La rubrica che in questo mese di aprile 2010 è solo presentata, partirà ufficialmente a maggio dando spazio come sempre a voci, autori, non per forza noti e non necessariamente fotografi ‘di mestiere’.

Farà eccezione questo numero zero che metterà simbolicamente e virtualmente in contatto due grandi autori della fotografia italiana, entrambi scomparsi, quelli che hanno segnato, forse involontariamente, le principali due ‘scuole’ fotografiche nate nel nostro Paese nel Novecento, grazie al fascino e all’originalità che i lavori di entrambi hanno espresso. Parlo ovviamente di Luigi Ghirri che, nel nostro caso, con le sue parole scritte, come nel primo ciclo di Madeleine, ci indica la direzione verso la quale procedere e di Mario Giacomelli che con la sua voce straordinaria, profetica, ci parlerà del suo modo di vivere il paesaggio: un paesaggio in bianco e nero, così diverso dal quello dei colori di Ghirri.


L’audio che qui troverete è un ‘movimento’ di tre, un dialogo da me avuto con Giacomelli a Senigallia nel suo studio, a casa sua, pochi mesi prima che morisse, anche se quel giorno di novembre del 1999 questo non era assolutamente prevedibile, neppure per lo stesso Giacomelli, figurarsi per me.

Un dialogo informale, che solo oggi sono riuscita a raccogliere in tre momenti, riducendo un  parlato, un flusso di parole di quasi un’ora e mezza, che Giacomelli mi aveva concesso in modo straordinariamente naturale.

Dopo aver realizzato con lui, al telefono e quindi senza conoscerci, alcuni interventi radiofonici ufficiali, per il lavoro, avevo deciso su suo invito di andarlo a trovare per conoscerlo, per vedere i luoghi nei quali si spostava quotidianamente, quelli da cui nasceva gran parte della sua fotografia. Il suo paesaggio impossibile: la terra, i campi delle Marche, le colline e il mare che segna l’inizio e la fine del suo lavoro fotografico.

Quel  giorno acquistai un biglietto di andata e ritorno in giornata, non sapendo bene cosa ne sarebbe uscito da questo incontro in cui avevo anche il desiderio di raccogliere una sua testimonianza vocale, non filtrata dalla linea telefonica. Non avevo scadenza, né imposizioni, quindi tutto ciò che ne sarebbe appunto venuto fuori avrei potuto prenderlo o buttarlo senza alcun problema. Mario Giacomelli lo consideravo e lo considero tuttora uno dei maestri della fotografia italiana, una delle voci più singolari. Quel giorno, una domenica di novembre del 1999, mi venne a prendere alla stazione di Senigallia con una macchina da corsa nera di quelle che aveva sempre amato e con la quale si muoveva tra casa sua, un po’ fuori città e la tipografia – dove subito mi ha portata –, in centro, il suo posto di lavoro, che stava per chiudere dopo tanti anni di attività. Tutti a Senigallia incontrandolo, incrociandolo nei bar, nei vicoli, lo chiamavano maestro e lui si scherniva, con falsa e vera modestia, dicendo che non non gli piaceva essere chiamato maestro. ‘Di maestro ce n’è stato uno solo, e ha fatto una brutta fine’ mi aveva detto tra l’altro quel giorno. E credo che questo ‘schermirsi’ alla parola maestro legittimi fino in fondo il fatto di aver utilizzato le sue parole per questo numero zero. Professionale, non professionale, fotografo o hobbysta… per anni si è litigato su un’identità artistica che lui, Giacomelli, viveva come un non mestiere, una non professione. Era la passione, quella che è mancata a tanti pur bravi fotografi italiani, la passione per lo scatto quasi fosse un respiro, la passione per il suo paesaggio, quotidiano, il suo paesaggio impossibile, che si arricchiva spesso di note, poesie sue e di autori amati, che inseriva nei libri o nei cataloghi delle sue mostre.

Quel giorno, in penombra, nel suo studio, gli era presa la foga, mentre parlava, di aprirmi davanti cartelle su cartelle di originali da lui stampati. Mi parlava di lavori meno noti come quello della sezione sugli alberi tagliati; del suo lavoro nell’ospizio di Senigallia, di Sanno con le figure nere ‘volanti’ che assomigliavano, secondo lui, a quelle di Chagall (avendogli tagliato i piedi, cosa allora che aveva lasciato inorridito un famoso critico); poi della sequenza dei pretini, le sue immagini più note, del suo rapporto con la poesia, da sempre. Del suo amore soprattutto per alcuni autori contemporanei, i cui versi univa spesso a sequenze fotografiche, legami che hanno dato vita a libri fotografici memorabili come Spoon River.

Il brano che qui vi proponiamo e che finalmente conosce un titolo è Il paesaggio impossibile di Mario Giacomelli.

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Per me questa è in fondo un Madeleine personale cui tengo tantissimo. Sia Giacomelli sia Ghirri sono scomparsi, ormai da tanti anni, troppi… la loro assenza è un grande vuoto, ma ci hanno lasciato parole e immagini necessarie. Due poetiche totalmente diverse, ma fondamentali per la storia dell’estetica italiana… e non solo. Quelle presenzeassenze su cui ancora oggi fondiamo le nostre residue speranze future. In un paese ormai frastornato, privo di voci sommesse e profetiche come quelle di un Giacomelli e così privo di bussole, tanto care a Luigi Ghirri (di cui ci rimangono le immagini, profetiche anch’esse, degli Atlanti). Raccogliamo quindi un’eredità, quasi fosse un vello d’oro su cui fondare qualcosa di nuovo, ancora, ci proviamo.



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