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Bollani e il suo doppio - di Oriana Rispoli

All’interno dell’attività creativa di Stefano Bollani è possibile distinguere due sfere. La prima è quella della produzione musicale, in cui l’intuizione creativa si esplica pienamente, presentando, sia live sia in studio, il ventaglio più ampio di invenzioni in un contesto sempre vitalissimo, giocoso e lontano da qualsiasi superficialità. Le doti musicali del pianista, che lo collocano ormai da parecchio tempo tra i più originali e attraenti jazzisti contemporanei (profonda e personalissima la sua recente incisione per la ECM, ma passeranno alla storia anche I Visionari e altre straordinarie performances con varie formazioni, in oltre dieci anni di vivacissima attività artistica), consentono a Bollani di raccontare storie sostenute da uno spirito lieve, unito ad un gusto alternatamente arguto, posato, ironico, elegantemente frizzante o intimistico, e sempre sorprendente.

La seconda sfera è quella, nota ad un pubblico più vasto e generico, dell’intrattenimento raffinato, tipico delle apparizioni televisive e delle partecipazioni radiofoniche (tra cui ricordiamo il varietà Il Dottor Djembe) o anche di quei momenti in cui, al termine dei suoi concerti, l’estroso musicista sviluppa improvvisazioni su temi e motivetti suggeriti dal pubblico, oppure imita con incredibile efficacia celebri cantautori italiani. Ed è in questa seconda sfera che Bollani ha trovato una nuova, originale possibilità di rivelarsi. Con il romanzo La sindrome di Brontolo, ricorrendo ad una diversa forma espressiva ma senza affatto rinunciare alla sua naturale vocazione da entertainer, l’artista tosco-milanese cattura ancora una volta la nostra attenzione divertendoci.

Di fronte alla prosa letteraria, Bollani appare totalmente privo di vincoli nell’inventare e improvvisare e, rimanendo vicino alla lingua parlata, introduce qua e là un lessico di sua creazione, che scaturisce da assonanze o da semplici variazioni di parole troppo usate, ormai venute a noia; soprattutto non si pone questioni di forma e si sbizzarrisce nel fare agire i suoi personaggi nei modi più imprevedibili.

I brevi capitoli del romanzo introducono di volta in volta nuovi soggetti (curiosamente tutti maschili, tranne poche eccezioni di anonime figure femminili), che s’incontrano, dialogano distrattamente, si raccontano episodi più o meno edificanti, e perfino si trasformano ripetutamente, come capita a quel personaggio, Marco, che ogni volta che si sposta in un paese europeo acquisisce un’identità diversa, ritrovandosi in un’altra vicenda vissuta ma rimanendo consapevole, al contempo, delle sue vite altrove. L’autore sfrutta ampiamente la tecnica della mise en abîme, raccontando storie nelle storie (i racconti di Simpliciano, che formano capitoli a parte) e introducendo nella finzione personaggi che sono anche ‘reali’, e che entrano ed escono da questi due mondi paralleli, come appunto Simpliciano che sa di trovarsi in questo romanzo. Se ne è reso conto grazie a tanti piccoli particolari, ma la trova una cosa divertente, quasi stimolante. Non lo dice a nessuno, non è un tipo invasivo, nessuna intenzione di far proseliti. Sta bene come sta, o come il già citato Marco, che si accinge a leggere un libro e ci trova la sua storia personale, che si sviluppa a mano a mano che lui la vive: così ad un certo punto Marco non sa più se si trova nella vita reale o nella favola, in un gioco autoreferenziale che diventerebbe senza uscita se Marco stesso non lo risolvesse con una decisione tranchante: «ah no, nessun dubbio fra la letteratura e la vita… scelgo la vita».

Lo stesso narratore compare e ricompare con frequentissime incursioni, cosicché alla fine lo schermo che separa l’universo della realtà da quello della fantasia appare definitivamente infranto. Questo è uno dei messaggi contenuti nel libro: la vita dev’essere vissuta con la libertà della fantasia, non devono esistere né gabbie, né confini di nessun genere. La vicenda stessa del romanzo rimane completamente ‘aperta’: l’intreccio narrativo sembra privo di sviluppo, i personaggi si trovano, si perdono, fanno nuovi incontri, e il tempo presente scelto per la narrrazione ci consente di immaginare, dopo la conclusione del racconto, una storia che può ancora progredire - nel presente della vita del lettore - in tutte le direzioni possibili.

In linea con questo approccio, numerosi sono anche i momenti di “tempo sospeso”, rappresentati dal viaggio, dal transito da un luogo all’altro. La storia, in effetti, è piena di “passaggi”. Traccia autobiografica ed elemento immancabile, sono i posti attraversati da Bollani nei suoi frequenti viaggi per il mondo (“luoghi, aeroporti e stazioni”) che gli hanno offerto, insieme a “persone e fatti” (come afferma in chiusura del romanzo) lo spunto per costruire l’avventura narrata. E così troviamo viaggi in taxi, viaggi in aereo, viaggi a piedi, viaggi in cielo grazie ad un palloncino, ma soprattutto viaggi fuori e dentro il romanzo.

Le radici di questa singolare narrazione sono evidenti, e in parte dichiarate (in ogni caso non difficili da individuare, se si conoscono i gusti letterari di Bollani): prima di tutto il Queneau delle Fleurs bleues, per il lettore italiano massimamente godibile perché tradotto nella nostra lingua da Italo Calvino (che a sua volta riprese l’idea degli intrecci tra vicende e personaggi diversi ed estranei tra loro, ma legati dal racconto in Se una notte d’inverno un viaggiatore). Queneau ha già ispirato Bollani nell’invenzione musicale: un suo CD del 2001 reca il titolo del romanzo sopra citato, e costituisce un bell’omaggio all’amato narratore.

Troviamo evidente anche un’altra presenza ispiratrice, più impalpabile e implicita ma che aleggia sottile su tutto il racconto: quella di Massimo Bontempelli, altro scrittore dallo humour finissimo assai amato da Bollani, e richiamato nei titoli di due pezzi del CD Småt Småt (2003): La vita intensa e La vita operosa.



Stefano Bollani, La sindrome di Brontolo, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2006, 90 pp., 12 euro