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Conversazione sul documentario con Giusy Buccheri - di Alessandro Faccioli
Perché si dovrebbe andare al cinema, pagando il biglietto, per vedere un documentario?
- Un documentario è un film! Può raccontare una storia, farti emozionare, commuovere, indignare... La realtà ha una forza intrinseca, che ti colpisce e ti avvince, e il volto di una persona vera a volte ha un fascino superiore a quello di un grande attore... Purtroppo in Italia la parola "documentario" viene spesso associata a dei modelli narrativi noiosi e desueti, che non rendono conto delle possibilità espressive e della ricchezza di questo genere.
Gli appassionati di documentario tra i giovani pian piano aumentano. è solo un'impressione?
- Il punto è dare la possibilità di vedere dei bei documentari... spendersi per far arrivare alla gente prodotti veramente di qualità, costringendo le persone a porsi il problema di dover rivedere le proprie opinioni sclerotizzate, frutto di visioni passate noiose ed, eventualmente, forzate. Quando io mi sono resa conto che si poteva fare un cinema documentario di creazione sui temi che mi avevano sempre appassionato, ma che non avevo ancora messo a fuoco come passibili di una trattazione audiovisiva poetica, rigorosa, analitica, coinvolgente... beh, il gioco era fatto e avevo ormai deciso di specializzarmi in cinema documentario! E il numero di coloro che come me vogliono dedicarsi al documentario professionalmente cresce sempre di più.
Come ti sei formata in questi anni?
Mi sono laureata in cinema nel 2002, al Dams di Bologna. Avevo fatto qualche esperienza su set piccoli e grandi durante gli anni dell'università, ma non ne ero rimasta entusiasta. Penso che fondamentale per me sia stato l'anno trascorso in Francia per preparare la tesi, soprattutto per la possibilità di vedere cinema di ottima qualità, in grandissima offerta e a tutte le ore del giorno; e documentari bellissimi trasmessi al cinema e in televisione: roba che in Italia ce la sogniamo! Penso che la passione per il cinema documentario sia nata lì, quando ho scoperto che poteva essere uno strumento di espressione valido quanto il cinema di fiction. Quindi dopo la laurea ho cercato di approfondire la conoscenza del documentario e sono andata a vivere a Madrid, dove ho iniziato a lavorare presso la Sunset United Media di Enrique Nicanor. L'esperienza in Spagna è stata molto importante perché mi ha messo a contatto con il sistema di produzione europeo, mi ha fatto conoscere organismi come Eurodoc, Input, Eave. Ho imparato a lavorare alla scrittura di un progetto, ho visto come ci si prepara per un pitching forum. Enrique inoltre, mi ha incoraggiato a sviluppare la mia prima idea per un documentario, mi ha spinto a lavorare su un tema che mi stava a cuore, a mettermi in gioco in prima persona. Il suo aiuto è stato fondamentale. A un certo punto però ho sentito l'esigenza di rientrare in Italia, di provare a raccontare la mia realtà. Mi sembrava di guardare le cose con lo sguardo della "straniera". Rientrando in Italia è stata molto importante l'esperienza di Doc ut Des, il corso di formazione per registi di documentario d'autore organizzato dal Festival dei Popoli di Firenze. Sentivo l'esigenza di conoscere la situazione italiana, e ho trovato un grandissimo interesse fra i miei coetanei. Alle selezione del corso c'erano più di cento persone per soli quindici posti. Lì ho potuto confrontarmi con altri che avevano la mia stessa passione, che facevano i conti con gli stessi problemi. Abbiamo avuto insegnanti del calibro di Jean-Luis Comolli, Marco Bertozzi, Gianfranco Pannone, Alessandro Rossetto...
Che persone decisive hai incontrato sulla tua strada?
- Oltre all'incontro con Enrique Nicanor sicuramente determinante è stato quello con Gianfranco Pannone, nel 2004. Subito dopo la fine del corso ho iniziato a collaborare con lui come aiuto regista. Pannone è stato forse il primo in Italia a rivendicare una dignità creativa al documentario, girando in 35mm, il primo a parlare di "documentario di creazione". Quello che però io apprezzo di più è il suo modo di interpretare la realtà, senza fornire mai certezze o assiomi agli spettatori, piuttosto instillandogli dei dubbi. Anche quando affronta un tema politico, come in Latina-Littoria ad esempio, il suo approccio non è mai ideologico, non propone verità precostituite, piuttosto spinge a farsi delle domande, a cercare la propria soluzione. In marzo abbiamo terminato un documentario dal titolo Cent'anni della nostra storia, una coregia di Gianfranco Pannone e Marco Puccioni, sui cento anni di storia della Cgil raccontati da lavoratori e sindacalisti. Gran parte del mio lavoro in quel caso è consistito nella ricerca del repertorio, proveniente sopratutto dall'Archivio del Movimento Operaio e Democratico di Roma e dall'Istituto Luce. Provo una vera fascinazione per i materiali d'archivio, guardarli è come fare un giro sulla macchina del tempo, come essere presenti a fatti che conoscevi solo per sentito dire. La testimonianza dei protagonisti di quei fatti però li rendeva tangibili, quasi attuali. Adesso stiamo sviluppando un interessante progetto dal titolo Guerra Civile, con Indigo Film. Lavorare con Gianfranco è sempre stimolante, professionalmente e umanamente. Per me è una grande scuola di regia.
Cosa dà più fastidio della tradizione documentaria italiana del passato ai documentaristi di oggi che cercano di affrancarsi dal peso dell'autorità ma anche dagli errori e dall'approssimazione di molti autori di ieri?
- La cosa più evidente che dà fastidio a me e a tutti i compagni e amici che condividono le mie passioni è il retaggio della produzione degli anni Cinquanta e Sessanta, in gran parte frutto - com'è noto - di una legge sui finanziamenti garantiti ai documentari che di fatto ha finito per favorire la serialità e la quantità, piuttosto che la ricerca e la qualità. La voce over è onnipresente... e questa voce fuori campo così retorica nell'immaginario comune italiano è identificata oggi con il documentario tout court. Lo spettatore è ancorato a vecchi modelli e moduli e si annoia in partenza, solo all'idea di dedicare del tempo alla visione di qualcosa che non sia fiction. Effettivamente c'era poca cura, poca attenzione alla forma, con poche eccezioni. Faccio l'esempio concreto di un cortometraggio che mi ha occupato negli ultimi tempi, un lavoro degli anni Cinquanta che mi è servito come materiale di repertorio per un documentario che ho realizzato a mia volta: I pupi siciliani di Ugo Saitta, realizzato nel 1950. Per me è stato meraviglioso riscoprirlo nell'archivio della Filmoteca Regionale Siciliana, percepire i colori e le sonorità di quegli spettacoli, vedere i volti e le reazioni degli spettatori nelle piazze e nei teatrini di oltre cinquant'anni fa. è una registrazioni puntuale di quella realtà quasi scomparsa, eppure il documentario è fatto tirando di grosso, montato in maniera approssimativa, senza passione, facendo alla fine risaltare i soliti cliché. Certo, il valore documentario delle immagini e dei suoni registrati è incalcolabile e resta come testimonianza primaria dell'arte dei pupi. Il problema è strettamente formale, di confezione. Che rabbia. Ancora una volta, anche in questo caso speciale, siamo spinti a pensare al documentario come a un riempitivo qualsiasi, naturale complemento obbligatorio al lungometraggio che veniva proiettato nelle sale subito dopo.
Ci saranno pure delle eccezioni, dei film documentari che hanno scavalcato questa logica utilitaristica.
- Sì, le eccezioni sono significative! Nell'ottica di una documentazione audiovisiva che si propone di restituirci, ad esempio, usi e tradizioni di qualcosa che non c'è più, l'Italia di ieri, non si può non ricordare l'opera di un eccezionale documentarista, poi passato al lungometraggio di finzione e tutt'ora attivo (dovrebbe uscire a breve il tribolato Lettere dal Sahara), cioè Vittorio De Seta.
I suoi documentari degli anni Cinquanta, d'ambientazione siciliana, sarda, calabrese, sulla pesca del tonno, le solfatare, le feste tradizionali, i piccoli e grandi riti della collettività, sono documentari che non sono invecchiati di un giorno, con la loro concezione moderna, un ritmo sconvolgente e una fusione così suggestiva di immagini e canti, parole, rumori, che evita la presenza ingombrante della voce di commento, quasi senza bisogno di musiche... Quando mi trovo di fronte a questi cortometraggi capisco quanto sia determinante scegliersi modelli validi, che puoi sentire vicini a te, al modo in cui io stessa aspiro a rappresentare le cose, dirigendo lo sguardo su sopravvivenze di culture che vanno scomparendo, viste senza giudicare, partecipando con il distacco di colui che guarda altro da sé ma con adesione profonda ed emozionata.
De Seta è visto oggi come uno dei padri spirituali di tutto il movimento documentario italiano. è omaggiato, "riscoperto", proposto in numerose rassegne. Chi altro può essere identificato come un modello del recente passato?
- Ad esempio Cecila Mangini, autrice, tra l'altro, di alcune interessantissime inchieste sul mondo femminile, in anni in cui la concezione che le donne avevano di sé stava rapidamente cambiando, e di un documentario cortometraggio che io amo molto, dal titolo La canta delle marane. è un lavoro quasi pasoliniano, sui ragazzi delle borgate romane, lirico e modernissimo.
Si contano sulle dita di una mano i documentari proposti sugli schermi delle città italiane, ad eccezione forse delle metropoli. Che idea ci si può ragionevolmente fare?
- Tra i contemporanei amo molto e mi sento vicina alla poetica di Nicholas Philibert, francese noto in Italia soprattutto per Essere e avere, umana e toccante esperienza d'esplorazione del mondo di un maestro e dei suoi allievi, in una scuola di campagna. In realtà Philibert è autore di molti altri bellissimi documentari di creazione, come ad esempio Le pais des sourds, che non è mai uscito in Italia. è veramente un peccato non avere la possibilità di vedere film come quello! La sua è una sensibilità eccezionale per l'osservazione partecipata della realtà, vicina ai personaggi ma non tesa a sovrastarli sino a forzarne la rappresentazione, piegandola a schemi preconcetti. Il cinema di Philibert assomiglia a quello che vorrei essere in grado di fare io e pertanto non mi stufo mai di rivedere i suoi lavori, che consiglio a tutti, nessuno escluso, e li propongo ai miei amici, con i quali ho modo così di trovare un sicuro terreno di discussione.
E tra gli italiani di oggi?
- A parte Pannone - con cui collaboro e sul quale, di conseguenza, non sarei obiettiva - apprezzo molto Leonardo Di Costanzo. è molto bello il suo A scuola, sulla scia dei modelli della "scuola francese" degli Ateliers Varan, caratterizzati dalla pressoché totale assenza programmatica di messa in scena, secondo la tradizione del cinéma verité. Trovo molto vicina alla mia sensibilità questa concezione della macchina da presa/telecamera come "terzità", elemento esterno, terzo polo del rapporto tra due elementi della realtà in conflitto. Di Costanzo mi piace perché cerca di rappresentare questi conflitti, osservare la realtà da testimone, senza giudicarla, eppure il suo sguardo non è distaccato, né freddo. All'opposto, si può ricordare - tra gli esempi possibili di documentaristi italiani apprezzati - Alessandro Rossetto, che riesce a mantenere un distacco esemplare rispetto alle persone che ritrae... io lo sento però molto lontano da me, con questa sua distanza dai personaggi. Quando mi calo in una realtà nuova, osservando, posso non condividere un certo sistema di valori, ma se mi ci accosto devo veramente sentire un "amore", altrimenti... Non potrei guardare con uno sguardo freddo, cerco piuttosto l'empatia.
Da giovane documentarista "precaria" (come tutti i film-maker) e alle prime prove puoi già dire se sei pentita e torneresti indietro per scegliere strade più comode?
- Se potessi avrei già smesso. Le difficoltà produttive sono tante. Ma non riesco a immaginare una professione più bella ed appassionante. Si tratta di un lavoro che non è semplicemente teso verso un risultato finale, come spesso accade nel cinema di fiction. Ogni singolo momento dell'ideazione, della ricerca, del rapporto con i testimoni ti arricchisce. Non voglio dire che sia facile, tutt'altro. è una professione che ti spinge a rimetterti in gioco continuamente, a lavorare su di te. La cosa più difficile è prendere atto di avere imboccato la strada sbagliata e ascoltare veramente il tuo testimone, senza falsare la sua testimonianza, anche se ti porta completamente fuori da ciò che immaginavi... è un continuo lavoro che fai su e con te stesso, devi continuare a imparare e a fare esperienze e io sono nel bel mezzo di questo processo di formazione.
Qual è il panorama del cinema documentario in Italia oggi, da un punto di vista produttivo?
- Il panorama produttivo non esiste! Le televisioni, per lo più le satellitari, li comprano all'estero già fatti, e per quei pochi prodotti che si realizzano i committenti sono un paio in tutto, o poco più. C'è però un fiorire di potenziali documentaristi, documentaristi in erba, giovani e meno giovani. Ci conosciamo tutti tra di noi, è un mondo piccolo, e ci confrontiamo ai festival, nei dibattiti pubblici, agli Stati Generali indetti annualmente dall'associazione nazionale. Si tratta di persone che, non esistendo un sistema produttivo vero e proprio, o producono in proprio, lavorando con tutte le carenze del caso, non potendosi permettere cose che sono essenziali per la buona riuscita di un lavoro; o vanno all'estero e si fanno produrre là. Non sarà un caso che i due autori che ho citato, Di Costanzo e Rossetto, lavorano per lo più in Francia. In Italia il loro lavoro non lo possono fare come vogliono. In ogni caso quando noi documentaristi in erba - aiuto-registi, registi, operatori - ci incontriamo, per prima cosa parli della tua passione, dei tuoi progetti. Infine il palco crolla e guardandoci sconsolati negli occhi ci chiediamo a vicenda: "Ma tu ci campi?". Ognuno spera di vedersi indicata la strada.
Che spazio di confronto sono i festival per chi si occupa o interessa al documentario?
- Da giovanissima autrice che sta cercando il suo posto nel mondo e tiene a far vedere il proprio lavoro ho già capito che i canali di visione sono pochi, ovvero i festival e poche altre situazioni pubbliche... Ci sono molte polemiche al proposito... Alcuni tra i festival più importanti prendono in considerazione i film solo per delle anteprime e questo significa far vedere un documentario anche meritevole una volta sola. Mi pare assurdo!
Tra i documentaristi più interessanti, tra i giovani che hanno da poco esordito, pensi vi siano personalità spiccate che mostrano già una poetica ben definita?
- Mi sono piaciuti molto i lavori di due donne: Emma Rossi Landi con Quaranta Giorni, e Fabiana Sargentini con il suo Di madre in figlia. In particolare la seconda, con questo documentario fatto esclusivamente di interviste. Con uno strumento così classico, è riuscita a fare un documentario nuovo, instaurando un rapporto particolare con i suoi testimoni, toccando i nervi scoperti di rapporti affettivi e famigliari complessi e contraddittori, riuscendo a tirarne fuori qualcosa di grande impatto emotivo. Ascoltando i racconti di queste donne, che parlano del rapporto tra generazioni differenti, con forza sono stata obbligata a pensare a cose su cui di solito non mi soffermo, al mio rapporto con un'ipotetica figlia... Se un documentario ti suscita queste domande per me ha colpito nel centro. Ho amato molto anche Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi.
Credi che l'Italia abbia una posizione di riguardo sullo scacchiere documentario europeo?
- La posizione del documentario italiano, a livello europeo, è inesistente. Negli ultimi anni abbiamo visto crescere moltissimo il pubblico interessato al documentario in Italia. Di contro, non è cresciuto l'interesse delle istituzioni. La televisione nazionale non produce quasi, ma compra dall'estero. Sono legati a un'idea del documentario stantia. In Italia l'unico canale di visione dei documentari sono i festival, visione che non ha alcun riscontro economico. In Europa la situazione è diversa. Francia e Germania, con il canale di qualità ARTE in prima fila, sono un faro per i documentari di creazione e d'autore, e propongono anche cose fuori dagli schemi. Da poco la Fox ha acquisito Cult con l'idea di farne il canale del documentario di creazione. Non si tratta di un avvenimento risolutivo: un documentario prodotto all'anno, e alcuni preacquisti. A me però sembra un segnale positivo la nascita di una TV che pare dire chiaramente: noi siamo interessati al "documentario di creazione". Una formula che in Italia dice poco ma che all'estero è ben compresa e normalmente impiegata per definire un prodotto documentario con ambizioni creative, autoriali, non banalmente divulgativo, informativo. Documentario insomma come mezzo di espressione, senza che sembri una parolaccia!
Non pensi che la caratterizzazione politica di tanto cinema documentario degli ultimi vent'anni abbia ristretto gli orizzonti ad autori che potrebbero giocarsi molte carte sul fronte di un impegno non rigidamente ideologizzato?
- Assolutamente sì. Penso che la limitatezza degli orizzonti del documentario in Italia ha fatto sì che nel tempo quel poco spazio sia divenuto appannaggio prevalente del documentario politico, sociale, al servizio della denuncia di problemi, abusi, disservizi. Cosa importante e utilissima, che spesso si rivela totalizzante, a tratti paralizzante per qualche autore. Rischiano l'autoreferenzialità i lavori scritti, girati, prodotti da persone ideologizzate, su tematiche strettamente politiche; lavori concepiti per uno spettatore che la pensa già nello stesso modo. Anche dal punto di vista della denuncia, a mio avviso, si può essere più forti ed efficaci se si smette di esprimere posizioni preconcette, ideologiche. Io però rivendico al documentario anche un altro spazio, quello della narrazione, del piacere dell'osservazione, per storie anche minimali e umane, con un ruolo concesso alla politica ma in senso molto più lato e trasversale, non per questo meno efficace.
Com'è nato il tuo progetto dedicato ai Pupi di Ran 'Gnaziu?
- Il mio interesse per l'Opera dei Pupi Siciliani è nato dai racconti di coloro che assistevano agli spettacoli negli anni trenta-cinquanta, prima che l'avvento della televisione li facesse scomparire. Ran 'Gnaziu - Don Ignazio - era un puparo girovago, attivo in tutta la provincia di Siracusa. Le rappresentazioni si svolgevano a puntate, tutte le sere. Il pubblico era composto da fedelissimi. I ricordi degli spettatori sono ancora vividissimi, e quando parlano di Orlando, di Rinaldo, di Angelica, sembrano riferirsi a persone in carne e ossa, che loro hanno conosciuto personalmente. Il traditore Gano di Magonza provoca ancora le reazioni più forti, tutti odiano il cattivo. Don Ignazio dava ad ogni pupo una voce diversa, accendendo la fantasia del pubblico. La forza dei loro racconti ha innescato la mia curiosità nei confronti di un mondo scomparso, e solo negli ultimi anni tornato in auge, nell'ottica del recupero della tradizione. Avevo voglia di descrivere quel mondo attraverso gli occhi di chi l'ha vissuto, unico momento di evasione in una società ancora prevalentemente contadina. Mi hanno comunicato la loro emozione, ed è questa che a mia volta io vorrei trasmettere a chi vedrà il documentario, e spero di esserci riuscita.
E' un progetto che hai amato molto?
- Sono riuscita a chiudere un documentario che mi ha impegnato per più di due anni. Si tratta del primo lavoro che forse sento veramente mio, e a dispetto dei molti errori dovuti all'inesperienza e dei problemi causati dalla ristrettezza di mezzi, il risultato finale mi soddisfa perché trovo che rispecchia il mio modo di sentire. Il momento più bello è stata la proiezione nei luoghi dove il documentario è stato girato. L'aspettativa era altissima e non nascondo che provavo un certo timore. La proiezione è stata un successo ed è stata richiesta una replica. Il complimento più bello è venuto da quelli che erano venuti per curiosità, aspettandosi di vedere il consueto prodotto "culturale" e noioso: "Mi sono divertito, non era il solito documentario!"
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
- Sono piena di progetti di documentari da realizzare. Alcuni anche in stato molto avanzato di sviluppo. Uno a cui tengo molto racconta l'epopea dei miei compaesani emigrati in Australia. Dagli anni venti ad oggi è stato calcolato un flusso migratorio di circa quattromila persone, su una popolazione di diecimila abitanti. Un'enormità. Quella che io racconto è una storia di famiglia, la storia della sorella di mia nonna, emigrata negli anni cinquanta, letta però in chiave universale. Ho completato le riprese già da un po', devo iniziare il montaggio. Quello che più spesso mi rimprovero è la mia lentezza nel chiudere un progetto. La fase di ricerca per me potrebbe durare anche molti anni. Mi piace aprire il più possibile, sviscerare il tema. Ad un certo punto devo farmi violenza per obbligarmi a chiudere. Altre lentezze sono determinate da questioni produttive. Se devi fare il produttore di te stesso questo sottrae energia all'aspetto creativo.