Intervista ad Antonio Caggiano, di Anna Laura Longo

 

  Antonio Caggiano Vale la pena soffermarsi su alcune considerazioni preliminari riguardanti la necessità di coltivare una qualificazione, o ancor meglio una riqualificazione costante del respiro, sottolineando come esso abbia una vera e propria sostanzalità all’ interno di ogni valido – e soprattutto organico – fatto musicale o atto interpretativo. È mio interesse dare avvio a questa intervista proprio a partire da una domanda che si ritrova ad avere un carattere evidentemente orientativo: possiamo considerare il respiro come realtà sussistente alla vicenda sonora propriamente detta? E riconoscerlo come fatto basilare su cui possa trovare appoggio e persino impiantarsi un particolareggiato ed avvincente percorso interpretativo?

Il respiro e l’alimentazione sono  indispensabile per la vita umana. Senza questi elementi l’uomo non riesce a vivere.  Bastano un mese di digiuno e qualche minuto di assenza di ossigeno  per far cessare una vita umana.

Per me la respirazione ha rappresentato sempre qualcosa di sacro e la scoperta della sua importanza è sicuramente legata alla mia esperienza musicale. Ricordo che quando da bambino iniziai a infierire sui fustini del Dash il gesto del colpire era sempre accompagnato da un respiro profondo, allora mi stancavo molto quando suonavo, poi col tempo ho verificato che respirando con regolarità la tensione si abbassava, i muscoli si rilassavano ed il movimento del corpo diventava più armonico… raggiungevo in qualche modo uno stato di grazia nel quale il corpo e lo spirito erano tutt’uno.

Quindi il respiro è componente essenziale della vita (se non respiro non vivo),  realtà sussistente del suono (ogni gesto musicale è preceduto e accompagnato dal respiro) e respiro dell’arte (ogni opera d’arte ha un proprio respiro).

   Ogni avventura sonora si rivela essere stimolatrice di possibilità conoscitive, per natura, eterogenee . Il suono stesso, a ben vedere, potrà incessantemente connotarsi come “spazio o ámbito di meraviglia”. Quale esperienza musicale, recentemente vissuta, ti ha visto implicato e coinvolto, per l’appunto, in meandri o labirinti di meraviglia, rivelatisi per te degni di nota e quindi raccontabili e condivisibili?

Alla base della mia ricerca vi è il ‘Suono’. Il suono come manifestazione di vita, come chiave di conoscenza dell’esistenza e di tutto ciò che ci circonda. Il suono secondo la lezione cageana, è dotato di un’anima che ogni musicista deve far emergere ogni qualvolta tocca uno strumento o un oggetto qualsiasi (la visione caegiana non prevede gerarchie: ogni oggetto può essere uno strumento ed è il suono che definisce la qualità dell’oggetto stesso).

Quindi il compito dell’artista è quello di scoprire il suono/anima di ogni strumento/oggetto…

Al suono è strettamente legata l’esperienza dell’ascolto, che per me è talmente sconvolgente che annulla tutto quello che vi è intorno. Per esempio quando ascolto una canzone sono talmente concentrato sulla musica, che tralascio quasi completamente il testo.

La prevalenza del significante sul significato è una delle conclusioni a cui giunge il grande artista e ricercatore Demetrio Stratos che, liberando la voce dal giogo della parola e dalle convenzioni del bel canto occidentale, avvia una ricerca vocale che lo conduce verso una nuova vocalità, che affonda le sue radici nel canto ancestrale del Mediterraneo.

Quest’anno l’Associazione dello Scompiglio ha presentato all’interno del progetto Assemblaggi provvisori un omaggio al grande artista greco-cipriota che ha visto impegnati insieme al sottoscritto artisti quali: Davis Moss (voce), Patrizio Fariselli (pianoforte e tastiere), Luigi Ceccarelli (live electronics). Durante le prove ed il concerto abbiamo vissuto dei momenti bellissimi nei quali la figura di Stratos ha esaltato la fantasia e la creatività dei musicisti coinvolti in una esperienza viva, che ha prodotto un risultato davvero sorprendente.

Un’altra esperienza, definita ‘storica’ da Mario Gamba sul Manifesto, che mi ha portato in “labirinti di meraviglia” è stata quella del concerto del Trio A.L.M.A. (Fabrizio Ottaviucci, pianoforte, Gianni Trovalusci flauti, Antonio Caggiano vibrafono e percussioni) al Festival di Musica Contemporanea Italiana organizzato a Forlì da Area Sismica. Un concerto/laboratorio dedicato alla musica aleatoria italiana di autori quali: Bussotti, Evangelisti, Branchi, Curran, Stratos, che ci ha ricordato quanto questa musica sia attuale, viva e di una modernità sconcertante.

 

   Essere impegnato in un tragitto di direzione artistica vuol dire anzitutto provvedere ad una messa in forma di proposte specifiche, ma anche esser gestore e garante di flussi di energie e di vere e proprie forze scambievoli transitanti tra portatori d’arte da una parte e pubblico dall’altra. Quali vicissitudini animano la realtà peculiare dell’Associazione dello Scompiglio in Vorno?

E soprattutto, quale taglio ti preme dare alle iniziative attualmente prospettate e prospettabili, ed infine quali sono (o sono state) le tue riflessioni in merito alle prospettive, di certo svariate, di costruire una modificazione o variabilità delle pratiche di fruizione, rispetto a quanto è già esistente o consolidato? Ritengo infatti sia possibile, di continuo, immaginare e conseguentemente scegliere di far leva su una molteplicità di forme di assaporamento del suono nonché di assorbimento dell’arte. Offrici la tua preziosa opinione a riguardo.

    La mia esperienza di direttore artistico di fatto ha inizio allo Scompiglio. In precedenza avevo curato alcuni progetti ma in modo saltuario. All’inizio è stata dura, perché ho dovuto imparare un mestiere altro rispetto a quello dell’artista.

Ma non mi sono scoraggiato, anzi la cosa mi è piaciuta molto, perché ho imparato a guardare le cose da un punto di vista diverso. Forse un pochino più distante ma più completo. Ho sviluppato una visione d’insieme di cui prima non avevo sentito la necessità.

Il progetto dello Scompiglio, voluto e diretto da Cecilia Bertone, è un progetto nel quale convivono arte, natura, cibo, ecologia. Un luogo fantastico dove coesistono in modo armonico e complementare varie forme artistiche quali: la danza, la performance, le arti visive, il teatro, la musica, il teatro per bambini.

Da qualche anno si lavora su un tema unico sviluppato in modo autonomo dai vari direttori artistici delle varie sezioni.

Inevitabilmente ho portato quelli che sono i miei interessi e la mia visione della musica, cercando di superare le incrostazioni di un periodo storico in cui i giudizi positivi o negativi su un pezzo musicale sono condizionati dall’appartenenza o meno alle categorie considerate ‘sacre’: alto, sì, basso, no; musica classica, sì, musica popolare, no;

Diversi sono stati i tentativi di superare questa follia, uno di questi è stato il progetto Pollini, che ha rappresentato un momento di rottura col passato: la proposta in enti concertistici importanti, di programmi di concerto con autori di tutte le epoche dove ciò che conta è la qualità della musica, non l’appartenenza o meno ad un genere considerato migliore di altri.

Io credo molto in questo messaggio che tende a liberare il pubblico dalla schiavitù di un ascolto condizionato e non libero. L’importanza di far uscire il pubblico tradizionale dal ‘tunnel’ in cui è stato costretto e portarlo verso il concetto di lateralità, che permette l’intrusione di cose inaspettate che possono favorire una visione fluida e meno standardizzata dell’ascolto e quindi dell’esistenza.

   Sei reduce dai Corsi estivi di perfezionamento dell’ Accademia Chigiana di Siena, ma la tua attività didattica si esplica anche in altri ambiti. Come è possibile rendere rigoglioso l’apprendimento musicale e più in generale su quali assunti essenziali si fonda la tua personale ipotesi ed impronta didattica? Si può indicare a questo proposito il percorso attivato anche nell’ambito di Ars Ludi?

L’attività didattica è parte fondamentale della mia vita personale e professionale.

Il flusso di energia che si libera nelle lezioni con i miei studenti è ossigeno e linfa vitale per la creazione di un gruppo che si pone obiettivi professionali ed artistici importanti.

La mia attività comprende l’insegnamento in  Conservatorio – da quest’anno sono al Conservatorio di Santa Cecilia di Roma –,  la docenza ai Corsi estivi di alto perfezionamento all’Accademia Chigiana, e i Master in Italia e all’estero.

In Conservatorio ho la possibilità di realizzare quella che è la mia visione dell’insegnamento degli strumenti a percussione, ereditata dal mio Maestro Antonio Striano, che consiste nel dare una struttura agli studenti sia come persone, sia come musicisti. La struttura aiuta i ragazzi a diventare degli ottimi professionisti e degli artisti, se dotati di talento e della voglia necessaria. In Chigiana invece facciamo un lavoro specifico sulla letteratura degli strumenti a percussione, contemporanea.

Sono anni che con Ars Ludi portiamo avanti il progetto di ‘percussione d’arte’ che si differenzia dalla ‘percussione circense’ molto di moda in questi anni. Il concetto di ‘Percussione d’Arte’ parte dal semplice concetto che prima si è musicisti e poi percussionisti. In altre parole bisogna coltivare la conoscenza della musica tout court e praticare la letteratura degli strumenti a percussione degli autori che hanno determinato con la loro opera l’evoluzione della stessa, e non dedicarsi a quei ‘pezzettini’ assolutamente privi di arte, composti da compositori minori al solo scopo di esaltare le doti tecniche degli interpreti.

 

   Mi è capitato di ascoltarti discorrere del ruolo avuto da John Cage in merito all’evoluzione della concezione musicale e di come egli possa ritenersi a tutti gli effetti depositario di atmosfere ideologiche e di principi inaugurati a sua volta da Eric Satie, figura a dir poco intrigante . Approfondiamo questo interessante processo di filiazione, ed inoltre ti chiedo: quali analoghi passaggi di testimone ti vengono in mente, osservando gli sviluppi storico- musicali generali? Si potrebbe utilmente estendere l’osservazione, in realtà, alle arti nel loro complesso. È del resto sempre molto affascinante notare come vada a crearsi talvolta uno sfondo anticipatorio su cui possa svilupparsi e trovare terreno un’egregia attivazione di energie creative insondate.

John Cage definiva Eric Satie il suo maestro non perché lo avesse frequentato o fosse stato suo allievo: di fatto Cage e Satie non si sono mai incontrati, semplicemente perché Satiè è morto quando Cage era ancora un fanciullo.

Satie che si definiva “troppo giovane in un mondo troppo vecchio” ha scompigliato non poco il mondo musicale della sua epoca scrivendo pezzi che egli stesso definiva ‘musica da tappezzeria’ per contestare la musica dotta e seriosa della sua epoca.  Precursore del pianoforte preparato e creatore di un pezzo, Vexation, per pianoforte  composto da 152 note scritte su cinque pentagrammi, ripetute per 840 volte (durata dell’esecuzione dalle 9 alle 24 ore) che ha anticipato la performance ed il minimalismo.

Leggendo queste cose si capisce perché Satie sia diventato il punto di riferimento di Cage che, partendo proprio dalle idee del compositore francese, rivoluziona in modo totale il pensiero musicale, artistico, filosofico del XX secolo.

Di casi del genere ve ne sono tanti nella storia della musica, possiamo dire che ogni grande compositore si è ispirato a grandi maestri: Mozart a Haydn/Bach; Zappa a Varese; Reich a Coltrane/Berio etc.

   Siamo partiti da una sorta di apologia del respiro, vorrei ora passare a parlare di “forme di contiguità” , quindi sono intenzionata a domandarti con quali dinamiche nonché sfumature si intreccia il tuo progetto quotidiano (di tipo artistico e musicale) con quella che è – più in generale- la tua visione o formula di costruzione di vita. Quale tipo di contiguità riesci a creare in tal senso?

 Per me esiste una relazione fortissima fra la vita e l’arte: SONO in quanto vivo; SUONO in quanto vivo.

L’arte per me rappresenta la possibilità di esprimere ciò che sono come uomo in relazione a ciò che mi circonda e a ciò che sento e vivo.

Essendo io un percussionista che esegue e studia prevalentemente musica del XX e XXI secolo, periodo in cui questa letteratura si è definita, sono interessato al rapporto dialettico che si stabilisce fra me ed i compositori spesso ancora viventi.

Il tramite fra me ed il compositore è rappresentato dalle loro opere.

Avvicinarmi ad un nuovo pezzo è per me un’esperienza esaltante, perchè mi dà la possibilità di conoscere e/o approfondire meglio il compositore che lo ha composto e nello stesso tempo mi dà la possibilità di approfondire la conoscenza di me stesso…

La curiosità verso l’altro, verso il nuovo e la voglia di approfondire sono gli elementi essenziali del mio lavoro.

Questo percorso è teso verso la ricerca di momenti di verità. Quindi non è sufficiente suonare tutte le note e le dinamiche scritte ma è necessario superarsi, superare i tic e le certezze della professione per librarsi in una danza liberatoria, attraversare la scrittura e cercare ciò che nella partitura c’è ma non si vede…

 

© Anna Laura Longo/Nuove Tendenze 2016



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