|
Musica -
Danza -
Arti visive -
Letteratura -
Teatro -
Musica
Conversazione con Ennio Speranza e Alessandro Annunziata su "LA FAVOLA DEI CONTRARI - vita senza morte, giovinezza senza vecchiaia" - di Federica Nardacci
La storia ci offre un florilegio di esempi di favole poste in musica, sotto varie forme di spettacolo, dal melodramma al balletto. Forse proprio la natura surreale, irrazionale di questi racconti fantastici è ciò che stringe il nodo intorno alla materia sonora, essendo l’irrazionalità uno degli ingredienti più sapidi della musica.
Ninfe, pastori, ruscelli parlanti, cavalli alati, metamorfosi di animali in esseri umani e viceversa, bambole che prendono vita e tutto in un tripudio di colori e di suoni.
E in ogni favola, come nei sogni, si rappresentano per immagini i pensieri. Ecco perché ciascuna nasconde la sua verità, la verità dell’uomo.
Ennio Speranza e Alessandro Annunziata hanno creato un’opera fiabesca che si nutre della loro stessa fantasia e che si rivela una sorta di ricerca artistica del pensiero dell’uomo. E’ la favola dei contrari. Una favola attinta dalla tradizione romena, ma depurata da ogni traccia folkloristica e resa assolutamente universale.
- Come è nata l’idea di realizzare una fiaba musicale?
Ennio Speranza: L’idea è nata in seguito a una proposta di Oriana Rispoli di realizzare uno spettacolo teatrale. Mi è subito venuto in mente di fare una sorta di oratorio o una favola musicale, sul tipo dell’Histoire du Soldat. E poi l’idea di utilizzare questa fiaba. Una fiaba antica che narra di concetti contrastanti come la vita e la morte, la giovinezza e la vecchiaia. Per la musica non ho avuto dubbi: ho pensato immediatamente ad Alessandro. Il suo gusto musicale, la sua propensione all’arcaico, la sua capacità di creare delle suggestioni “antiche”, fuori dal tempo era esattamente ciò che serviva per realizzare un’opera di questo genere.
- Perché una favola romena? E perché proprio la favola dei contrari?
E.S.: E’ una fiaba famosissima in romania, tra le più importanti della tradizione. In alcune parti della Transilvania viene addirittura messa in scena con delle maschere. Ho scelto proprio questa fiaba perché mi incuriosiva il finale con la morte dell’eroe protagonista. Non solo. L’eroe viene liberato attraverso la morte. La storia sostanzialmente narra di un bambino che ha paura di nascere e che, per venire al mondo, chiede ai genitori di poter avere una vita senza morte e una giovinezza senza vecchiaia. Il padre - un re naturalmente, come in ogni fiaba che si rispetti – desiderando moltissimo questo figlio, acconsente, pur sapendo di non poter mantenere tale promessa. Divenuto adolescente, il giovane chiede il dono promessogli. Chiede, dunque, l’annullamento del tempo. Non potendo il padre accontentarlo, il giovane fugge avventurandosi egli stesso alla ricerca di questo tesoro, affrontando vari ostacoli. Troverà ciò che cerca in un castello fatato, dove però regna l’oblio, inteso come assenza totale di vita. Arriverà il momento in cui si troverà a fare i conti con il passato e con il desiderio di tornare indietro. Tornerà infine a casa, ma non troverà più ciò che ha lasciato. Il tempo ha mutato le cose e le persone, risparmiando lui solo. Non trovando più la sua famiglia, i suoi affetti ma tristi macerie, il giovane cadrà nella disperazione. Finché non vedrà la sua immagine riflessa in uno specchio e si accorgerà di essere improvvisamente invecchiato. A questo punto incontrerà la morte, che lo attendeva da tempo.
- Il tema è particolarmente interessante. Sebbene risulti chiara l’importanza di accettare il naturale corso della vita, sembrerebbe essere sottesa un’idea negativa della nascita e della vita stessa, vista come inganno. Qual è esattamente il messaggio conclusivo?
E.S.: Il nodo centrale della storia è, in realtà, il valore della vita e l’importanza del partecipare alla trasformazione delle cose. L’Eden che il principe crede di aver trovato nel castello fatato di fatto non è la vita, ma la negazione di essa. La negazione intesa come non movimento. Finché il principe è in viaggio alla ricerca del suo “dono” è in movimento, dunque vive.
- In effetti se c’è movimento c’è creatività, fantasia quindi vita…
E.S.: Certo. Chi vuole vivere un’esistenza fatta di certezze e raggiungere l’immortalità è destinato allo scacco. E poi la morte si sconta vivendo, come scrive Ungaretti. Questa è a mio avviso una fiaba saggia e atipica. Una favola che abbiamo chiamato “dei contrari”, proprio perché la vita implica inevitabilmente il suo contrario, cioè la morte e la giovinezza non può escludere la vecchiaia. Appena il principe diventa immortale tutto si congela e lui sente l’oblio. Dimentica tutto. Non sa più chi è. Finché un giorno il giovane, entrando in una valle proibita ritrova improvvisamente la memoria e lo assale la nostalgia del passato. Memore del Barbablù di Bartok, ho ideato, per realizzare questa scena, una stanza con dentro un pozzo nel quale il giovane si sporge e vede la sua immagine riflessa. Unica immagine inventata da me di sana pianta.
- Da musicista avrai sicuramente scritto con una proiezione musicale.. Hai comunicato ad Alessandro la tua idea?
E.S.: Assolutamente no…
Alessandro Annunziata: …In realtà non c’è stato bisogno che me lo comunicasse. Il testo conteneva già con evidenza i tratti della musica che voleva ospitata. E poi abbiamo trovato immediatamente un’intesa in questo senso. Ci piaceva l’idea di numeri chiusi. Come quadri medievali catturati in una certa fissità pittorica. Come fossero dei bassorilievi. Ne è venuta fuori un’opera che si pone come un racconto davanti al camino. Mi sono sentito a mio agio nel comporre. La musica, poi, alterna momenti di grande effetto sonoro a momenti di espansione lirica.
- Quale organico avete scelto?
A.A.: Abbiamo pensato di dare un’idea di leggerezza. Sono dodici esecutori in totale. C’è un quartetto d’archi formato da violino, viola, violoncello e contrabbasso, ispirato al folklore romeno (tra l’altro questo è l’unico elemento folklorico, poiché nella storia sono stati tolti tutti gli elementi che rimandavano alla tradizione romena); poi c’è un sax, un clarinetto, un flauto e varie percussioni. Dal punto di vista vocale abbiamo introdotto tre cantanti (soprano, mezzo soprano e baritono) e una voce recitante, che fa da collante ai quadri musicali. Al principe è stata data la voce di soprano, per rendere la freschezza della voce di un giovane ragazzo. Tra i momenti lirici più significativi c’è l’ aria iniziale cantata dal padre; una sorta di aria del catalogo con cui il re, appunto, cerca di “sedurre” il figlio e convincerlo a nascere, fino ad arrivare alla grande promessa. C’è anche un’altra aria sul genere. E’ quella cantata dal cavallo.. proprio così: il cavallo canta. Ennio ha creato in questo caso un’aria davvero esilarante, da opera buffa. Il cavallo, infatti, si presenta al principe elencando tutte le sue qualità, in modo tale da farsi scegliere come destriero per accompagnare il giovane nel suo viaggio.
E.S.: …In quest’aria Alessandro è intervenuto aggiungendo il verso “questo cavallo vale un Perù”, tratto dal Così fan tutte. Un ammiccamento all’opera dapontiana; ma non si tratta di un parodia di modelli o stili. La strada è assolutamente nuova.
- Nuovo anche il linguaggio musicale?
A.A.: Il linguaggio è assolutamente tonale. La semplicità e l’arcaicità della storia richiedevano una semplicità musicale. Credo, comunque, che l’elemento stilistico subisca una evoluzione nel corso dell’opera, così come il racconto. Intendo dire che la scrittura si arricchisce, si complica strada facendo. E’ vero, mi piace ammiccare in maniera ironica a certe mode o scritture di questo secolo. Mi è piaciuto, per esempio, utilizzare il linguaggio di certa musica contemporanea - che pure non amo particolarmente - nella scena della nascita del bimbo. Ho evidenziato il contrasto della ninna nanna lirico tonale cantata dal padre con lo stridore delle grida del bambino che non vuole nascere, dove invece uso accordi politonali. Per la scena del viaggio, nell’intento di simulare la fissità del viaggiare, ho scelto di utilizzare una scrittura minimalista con echi ripetitivi. In ogni caso, tendo sempre a un’unità mia. D’altra parte, se uno scrive liberamente raggiunge la propria identità. E questo è possibile solo se segue il proprio istinto, se rispetta la propria immagine interna.
- E invece per la narrazione che tipo di linguaggio è stato usato?
E.S.: In versi, ma non in maniera coercitiva. La rima è stata utilizzata solo per le filastrocche. Il narratore non parla mai in versi. Dal punto di vista stilistico ho preferito usare una lingua piana, scarna, senza troppi voli lirici.
- Pensate di aver realizzato un’opera di facile fruizione, godibile all’ampio pubblico o pensate di aver dato un taglio piuttosto intellettuale?
A.A.: Per quanto mi riguarda credo di poter dire che sia un’opera decisamente di facile impatto. Forse il momento finale di climax è quello che potrebbe risultare più complesso e che forse meriterà di essere un po’ più studiato. E’ il momento in cui c’è questa retrospettiva psicologica dello specchiarsi nel pozzo, quasi a scrutare dentro se stesso. Lì vorrei proprio che uscisse fuori un pathos musicale forte.
- Per quando è prevista la prima esecuzione?
E.S.: In realtà era già prevista per il Festival di Nuove Tendenze che doveva avere luogo a Roma lo scorso anno. Purtroppo una serie di impedimenti burocratici ha bloccato l’iniziativa. Ora l’opera è quasi conclusa e ci auguriamo di poterla proporre presto al pubblico.