ai giovani soldati innervositi, che si scambiavano occhiate interrogative. Ma l’ho avvertito anche camminando nel quartiere ebraico ultraortodosso, che si chiude su se stesso, circondato da piccole muraglie. Un universo a parte, che riproduce fedelmente un ghetto dell’Europa dell’Est di secoli fa, un microcosmo in cui donne, coperte fino ai piedi, vivono senza internet, trascinando con sé uno sciame di bimbi urlanti. Spesso 10 o 12 figli. Oppure quando nel quartiere moderno la visione delle sue alte torri in vetro e metallo, contrapposta al cupo villaggio arabo vicino casa, stride nell’anima. O ancora quando, nella visita guidata alla Corte Suprema, apprendi che tra i suoi componenti vi è un solo giudice arabo. E che non esiste, qui, matrimonio civile. Solo religioso, solo di cristiani tra cristiani, musulmani tra musulmani, ebrei tra ebrei.

La tensione a volte è palpabile, quasi potresti tagliarla con il coltello, tanto è presente nell’aria. Per questo studiare a Gerusalemme non è semplice. Il prezzo da pagare è noto a tutti: tra i compagni di studio, i più frequenti – o almeno quelli che più balzano all’occhio – sono ferventi protestanti americani creazionisti. Ma, indagando a fondo, ecco che tra i compagni di banco trovi persone di vasta cultura ed una passione sconfinata per la storia di questi luoghi: “Voglio assolutamente visitare tutti i Paesi arabi che questo maledetto visto israeliano mi permetterà!”. Compagni perfetti di vagabondaggio per mercati o per i ristoranti tradizionali di Gerusalemme Est, in cui servono soltanto una pietanza, pita con hummus (una salsa fatta con ceci e salsa di semi di sesamo), declinata in milleuno gusti diversi. Proprio l’hummus è stato per me il simbolo delle tre fasi dello shock culturale: si dice che inizialmente, arrivato in un luogo così lontano, adori tutto ciò che ti circonda, ami la realtà completamente diversa in cui ti trovi. E arrivi a mangiare salsa di ceci perfino a colazione. Poi, a subentrare è un senso quasi di disgusto, delusione: è tutto qui? All’improvviso la nostalgia di casa si fa lacerante. E non ne puoi più di hummus. Alla fine, ritrovi l’equilibrio, la riconciliazione con la nostalgia. E l’hummus.

E’ una città che nelle contraddizioni vive, respira e si agita. Ogni tentativo di incatenarle, ingabbiandole in una facile soluzione, è inutile. E’ solo quando rinunci a capirla e ti arrendi al mistero di questa sfinge silente che Gerusalemme ti restituisce ciò che ti ha strappato.

La sete di serenità, di tranquillità, è nei suoi stessi abitanti, che ogni giorno scontano il prezzo, e che sono capaci, alla richiesta di indicazioni, di accompagnarti per tutto il tragitto per condurti sana e salva a destinazione. Oppure quando trascorri un pomeriggio intero, di fronte ad una tazza di tè alla menta, a chiacchierare con i commercianti arabi sonnacchiosi della Città Vecchia. Che, prima di ridurre il prezzo di un terzo, devono prima raccontare tutta la loro vita, le speranze per i figli andati in Europa, i piccoli problemi quotidiani. Qui ho imparato cosa sia davvero l’ospitalità: riconoscere in uno straniero un figlio lontano e ritrovato. Un tè alla menta, a volte, può davvero demolire muri.

Una serenità che è anche nel tempo trascorso a girovagare placidamente nel periodo del Capodanno ebraico: negozi, uffici, supermercati chiusi per tre giorni, mezzi pubblici fermi. Al senso di frustrazione, segue il fascino suscitato dal camminare per una città quasi deserta ed in festa, tirata a lucido. Dello scoprire angoli nuovi, e assaporare la bellezza di ritmi più lenti, cadenzati, ma che scorrono rapidi come il tempo passato con un amico.

Lo stesso spirito di condivisione che ho ritrovato in una cena festiva da una famiglia ebraica religiosa, contattata attraverso l’università (“non puoi mica passare le feste da sola!”). Dove, in un appartamento minuscolo e spoglio, una donna, rigorosamente coperta fino alle caviglie, sempre sorridente, mostrando una grandezza d’animo infinita mi ha rivelato, sussurrando come fosse un segreto prezioso: “Ad essere sinceri, non siamo ricchi, per niente. Infatti molti mi chiedono perché ospito così tante persone alla mia tavola… Ma la verità è che a donare non si perde niente.”

Sì, perché Gerusalemme non divora soltanto. Restituisce dieci, cento o mille volte più di ciò che ti ha rubato. Forse perché in lei vive ancora una quantità innumerevole di anime, di tutti quelli che l’hanno attraversata da turisti, pellegrini, di coloro che hanno scelto di viverci, incatenati dal suo mistero.

O forse perché, quando cala il tramonto sulla Città Vecchia e gli ultimi raggi di sole accendono la Cupola d’oro, rischiarando anche il Muro e il Santo Sepolcro, tutto appare possibile. Perfino la pace tra questo milione di anime. In questo crogiuolo di religioni, razze e lingue. Sì, persino la pace.



Condividi
Copyright ©  2011-2017  Nuove Tendenze
Codice Fiscale 97361110584 - P.IVA 09009871006

Logo realizzato da Franco Avitabile