di Cecilia Castellani

 

Brevi e semibrevi di Guido SassoGuido Sasso, Brevi e semibrevi, con una nota di Luca Serianni, Torino, Aragno, 2015

Guido Sasso l’ho conosciuto per via delle sue poesie. O meglio, mi era accaduto, anni prima di ascoltare e conoscere la maestria della sua prima vocazione, di musicista concertista di flauto traverso, in due occasioni, con l’Insieme strumentale di Roma, in esecuzioni condotte insieme con Giorgio Sasso al violino. Nella primavera 2013 mi arrivò un plico stampato di una sua prima raccolta di versi. Forse, a pensarci dopo, egli aveva saputo che molti anni indietro, giovanilissimi, mi era accaduto di cimentarmi con la bellissima – e sempre infelice nel risultato – traduzione di alcune liriche tedesche di due autrici contemporanee, Sarah Kirsch e Friederike Roth, per una piccola rivista di poesia («Titus. Quaderni di poesia», n. 3, Bibbiena 1986, pp. 2-21). Oppure, che in quel periodo avevo tra le mani il libro [oltre il titolo, di teoresi] La poesia di Benedetto Croce, per doverne approntare il testo per l’edizione nazionale delle opere. Ma allora, come oggi, non mi feci troppe domande sul perché cadesse su me il privilegio della lettura dei suoi versi inediti. Vi erano le sue poesie, questo era l’essenziale, e questo – poiché ogni altra considerazione avrebbe spostato immeritatamente il centro dell’attenzione dall’oggetto poetico a uno personale e psicologico – è stato da allora la materia del nostro dialogo, perlopiù accaduto attraverso impressioni scambiate in messaggi email. Ricordo questo perché voi e io siamo, come lettori della poesia di Guido Sasso, tutti nella stessa posizione – tutti e però ciascuno preso in un proprio particolare gusto e coinvolgimento. Si osserverà che proprio lì, in quel rapporto che lega l’unica poesia ai tutti cui si rivolge, ma in modo tale che per ciascuno l’adesione, il piacere e la bellezza che ve ne tragga, dipende da particolari disposizioni e esperienze, è il segreto delle opere d’arte. Luca Serianni, nella sua Nota al libro di Guido Sasso, chiama idealmente il critico a una misura di ‘discrezione’, una preliminare astensione dal giudizio estetico, e, pur non sottraendosi a una definizione sul carattere della lirica di Guido Sasso come ‘concentrata parola poetica’, ne affida, come più legittimo il giudizio al lettore che così vi dialoghi e, in sé ascoltandola, ne trovi la poeticità, e in ciò la ricrei. Ne segue un saggio magistrale di critica formale o stilistica, che analizza, seguendo il filo dei 91 componimenti del libro, le caratteristiche tecniche – metro e misura dei versi, sintassi, lessico, uso di rima canonica e rima ritmica – che occorrono a costruire il risultato più essenzialmente lirico di quella versificazione. Di molte offre lo scheletro – non il modello, perché anche in questo – come lirica fortemente subiettiva – la poesia di Guido Sasso si sottrae a una precostituita formula stilistica, allo schema fisso, restando piuttosto fedele all’esigenza di un risultato sonoro, che nel ritmo, nella rimatura, nel timbro (lunghezza e apertura vocaliche) delle parole ottiene quasi una dominanza sull’immagine, sul tema di cui quelli sono espressione. Questa analitica (o esercizio critico svolto da Serianni) tanto più è preziosa, perché suscita nel lettore la certezza che il processo compositivo, il lavoro del poeta, è occorso con cura meticolosa, con la laboriosità disciplinata (non la facilità e l’immediatezza – scriveva Goethe in polemica con il sentimento di Schiller) che trasforma un’affezione, un’immagine, un ricordo, una cognizione, un elemento della natura – qualsiasi sia l’evento che ne è occasione e scaturigine – in espressione poetica. E lascia, per noi, intatto e incerto, se, per il poeta, sia stata una particolare rima, o un’immagine, una visione, un colore, un’assonanza di termini o altro ancora (di cui vi è presenza nella poesia conclusa), l’elemento che è anche stato il punto d’inizio – o è al centro – del suo processo compositivo.

Credo – e sono in realtà io a ringraziare Guido – che egli mi affidò le sue poesie, perché, solitario e assiduo, da una decina di anni era immerso nel mondo della poesia che leggeva, studiava e componeva lui stesso. Un esercizio per sé, e certamente anche un gioco condotto con marcato virtuosismo, che tuttavia ormai si era condensato in un certo numero di componimenti conclusi (o per i quali non provava più insoddisfazione) e che così, in quella forma oggettivata, cominciavano forse a essere un po’ ingombranti. Si scrive (ma anche si recita e si fa musica) per un bisogno intimo e proprio (che sempre in parte è oscuro) ma quando, ormai al passato, si è scritto, quella prima esigenza è trapassata nella sua provvisoria chiarezza, e in questa forma (che, se vi si riesce, rappresenta anche il limite nel quale si è disposti ad accettare sé stessi) è inevitabile che sia lei, in quel suo rendersi autonoma, a dire meglio qualcosa di altrimenti non comunicabile. La mia esternità di lettrice (come poi dei suoi lettori) è stata, forse, per Guido il passo in una più ferma obiettività. Che nella collana «Licenze poetiche» di Nino Aragno Editore, per la cura di Tiziana Provvidera, ha trovato accoglienza (pubblicazione del 2015), mentre, all’interno della testata Fahrenheit di RaiRadio3, alcune delle poesie raccolte in Brevi e semibrevi sono state lette dall’autore nel corso di una bella intervista a puntate («La poesia del giorno» dal 25 al 29 gennaio 2016).

Del titolo Brevi e semibrevi – in una collana editoriale di poeti quelli di Poesie, Liriche, Versi non riescono che a ribadire il genere che tutti accomuna – e in una raccolta che ne prevede soltanto per quattro componimenti (preda; a roberto con i nostri figli; ai genitori con roberto; sms – tutti con iniziale minuscola) – si osserva, in un minimalismo ironico molto peculiare dell’autore, il congiungimento della misura prevalentemente ‘breve’ o corta – talvolta un distico fulminante – delle poesie con l’unità di misura della notazione musicale, la ‘semibreve’, che lì vale anche per l’intero. Suggestivo in quello l’incontro delle due arti praticate da Guido Sasso – la poesia e la musica, ma, con certa prosaicità, altrettanto efficace ne sarebbe la traduzione con Poesie brevi. [Si vedano i distici: due endecasillibi in rima baciata: «In me, per te, tace ogni debolezza; / la mia di un fanciullo è tenerezza». Due endecasillabi irriverenti: «La dissonanza di comune accordo / scende al sesso se un poco sporgo». Ma anche, con la soavità di un Haiku figuratissimo: «Il volare felice / degli uccelli monogami» (Serianni vi osserva un caso, raro, di impersonalità lirica che fa uso del verbo sostantivato). Ancora un distico in endecasillabi sciolti, con la particolarissima contrapposizione tra la premessa (ipotetica ma realistica) e la conseguenza, che pur presentandosi necessaria nella sintassi, sorprende in una contromossa vaporosa, che scioglie la nostalgia in un repentino congiungimento assurdo: «Se nel cielo appare un aereo / credo che lei è lì e volo via» – volo questa volta irrealistico, se non come metafora pel rifugio nei suoi versi].

Sono poesie tutte di occasione – lo si dice perché vi si rintraccia un senso sempre molto terreno, anche quando aereo ed etereo, sempre condotto e raccolto in una parola che si carica di una vasta, ridente, tenera sensualità. Lo si dice anche per mettere in luce una compostezza di tono, virtuosa nella ricerca della esatta esecuzione e però nient’affatto sperimentalistica (con echi invece molto classici) o intellettualistica, o, sul lato opposto, divinamente ispirata. Poesia personalissima e che si produce nella variazione di temi e motivi limitati (come nello svolgimento variato in sette tempi di “Me solo, assai lontano / saluta la mia mano….) – ma anche eco variata del «a voi le palme tendo» del sonetto foscoliano. Nel genere di un canzoniere, frammenti e aperture di vita interiore dedicati all’amore. (Un ragazzo lo ha formulato a me anche così: ma tu la conosci l’amata di Guido Sasso? La corrispondente reale della sua Laura ideale?) Il tema, dell’amore, è cantato in due variazione principali: all’amata e ai più stretti affetti familiari. In questi, negli endecasillabi (uno spezzato tra il quarto e il quinto verso) di a roberto coi nostri figli, il pensiero sognante ricompone in una delicata circolarità del sorriso il legame più stretto nel rinvio, ripetuto, dal fratello ai figli ‘nostri’ e poi ancora di fratello in fratello ai figli. Poi nella terzina ai genitori con roberto mio fratello, torna il sorriso vivo, che stringe il ciclo delle generazioni ‘di una famiglia spiritosa’ (ricca di spirito, che la parola evoca e tramanda). Il sorriso, sorridere, sorridersi – tiene molto Guido a trattenere in questo cenno il rispecchiamento che fa librare, come in anse di un bolero lieve, quel che nella sua prima poesia che introduce il volume di roberto a roberto era, ancora, in una misura di qualità ermetica, il vuoto, cui però si chiedeva di restare, identicamente, il pieno che era stato.

Infine, sufficiente ne fu una lettura delle prime tre poesie – due quartine e la sestina intitolata preda, si è presi da una lirica di qualità pagana, arcaica, quasi greca. Vi sono svolti i tre temi ricorrenti. Nella prima, Fuor di palma, sul disparo, la musica. Ma di aulòs o di flauto – a me è parso non di pianoforte, come è piaciuto di trovare a Serianni – per quel ritmo che vi si vede e che, per la chiusura in ‘barbaro’ conduce a un elemento primigenio, un momento dionisiaco (dita che balzano) e perfino apotropaico. Nella seconda, Quella fanciulla abito vermiglio, il tema dell’amore è declinato in leggiadria e, appaiato, solo per esempio, con i sapori contrari di pepe e miele in un amalgama di colori e umori (di tiglio e rosa), o odori di ambra di p. 32. Nella terza, preda, il tema della caccia. Ancora un tema ‘antico’, qui svolto con estrema sapienza, molto bella, un quadro naturalistico di rara inquietudine. Tutte riuscite in una essenziale perfezione cercata e conseguita di motivo tematico, immagine, densità concentrata della parola, ritmo, movimento interno: si guardi il contrasto generato tra la crudezza soddisfatta del predatore (‘il rifiatare calmo della fiera’) e il contromovimento di un alito che avvolge, come un soffio di disumanata umanità, il tepore del corpo depredato.

 

Cecilia Castellani

 

(Intervento di Cecilia Castellani tenutosi in Roma, 10 settembre 2016, nella Casa delle associazioni regionali, Via Ulisse Aldovrandi 16)

© Cecilia Castellani/Nuove Tendenze 2016



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