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Lasciare un'impronta - intervista a Loredana Parrella - a cura di Vittoria Maniglio
“Né so passare a nuoto ora la notte.” Non so perché, ma alla fine del mio incontro con Loredana Parrella mi passa per la mente questo verso e ritorno alle sue prime parole, al suo desiderio di abbracciare la luce che viene però soffocato dall’esigenza di abbracciare l’oscurità, di “andare dentro la paura per scoprire come uscirne fuori”. Ed è proprio grazie alla paura di non riuscire ad attraversare la notte che lei si è sempre spinta al limite estremo, “per arrivare a qualcosa che potrebbe essere impossibile, ma che mi dà grande soddisfazione quando riesco a raggiungere anche una piccola meta”, e che è il motore della sua vita e della sua ricerca umana ed artistica. “Non riesco a definirmi una coreografa, ma probabilmente non esiste una definizione per il mio mestiere. Sono spinta dalla creatività dei corpi, dall’ esigenza di entrare dentro ai corpi, di lasciare un’impronta, un segno. La danza, in fondo, è un pretesto per scoprire, viene dalla necessità del contatto con le persone”.
Loredana ha cominciato a danzare da piccolissima, per caso, nella parrocchia sotto casa, “in realtà volevo essere Giorgio Gaber” mi dice, ed ha proseguito all’Accademia Nazionale di Danza Classica a Roma, per poi lasciare l’Italia a 18 anni e studiare a Parigi con il M° Dan Moisev e lavorare in Belgio presso il Ballet Royal de Wallonie per il coreografo J. Lefebre, presso il Théâtre des Beaux Arts di Charleroi e all’Opéra de Liège. Successivamente si è diplomata all’Accademia Teatrale di Torino in recitazione e regia teatrale ed ha lavorato come danzatrice e attrice professionista in numerose produzioni teatrali sotto la direzione di registi come L. Ronconi, A. Konchalovsky, Pier’Alli, L. Cavani, U. Chiti, J. Savari, D. Desiata, R. Fortune, R. De Simone, G. Cobelli. Inoltre per più di dieci anni ha collaborato in qualità di coreografa con i registi M. Avogadro, F. Ripa di Meana, Eike Gramss e contemporaneamente ha fondato e diretto in collaborazione con il coreografo italiano Loris Petrillo la Compagnia “Asphalt” ed il corso professionale per danzatori “Inside Out”.
Oggi, quarantadue anni appena compiuti, è entrata nella seconda fase della sua vita e si sente “come una bambina colta di sorpresa”: è la direttrice artistica della sua nuova compagnia, TwAiN, che in pochi mesi, dopo il debutto a Roma al Teatro Greco nel gennaio 2006, è già stata ospite a giugno, prima a Madrid per due serate, al 31st International Choreographer Showcase, e poi al porto di Civitavecchia; sarà il 23 luglio ad Altomonte in Calabria, il 22 agosto a Cerveteri, il 9 settembre a Roma in piazza per la “Notte Bianca” e, sempre a Roma, il 16 settembre al Teatro Greco.
Accanto a lei il figlio Yoris di diciassette anni, “la cosa più bella che ho fatto nella mia vita”, cresciuto sempre insieme a lei, nonostante la sua carriera intensissima, e con il quale ha un rapporto viscerale fortissimo, e Roel, compagno nella vita, ed anche nel lavoro.
E’ dall’incontro con Roel, theatre designer, che parte TwAiN e la sfida di due diversità che non possono diventare un’unicità ma che possono incrociare le proprie strade, scambiare esperienze e far sentire l’uno la presenza dell’altro. E da questa stessa esigenza nasce il desiderio di "poter convogliare in una sala esistenze diverse”, di affiancare a danzatori molto giovani “personaggi che rispecchiano il mio essere” e di formare un gruppo di performers la cui caratteristica ed obiettivo sia proprio quello della “diversità che li unisce”.
Fondamentale, quindi, per la ricerca coreografica, il lavoro sulle immagini e sulle centinaia di foto che Roel scatta quotidianamente per fermare i momenti creativi dei danzatori e, attraverso quelle, passare al lavoro di rielaborazione e costruzione delle pièce. Pièce che, proprio per questo motivo, sono dei work in progress, in continua evoluzione, perché l’importante è “non fermarsi e non prendersi troppo sul serio, ma provare, senza porsi necessariamente un traguardo, darsi una possibilità e stare in movimento”.
Loredana questa possibilità, alle persone che stanno accanto a lei, l’ha data, ristrutturando un ex capannone di 200mq nella campagna di Ladispoli e creando, nonostante tutte le difficoltà che si possono immaginare, un centro culturale in uno spazio che è il luogo ideale per questo lavoro ed il cui obiettivo è quello di essere una piattaforma di incontri con altre realtà artistiche (al momento ha già ospitato la nuova produzione lirica per la regia di Franco Ripa di Meana, “Carmen, se io t’amo attento a te!”), “un luogo dove le persone si sentano a casa”.
Per lei che si sente senza radici, in equilibrio sopra un filo, alla ricerca dell’armonia nella disarmonia, questa è l’ennesima sfida, un nuovo rischio e desiderio da realizzare.
Come quello di investire tutto quello che ha per cercare di lasciare sui corpi e dentro di essi un’impronta che potrebbe anche essere cancellata da nuovi passaggi.